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8 ore fa
Qualcuno vicino a te vuole incontrarti stasera! 🙈
1 0 8 ore fa
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6 ore fa
UNTITLE
Voglia di fresco, voglia di nuovo. Voglia di profumo di donna e odore di femmina, di colori nascosti sotto la pelle, del tuo capezzolo da stringere tra i denti. Voglia di chi sa giocare, di te che passi, sorridi e non ti fermi. Voglia di parole coraggiose, di forme tortuose, di restare a guardarti fino a consumarmi gli occhi. Voglia del tuo culo, voglia di masturbarmi col tuo pensiero addosso. Voglia di te che hai voglia, e fame nera di te quando non vuoi. Voglia di carne tremula, di donne vissute che non chiedono il permesso. Voglia di te che mi pensi, di te che m'odi ma non riesci a cacciarmi dalla testa. Voglia di me che mi nascondi, voglia di strapparti il respiro per ricordarmi che sono vivo.
3 0 8 ore fa -
17 ore fa
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2 0 17 ore fa -
1 giorno fa
😈 Troia Italiana 24y - Figa Bagnata e Sempre Pronta
Ciao 😈
4 0 1 giorno fa
24 anni, corpo da pornodiva, tette sode e culo perfetto. Sono una troia vogliosa, amo succhiare, scopare forte e prenderlo nel culo.
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1 giorno fa
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2 0 1 giorno fa -
6 ore fa
Ciucciare la cappella
Pensare d' avere davanti una donna ingorda di pisello in un bagno pubblico vogliosa di gustare ogni piselli odorosi di sconosciuti è qualcosa che mette i brividi, specie quando c'è poca saliva e la bocca della tipa si appicica al pisellino moscio facendolo drizzare in pochi istanti.
25 0 4 giorni fa -
6 ore fa
BREVE SFOGO DI UN CALDO POMERIGGIO DI LUGLIO
C'è una verità che non puoi ignorare: nonostante i cazzi, i culi e le fighe di questo bizzarro sito sexy, e per quanto tu possa dire di avere un'erezione imponente o una vulva pulsante, la realtà è che fa caldo! E il caldo ammoscia ed essicca. I condizionatori non sono a disposizione delle scappatelle; nei posti in cui ci si può imboscare fa caldo, a meno che tu non ti azzardi in una performance nel centro commerciale climatizzato, per poi finire sul giornale e, ancora peggio, diventare un meme virale.
A dire il vero, un condizionatore in camera da letto ce l'ho, ma ho anche una moglie. Il condizionatore lo smonti, la moglie no. Per la fugace scappatella virtuale resta il bagno che, se non si tratta di una sveltina, può trasformarsi in un forno crematorio.
E per quanto tu inserisca nella conversazione, oltre al tuo giocattolo duro, anche ipotetiche location come "la piscina solo per noi due" o l'idea di fare di tutto sotto la doccia, la realtà ti ricorda che il sudore ti pervade. Se fossi davvero avvinghiato a un altro corpo lo sopporteresti; ma pensare che, quasi da fermo, con il semplice e ridotto movimento di una mano (io adopero la sinistra), tu debba sudare come un porco — ancora più porco di quello che sei — lo trovo umiliante.
Però non si molla di un centimetro: si cerca, si trova e si gioca, anche in questi giorni di picco. Per scindere la sofferenza dal piacere si evitano accuratamente le frasi pericolose: "Sei calda?", "Voglio bruciare con te", "Le tue foto sono bollenti" e via dicendo. Ci si rinfresca invece con: "La tua bellezza mi ha lasciato di ghiaccio", "Hai un corpo che sprigiona freschezza", "Vorrei congelare questo momento" e altre battute del genere. Si suda lo stesso, è vero, ma almeno ci si prende per il culo che, qui dentro, volere o volare, è un'arte.
39 2 6 giorni fa -
7 giorni fa
vorrei rinnovare le foto ma il sito non mi fa eliminare le vecchie
vorrei rinnovare le foto ma il sito non mi fa eliminare le vecchie- sapete come fare?
35 0 1 settimana fa -
6 ore fa
ZUM ZUM ZUM
La strada è tracciata: finirò col diventare un vecchio porco come Henry "Hank" Chinaski, ma con più classe (siamo comunque in Europa). Essere finito qui dentro è già il compimento del mio declino morale ma, allo stesso tempo, l'atto coraggioso di chi vuole finire "a cazzo dritto", come direbbero i miei amati Squallor. Sono passati un po' di giorni; devo ancora ambientarmi, capire come funziona, come farsi notare senza sgomitare, che pare brutto. Con discrezione sfoglio le foto: per ogni figa in primo piano che trovi, ti devi sciroppare almeno quattro cazzi, per lo più irti come aste di bandiera. Faccio lo slalom e provo a lasciare qualche commento di approvazione per un paio di tette gonfie o un culo sontuoso che merita un podio.
Comincio ad osare. Provo a scrivere direttamente alla proprietaria delle tette, ma la chat non mi è concessa: non sono VIP. Con la tenutaria del culo non va meglio. E quindi mi tocca peregrinare tanto per trovare una donna generosa e anche "pop" che lasci aperti i messaggi. Vado a strascico, trovo un po' di profili gustosi e lascio i meritati complimenti. E attendo, come si fa a pesca, pur non cercando pesci. Come al solito, abboccano nel momento in cui decidi di smontare, nel più puntuale dei ritardi.
Mi risponde una donna: bruna, un po' di foto, forme generose e senza veli eccessivi. Seni importanti, culo statuario e una faccia mezza cancellata da cui spunta un sorriso più beffardo che invitante. Nonostante l'avvisaglia, mi tuffo nella mia prima conversazione sexy di questa community. Leggo il suo ringraziamento per i complimenti lasciati a far da esca. "Che bello sapere che mi leggi, è già molto eccitante", scrivo subito. "Sei a casa?", domanda lei, perentoria e diretta, ma io lo interpreto come un racconto del Decamerone. Purtroppo non sono a casa, ma al mio banco di lavoro, a modellare argilla. Ovviamente aggiungo di essere appartato e ribatto: "Tu sei a casa da sola?". Domanda retorica e risposta di livello: "Sì, sono da sola e mi sto toccando". Dico che sarebbe divino assaggiare la sua voglia leccando le sue dita, come aperitivo, e aggiungo che al posto della sua mano, tra le sue cosce, dovrebbe starci la mia lingua scostumata. È "mmmm" la sua risposta, onomatopeica ed essenziale. Ha gradito, e io ne approfitto: "Vorrei baciare il tuo fiore di carne bagnata, succhiare la perlina mentre le mie mani di scultore si riempiono dei tuoi seni, le dita che girano i tuoi capezzoli".
Le scrivo questo mentre guardo le sue foto. Davvero immagino le mie mani affondare nelle sue colline di carne, mi figuro tra le dita i suoi capezzoli rosei e duri, fantastico dei suoi peli intimi sotto la lingua. Tra le mie gambe monta il desiderio: ho il cazzo duro e pulsante che mi gonfia i pantaloni. Torno alla foto del suo sorriso e le scrivo che ha una bocca sensuale, quasi pornografica. Lei, col suo acclarato dono della sintesi, mi risponde: "Vuoi fottermi la bocca mentre mi masturbo?". Sì che voglio, ma le pulsazioni mi rendono meno poetico e le dico che la prenderei per i capelli per dare il ritmo, ma solo dopo aver affondato tutto il mio giocattolo duro nella sua bocca, da farle mancare il fiato. Ma oltre a guardare lo spettacolo della sua mano tra le cosce e del mio cazzo nella sua bocca, non mi deve proibire di strizzare uno dei suoi seni sontuosi. "Siii" è la sua risposta, succinta ma entusiasta. Capisco che è all'apice, per cui le chiedo se vuole il mio nettare tutto in bocca. La sua traduzione simultanea è: "Siii, la sborra". Mettiti in ginocchio, mia cara, apri la bocca e tira fuori la lingua ma, mi raccomando, non far cadere nemmeno una goccia. "Mmmmmmm": il suo orgasmo si fa verbo con questa parola.
Io non vengo, non ho i margini: sono in laboratorio e, seppure appartato, ho gente che va e viene. Ma sono contento di questo contatto che ha reso questo luogo più "umano". Le dico che è stato davvero un "piacere" incontrarla e le ripeto che ha un culo statuario. Lei gradisce e mi chiede cosa vorrei farne del suo culo e se io sia ancora duro dopo l'orgasmo appena avuto. Eh, cara mia, sempre più duro, più di quanto immagini. Me lo offre e mi chiede se mi piacerebbe. "Ma certo tesoro, adoro penetrare nello stretto, sarebbe come prendere una vergine". Mi confida che non è vergine di culo, ma che lo ha concesso a pochi, per cui troverei la strettoia che desidero.
Comincio il racconto: "Ora mi piacerebbe leccarti da dietro, affondare nel solco e sfiorare il tuo piccolo e delizioso buco, prima di penetrarlo con tutta la lingua, perché bisogna prepararti bene e..." Patatrac!
"L'utente vi ha vietato di chattare con lui. Non vedrà i vostri messaggi nelle altre chat di gruppo."
Sarà capitato anche a voi
Di avere una musica in testa
Sentire una specie di orchestra
Suonare, suonare, suonare, suonare.
Cantava nel lontano 1968 Sylvie Vartan. Così, il mio primo "zum zum zum" di questa community finisce nel più digitale dei coitus interruptus, un salto della quaglia finito nella beffa.
Beffardo fu quel suo sorriso. In fondo, la donna m'aveva pure avvertito.
p.s. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti non è puramente casuale.
34 0 1 settimana fa -
11 ore fa
La mia storia
La mia prima volta che mi sono masturbata...
Era un sabato mattina, dopo lo sport. Completamente esausta, ho fatto una doccia e mi sono addormentata subito. Qualche ora dopo, la fame mi ha svegliata. Mi sono alzata per andare a mangiare qualcosa e ho acceso una serie TV che mi ha eccitata... Ho iniziato a toccarmi con le dita, cosa che non avevo mai fatto prima, e da lì è partito tutto. Giorno dopo giorno lo faccio; ho persino comprato dei sex toy. Oggi ho scoperto di essere una squirter...
113 2 1 settimana fa -
1 giorno fa
...essenza
....e vorrei esploderti dentro l'anima in impazzite schegge di sensazioni
.... moltitudini di brividi dipinti dall' Eliseo dei miei desideri
.... insieme in un alcova bianca di pura essenza di passione.....
37 1 1 settimana fa -
6 ore fa
LORENA
La felicità è fatta di attimi brevi che spesso ci perdiamo, distratti. Ecco: quando si è felici, bisognerebbe innanzitutto accorgersene. Lo fui, a mia insaputa, con Lorena, la donna dei sogni; quella troppo bella, capace di tenerti a distanza come davanti a un quadro che non puoi insudiciare. La conobbi da ragazzino, eravamo coetanei ed era amica di mia sorella, ma trovava sempre il modo di parlarmi perché attratta dall’arte e dal mio carattere decadente. Infilavo le parole come fossero perle, mi appendevo ai più arditi concettualismi solo per il gusto di vedere il suo viso "scolpito dagli angeli" guardarmi con quell’espressione intontita di chi ammira le cose che non comprende. Ero infatuato di lei, ma aveva il fidanzato e io non ho mai amato farmi illusioni. Spesso sbagliando.
Ci perdemmo di vista ma, nel frattempo, trovai la mia vena artistica e diedi sostanza a quelle chiacchiere di gioventù. Ci ritrovammo a ventisette anni, cresciuti. Lei era una donna bellissima: chioma riccia e chiara, splendidi occhi neri sopra un nasino perfetto. Due labbra invitanti incorniciavano un dolcissimo sorriso. Seno prosperoso e vita stretta che, di profilo, disegnava la curva perfetta di un fondoschiena da sogno su due gambe tornite, dalla linea nervosa che si stringeva sulle caviglie sottili di due piedi deliziosi. Io ero in un buon momento quel giorno: modellavo un’opera importante e i miei lavori cominciavano a essere molto richiesti. Era uscito qualche articolo su una mostra che avevo tenuto in città e che aveva fatto rumore; lei, memore dei miei racconti di gioventù, aveva sentito il bisogno di venire a congratularsi di persona nel mio studio. Portava con sé anche una notizia: lei e il suo storico fidanzato avevano deciso di sposarsi. Me lo disse puntando i suoi occhi nei miei, e io mi persi in quelle due macchie perfette di china nera. Si accorse del mio sgomento e, quasi raggiante, mi sbatté in faccia: "Ti ho aspettato per tutti questi anni, perché non sei venuto?". Non mi accorsi della mia felicità, colsi solo il rimpianto e balbettai qualcosa che non ricordo, annichilito dal suo sguardo.
Riuscii a scuotermi e mi resi conto che indossava un vestitino leggero, con una scollatura abbondante, la gonna corta e la pelle già delicatamente abbronzata. Ai piedi portava dei sandali che lasciavano ammirare le unghie smaltate con cura. Aveva portato nel mio spazio un profumo d’estate inebriante e fresco; immaginai a quanti uomini, e pure donne, avesse fatto girare la testa prima di raggiungere me. Stavolta furono i miei occhi a imbarazzare lei. Aveva colto tutta la malizia del mio sguardo e aveva avvertito il pericolo di essere finita nella sua stessa trappola. Era da me, eravamo soli e tutto il mondo era fuori, ignaro. Voleva farmi male per il tempo sprecato, perché mi aveva desiderato e io non avevo capito. Una donna come lei non dovrebbe aspettare nessuno: il mio era stato un sacrilegio. Era venuta a farmi vedere quello che avevo perso, a cui avevo oltraggiosamente rinunciato.
Però non aveva previsto la mia reazione. Non ero più un ragazzino e non scappavo dalla sua bellezza, anzi. Avevo imparato nell’arte, come nella vita, a liberare la mia passione. Cominciai a parlarle come fossimo tornati ragazzini, come piaceva tanto a lei, ma le parole che usai furono quelle di un uomo che confessava il tumulto di quel momento, senza infingimenti. Le dissi:
«Vedi, Lorena, l’arte si nasconde ovunque, anche nel velo di stoffa azzurra che leggero si posa sul tuo corpo desiderabile. E c’è arte nelle tue movenze di donna sensuale, che sa aprirsi agli occhi di un uomo per incantarlo. E io sono sempre stato incantato da te, dal colore della tua pelle, dalle mani che sto guardando e che bacierei. Incantato da quell’orizzonte disegnato dalla tua scollatura perfetta, perché da lì possono sorgere i tuoi deliziosi capezzoli come due soli dai grandi raggi rosa. Frutti preziosi da baciare, leccare e poi mordere. E poi le tue deliziose gambe, lunghe porte del paradiso, affusolate e aperte al punto giusto per farmi trasalire. E ti dico della tua bocca, quasi pornografica adesso che è socchiusa dalla tua sorpresa. E allora mi viene voglia di baciarti.»
La mia mano era già sul suo fianco, le mie labbra sulle sue. I suoi occhi stupiti e meravigliosi si lasciarono attraversare dai miei, e così fece la mia lingua, che varcò le sue labbra per incontrare la sua. Le mie mani di scultore si avvinghiarono avide sul suo corpo: una sul suo seno traboccante e duro, con l’altra alzavo il vestito per riempirmi del suo fondoschiena sodo. Sotto le dita sentivo la stoffa della sua mutandina bianca. "Cosa mi stai facendo?", riuscì a dirmi, ma non era un freno. Accompagnò lei stessa la mia mano tra le cosce per farmi sentire l’umido della sua voglia. Spostai la mutandina e infilai le dita nel suo fiore succoso. Sentii il suo gemito nella mia bocca mentre la baciavo. Ero furioso, e lei non da meno. Ci scoprimmo selvaggi.
La presi di peso e la feci sedere sul mio banco di lavoro, dove provavo a creare opere d’arte. Ora c’era lei: una scultura di carne e colori, di forme perfette che non avevano bisogno d’altro. Ma stavolta non mi limitavo a contemplarle. Vederla con il vestitino scomposto, seduta davanti a me con le gambe aperte e il bianco della mutandina già spostata a mostrare i petali del suo fiore, resterà un’immagine scolpita in me. Le scoprii i seni: dovevo dissetarmi e bramavo le sue coppe perfette; le premevo come un ossesso e succhiavo i capezzoli come un ragazzino capriccioso. Le sfilai la mutandina e mi chinai tra le sue cosce aperte. Baciai il suo piede, la sua gamba e cominciai a leccare il paradiso. Il suo profumo di donna si mescolò al sapore di femmina e potevo gustare tutto, pienamente. Sentivo la sua mano nei miei capelli: all’inizio gentile, poi selvaggiamente rapace quando la mia lingua la faceva trasalire. Succhiavo la gemma tra le sue gambe e sentivo le sue contrazioni, i suoi gemiti, la voce flebile che mi incoraggiava: "Sì, così...".
Poi mi fermó, decisa. Scese dal banco e puntó la mano sulla mia cintura. Slacciata con abilità, abbassó i miei pantaloni e si accorse del mio membro gonfio e pulsante sotto lo slip. Mi guardó con la malizia più femmina del mondo e lo abbassó lentamente, facendo scattare fuori la mia erezione, come fosse rimasta compressa in una scatola. Stavolta fu lei a chinarsi: prense il mio sesso duro in mano, soddisfatta, e lo batté sui seni sorridendomi. Fece girare la mia cappella intorno a un capezzolo e poi continuó a batterlo sul petto. Non lo bació subito, diede una leccata che percorse tutta l’asta. Poi avvolse tutto con la bocca e sentii il velluto sulla pelle. Muoveva la lingua come un’artista, succhiava dolcemente, senza esagerare, e mi guardava per prendersi la sua soddisfazione, per vedermi perso per lei. Rare volte non ho potuto tenere gli occhi aperti dalla goduria; quella fu memorabile.
Si accorse che ero al limite e si fermò. Tornammo a baciarci, per prepararci al gran finale. Si appoggiò sul banco inarcando il suo culo da statua per essere presa da dietro. Come uno schiavo felice, portai la mia bocca nel suo solco delizioso. Diedi lunghe leccate che attraversavano tutto: i petali di carne, il piccolo centro. Gradiva, e tanto. Fu perentoria quando disse: "Chiavami!".
Entrai dentro di lei come nel burro. Era fradicia di desiderio, e io di più. Il battito dei due corpi l’uno nell’altro riempì lo studio. Le presi i capelli e, come fossero redini, cominciai a montarla come una puledra. Impazzivo, e lei con me. Preso dalla frenesia, cominciai a darle qualche schiaffo sulle natiche. La scatenai. Esplose in un amplesso che mi inondò. Urlò il mio nome più volte. Poi si girò repentina, sfilandosi dal mio membro e prendendolo di nuovo tra le mani. Continuò il pompino perfetto che aveva cominciato. Durò ben poco: ero già al limite ed esplosi anche io. Sentivo tutto il mio seme scorrere nella sua bocca e lei che mi stringeva i testicoli per pomparsi tutto in gola, fino all’ultima goccia.
Ero sfinito, avevo il cuore in gola e lei, alzandosi, mi mostrò la bocca piena di me. Ingoiò guardandomi negli occhi. Si infilò la mutandina e si riassettò, bellissima nei suoi gesti misurati. Vederla rivestirsi mi eccitò di nuovo e mi avvicinai, ma lei mi allontanò. Le dissi con un filo di voce: "Non sposarti". Puntai tutto su quella piccola frase. Credevo bastasse. Disse il mio nome e subito dopo: "Ti amo, ti amo proprio. Ma devo sposarlo".
Se ne andò, bellissima com’era venuta. Io cercavo di realizzare quanto successo, ma non ci riuscivo. Per lungo tempo ho ricordato questa storia con amarezza. Oggi, condividendola, credo di aver recuperato un giorno di felicità che mi ero perso.
28 0 1 settimana fa -
6 ore fa
SESSI RIFLESSI
Vidi la sua foto quasi per caso, mentre switchavo distrattamente su un sito dedicato agli amanti degli animali. Mi colpì perché era bizzarra: lei in primo piano, ridente, seduta al tavolino di un locale; sullo sfondo un’altra donna, più seria, quasi rabbiosa nello sguardo. Era un agosto post-pandemico, caldo e immobile. Nell’accidia che mi sbranava, le mandai un saluto, gentile ma privo di complimenti.
Ricambiò telegrafica. Mi venne spontaneo scriverle che il suo sorriso, incorniciato da quelle labbra carnose, era ironico e seducente.
"Scusami, sono al mare e voglio dormire un po’, ma ti prometto che più tardi ti scrivo".
Quel modo disinvolto di rispondere mi agganciò subito. Mantenne la promessa: la sera trovai i suoi messaggi. Aveva studiato il mio profilo – foto vere, pulite, e uno stato civile dichiarato senza giri di parole: sposato. Non cercavamo storie d'amore, cercavamo un incendio. Sapere di abitare a poca distanza fece il resto.
Quando ci sentimmo al telefono la prima volta, la sua voce risvegliò qualcosa che credevo spento da anni. Fu quasi un contatto fisico, una scossa che accelerò tutto. Nel giro di poche sere, le conversazioni clandestine su WhatsApp diventarono sfacciate. Io sposato, lei con un compagno, entrambi a caccia di un brivido nascosto nelle nostre frequenze. Disinibita, senza freni, cominciò a mandarmi foto a seno nudo. Aveva quarant'anni, una quinta abbondante e sapeva che in quella spaccatura di carne pallida sprofondavano gli occhi degli uomini. E i miei con loro.
Le parole e i vocali non bastavano più. Organizzammo una videochiamata in un pomeriggio strategico, scelti tra i vuoti lasciati dai nostri doveri. Io ero solo nel mio studio, senza collaboratori tra i piedi; lei approfittava di un giorno libero e del compagno in trasferta.
Quando lo schermo del mio pc si accese, rimasi muto. Aveva lo stesso sorriso ironico della prima foto e una canotta scura che a stento tratteneva il volume del seno. Ma a rendermi tutto insostenibile furono gli occhiali da vista: un dettaglio inaspettato che la trasformava in un'ossessione colta e ferocemente erotica.
Ero già acceso, affamato, fuori controllo. Lei restava calma, il muso deliziosamente storto a studiarmi, proprio come una professoressa agli esami.
"Fammi vedere il colore dei capezzoli" le dissi. "Lo sai che ne vado pazzo".
Via la canotta, accontentato. Fissandomi nella telecamera, sollevò con la mano uno di quei seni enormi, ne portò l'estremità alle labbra e cominciò a leccarsi, lentamente, per me. Mi sfilai la maglietta per ricambiare, ma la bellezza e l'armonia delle forme era tutta dall'altra parte dello schermo.
"Dovrei essere lì con te, così è una tortura".
"Può succedere" mi rispose, accostando il viso alla telecamera per scrutarmi meglio.
Mi alzai in piedi, mostrando i jeans vistosamente gonfi. Per tutta risposta lei si infilò un dito in bocca, cominciando a succhiarlo senza staccare lo sguardo dal mio: un comando muto, preciso. Abbassai i pantaloni e lasciai che il desiderio saltasse fuori dallo slip, duro e caldo. Lo guardò in silenzio. Poi si allontanò dall'inquadratura per mostrare il resto del corpo: indossava un paio di pantaloncini scuri, così aderenti da stringere i fianchi e disegnare il solco profondo tra le gambe.
"Non porti le mutandine là sotto?"
La mia domanda esigeva una risposta visiva. E lei non si fece pregare. Si girò di schiena e, con un movimento calcolato, quasi teatrale, fece scivolare via i pantaloncini sculettando. Sotto non c'era nulla. Solo la perfezione soda di due glutei pieni che, nella curva inferiore, lasciavano già intuire l'intimità nascosta, ancora chiusa ma pronta a sbocciare.
Vidi spuntare la sua mano da quell'anfratto di carne: mi ricordò una vecchia copertina di Flash Art, una performance fotografica che adesso, però, muoveva le dita per me dal vivo.
Si voltò. Aveva i capelli raccolti in una coda di cavallo, e quegli occhiali sul naso la rendevano insostenibile. I seni enormi, l'incavo dell'ombelico e, più giù, potei finalmente guardare il cespuglio scuro che sormontava il sesso, nascosto solo in parte. Con la mano accompagnavo, lento, il piacere di guardarla.
Lei prese una sedia e si accomodò proprio davanti all'obiettivo, allargando le gambe. Iniziò a toccarsi senza fretta, divaricando le dita per offrire la carne turgida e umida ai miei occhi. Godemmo insieme. Lei tremò sulla sedia, lasciandosi sfuggire un gemito roco; io, rimasto in piedi, liberai il seme denso che mi finì addosso, macchiandomi la pelle.
"Vorrei pulirti io" sussurrò, mentre mi vedeva cercare un fazzoletto di carta.
Ci salutammo con il fiato corto, ma la sera eravamo già al telefono a cercarci di nuovo. Fu allora che iniziammo a calcolare il primo incontro dal vivo, protetti dalla crittografia dei messaggi.
"Tra una settimana lui parte per due giorni"— mi scrisse. — "Scegli il posto"
Scelsi un motel a ore fuori città, un posto discreto che apparteneva alla geografia dei miei vecchi tradimenti. Non era certo un albergo di lusso, ma offriva quello che serviva: un letto e la certezza dell'anonimato. Di quel posto ricordavo un dettaglio preciso: ogni stanza aveva un grande specchio laterale che costeggiava il materasso. Lo specchio perfetto per continuare a guardare.
Le comunicai il piano. Le dissi di prendere la metropolitana, come faceva ogni mattina, e di scendere a una fermata periferica. Lì l'avrei aspettata io in sella alla moto, con un secondo casco pronto per lei: era l'unico modo per infilarsi nel cortile dell'albergo a visi coperti, senza rischiare di essere riconosciuti.
I sette giorni successivi furono un'attesa ossessiva. Continuammo a scambiarci messaggi e immagini ravvicinate, ma stringemmo un patto spietato: vietato toccarsi fino al giorno dell'incontro. Volevamo arrivare a quel letto con tutta la fame intatta.
Ci incontrammo all'uscita della metro. Mi vide sulla moto e mi raggiunse: t-shirt e jeans, l'uniforme dell'ordinario che le avevo suggerito per mimetizzarsi. Ci scambiammo un bacio rapido sulla bocca, il tempo di infilare i caschi e volare verso il nostro covo.
Sbrigate le formalità all'ingresso, salimmo in camera tenendoci per mano come bambini sulle giostre. La lasciai entrare e mi chiusi la porta alle spalle. Fece per voltarsi, forse per dire qualcosa, ma non le diedi il tempo: le fui addosso, ci avvinghiammo. Toccavo tutto ciò che avevo desiderato per una settimana; per uno scultore, verificare le forme attraverso il tatto è l'unica vera conferma della vita. Le sfilai la maglietta, scoprendo un reggiseno già scomposto dalle mie mani, che tagliava a metà il pallore della pelle non abbronzata. Preso dalla foga, agganciai i ferretti tirandoli verso l'alto, facendole un po' male.
Lei mi impose la calma con un gesto fermo. Si slacciò il reggiseno da sola, lasciando liberi i seni enormi e i capezzoli chiari, poi si sfilò i jeans. Restò in perizoma nero.
“Aspetta” mi disse.“Siediti sul letto e stai buono”.
Obbedii, placando il respiro. In quell'istante di sospensione mi guardai intorno e lo vidi, alla sinistra del materasso: il grande specchio laterale che ricordavo. Il nostro doppio era già lì, pronto a spiarci.
“Sai cosa mi piace di te? Quando mi parli d'arte o mi dici cose erotiche. Ma adesso voglio che tu capisca bene come fa sesso una puttana in calore”.
Si accostò al letto. Si girò di schiena per sfilarsi il perizoma e si piegò a novanta gradi, offrendo la sua intimità bagnata direttamente alla mia bocca, per farmi respirare l'odore della sua voglia.
"Adesso, bambino capriccioso, succhia tutto per bene".
Si voltò di nuovo e mi offrì il petto, strusciando i seni contro le mie guance prima di imboccarmi i capezzoli, uno alla volta, più volte, prendendomi la testa tra le mani.
Mi sfilò la maglietta e mi distese sul letto. Iniziò a carezzarmi il torace e a baciarmi il petto, leccando i miei capezzoli, mentre il peso dei suoi seni si schiacciava contro di me. Quando la sua mano scivolò lungo i pantaloni, trovò una carne già tesa al massimo. Scese più giù, slacciò la cintura e buttò giù i jeans, scoprendo lo slip teso. Prima di abbassarlo, afferrò la stoffa con i denti in una finta morsa, fissandomi negli occhi per ricordarmi chi fosse la predatrice.
Liberò il mio sesso, durissimo, e lo serrò nell'incavo tra i suoi seni. Ci giocò per qualche istante, poi lo prese in mano, usandolo per battersi leggermente i capezzoli, prima di leccarne la punta e affondarlo in bocca.
Sentire le sue labbra mentre guardavo il nostro riflesso nello specchio mi tolse il fiato. La implorai di darsi a me, di lasciarmi ricambiare quella fame. Lei assecondò il mio impeto: incrociammo le posizioni sul materasso, lei accostò il suo ventre al mio volto, e ci incastrammo in un bacio cieco di bocche e di carne.
Affondavo con la lingua dentro la sua intimità, mentre le mie dita esploravano la carne più stretta e nascosta dietro. Gradiva. Inumidii la punta dell'indice e la spinsi dentro di lei. Trasalì per l'audacia, poi tornò a succhiarmi con decisione: non voleva concedermi alcun vantaggio.“Sei bravo, un vero artista” mi disse, staccandosi all'improvviso e privando la mia bocca del suo sapore. “Adesso lo voglio dentro. Tu resta fermo lì”.
Rimasi disteso. Lei si spostò appena più avanti, portando il ventre a ridosso del mio sesso eretto. Lo afferrò con la mano e iniziò a strusciarlo contro la vulva, con calma, esasperando l'attesa; poi si sollevò su un fianco e lo guidò dentro di sé. Guardavo le sue spalle e la linea perfetta dei glutei riflessi nello specchio laterale, mentre lei, sinuosa, oscillava su di me. Roteava il bacino per accogliere tutta la lunghezza, poi puntò le mani sul materasso e cominciò a muoversi, facendolo entrare e uscire a un ritmo sempre più serrato.
Il battito dei corpi e il nostro ansimare riempivano la stanza, mentre lo specchio laterale mostrava la verità di quel corpo a corpo: due figure, una sull'altra, incastrate dentro lo stesso ritmo. Lei era al comando, decideva le geometrie del movimento.
La posa successiva la decise lei, mettendosi a quattro zampe sul letto perché la montassi da dietro. Le dissi di posizionarsi in direzione dello specchio, così da poter guardare la sua faccia e i seni penduli che oscillavano sotto i miei colpi.
“Guarda” le dissi. “È come possederti due volte. È pazzesco”.
La settimana di astinenza stava per esplodere. Avevamo spiato i nostri colori proibiti e le forme più nascoste attraverso uno schermo, ma finché tutto si riduceva a masturbarsi davanti a un monitor, restava sempre un senso di incompiuto, qualcosa di trattenuto. Adesso eravamo l'uno dentro l'altra, carne nella carne. Respiravamo l'odore acido della nostra voglia; le bocche avevano già ingoiato i sapori mescolati dai baci. E lo specchio era lì a restituirci i sessi riflessi, uniti, senza più l'inganno della distanza.
L’orgasmo arrivò travolgente. Rimontò su di me, stavolta di fronte, mentre io, disteso, le reggevo e le strizzavo i seni. Spingeva e si strusciava, invasata di piacere. Capii che era al limite: le pizzicai i capezzoli dando forti spinte dal basso, sollevandole il bacino. La vidi, bellissima, infilarsi due dita tra le labbra per leccarle senza vergogna, un attimo prima di gridare la sua estasi.
Riuscii a tirarmi fuori in tempo. Lei si allungò sul materasso, posizionando il viso proprio sotto il mio sesso. Voleva il mio seme sul volto, e la accontentai. Mi liberai, scaricando una foga accumulata per giorni: le coprii le labbra, le guance, le ciocche dei capelli, riservando le ultime gocce alla pelle pallida dei seni. Poi lei si sollevò, mi ripulì con la lingua e mi guardò dritta negli occhi.
Fummo felici. Non avevamo mai avuto dubbi su quell’incontro, né avevamo intenzione di mescolare la nostra quotidianità con l'angolo segreto che eravamo stati capaci di inventare. Ci serviva solo quello spazio di carne per evadere, per un pomeriggio, dalla noia del mondo.
37 0 1 settimana fa -
41 minuti fa
Anagrafe vs. Anima: Il corto circuito del desiderio
Ogni mattina, quando apro gli occhi, la mia mente parte a una velocità che il corpo non sente il bisogno di giustificare. Ho la curiosità di un ventenne, l’ironia di chi ne ha vissuti quaranta e la determinazione di chi non ha mai smesso di comporre la propria colonna sonora. Eppure, c'è un ostacolo: un numero. Un numero scritto su un pezzo di carta che, agli occhi di troppe persone, funge da filtro insuperabile.
È nel campo del desiderio che questo scontro diventa più evidente e, se vogliamo, più assurdo. Perché l’erotismo non è una questione di data di nascita, ma di vibrazione, di gioco, di mente che sa correre. Eppure, anche qui, troppe persone si lasciano condizionare da una carta d’identità che detta sentenze su cosa "dovresti" provare o su chi "dovresti" frequentare. La mia vitalità è, anche e soprattutto, una carica di desiderio che non conosce le limitazioni che altri si impongono. La mia mente resta fantasiosa, affamata di complicità e di gioco, proprio come quando tutto è iniziato.
A chi si sente "fuori taglia" anagrafica: siete soli o siete semplicemente troppo avanti? E a chi si ferma alle apparenze: cosa vi state perdendo ogni volta che voltate le spalle a qualcuno solo perché il suo anno di nascita non vi convince?
La musica più bella non è quella che segue per forza il tempo, ma quella che ha il coraggio di emozionare. E, alla fine, la vera domanda è: chi ha il coraggio di uscire dagli schemi e scoprire che la musica più intensa, quella che toglie il fiato, non è quasi mai quella che si trova in cima alle classifiche anagrafiche?
36 0 1 settimana fa -
8 ore fa
Risveglio febbrile...
Sorgi adesso dentro,
incorporeo ma intenso,
scandito,
convulso,
febbrile,
come dissesto che squarcia il tremolio del corpo e incalza un flebile,
passionale respiro che nel petto risuona.
Risveglio dei sensi,
ansia famelica d’assenza.
Disarmata mi travolgi in istanti di turgido bramare.
Cingi i polsi,
sbiadisco la voce roca mentre il sole già dardeggia sulla pelle che trema.
66 2 2 settimane fa -
5 giorni fa
Tu, la Luna
E come la luna tu appari e scompari nell'oscurità,
tu che la notte mi guidi col tuo pallido candore,
tu che nei silenzi sai essere di conforto,
tu che mi sembri così lontana ma così vicina.
Come la luna mi illumini nel mio tetro vivere,
rotto dal tuo essere presente nella mia vita,
quella vita che sembrava piatta e ora non lo è più...
Io posso solo ammirarti e cercare un po di luce riflessa da te sperando che quella luce prima o poi mi illumini e mi salvi.
Tu come la luna meravigliosa nella notte e nei miei sogni...
63 1 2 settimane fa -
6 ore fa
UNA SERATA DA LUCIFERO (parte seconda)
Seduti a quel tavolino, la musica azzerava i discorsi; ogni pensiero esigeva che le nostre bocche arrivassero a sfiorare l'orecchio dell'altro. I miei sguardi continuavano a precipitare nella sua scollatura, e qualsiasi frase pronunciassi era solo un paravento per nascondere l'unico, reale desiderio. Marta, al contrario, sembrava grata di quel silenzio forzato. Aveva gli occhi piantati sulla pista, e quel suo guardare altrove finì per tapparmi la bocca. Intorno a noi, corpi maschili e femminili si muovevano a ritmo, cercandosi in un erotismo esplicito, mentre ai tavoli l'intimità si consumava senza chiedere il permesso a nessuno. Sotto i lampi stroboscopici, il Lucifero sembrava davvero una bolgia pagana, un inferno di buio e luce dove la carne celebrava se stessa. Marta scrutava la folla, cercava qualcosa, e il fatto che non mi guardasse più cominciò a ferirmi. Ero diventato invisibile nel giro di un brindisi.
"Aspetti qualcuno?"le dissi, nel tentativo di colpire il suo distacco.
Si voltò di scatto, sorpresa dalla mia durezza.
"No. Anzi, volevo ringraziarti di essere qui. Non puoi immaginare quanto mi faccia piacere".
Credetti di aver raddrizzato il timone e decisi di affondare il colpo, giocando la carta della sincerità:
"Sei magnifica stasera, Marta. E sei la sorpresa più grande che mi sia capitata".
Presi fiato, pronto a rovesciarle addosso tutto il peso della mia attrazione, ma lei mi troncò sul nascere, gelando l'aria:
"Non correre".
Si alzò di scatto, intimandomi di aspettarla: doveva parlare con qualcuno nel locale e mi avrebbe spiegato tutto più tardi. Prima di sparire nella calca, mi stampò un bacio improvviso sulle labbra, lasciandomi un ordine a fior di pelle:
"Non andare via".
Non ci pensavo affatto. Ordinai un altro rum e, invece di rintanarmi nell'ombra del tavolo, scesi in pista. Per chi vive dietro una console è raro ballare, ma l'alcol in circolo, la musica e il sapore di Marta mi avevano messo addosso una foga nuova. Un uomo maturo si affiancò intercettando il mio ritmo; lo assecondai senza pensarci, mentre le due ragazze che prima si baciavano si unirono a noi, trascinando il resto della pista. Era la musica di Madonna, al massimo volume, a farci ballare dentro l'inferno del Lucifero.
La pista alimentava la mia determinazione. Al suo ritorno avrei agito: quel bacio improvviso, rimasto a bruciare sulle labbra, era il mio lasciapassare.
Invece il tempo passava a vuoto. Mandai giù un altro rum e iniziai a cercarla per tutto il locale, muovendomi come un fantasma tra la calca. Di Marta nessuna traccia. Sentivo le emozioni fare l'altalena nello stomaco, un saliscendi di rabbia e desiderio che mi spinse quasi ad andarmene. Poi ricordai che il suo blazer nero era ancora là, abbandonato al tavolino; io ne ero il custode.
Mi placai e tornai mesto al mio posto. Dalla console adesso passavano gli Alphaville; era l'ora dei lenti, quella in cui i locali notturni iniziano a mostrare le macerie della festa. Fissavo quella giacca scura ripiegata sulla poltrona. Sembrava un'ombra. La sua ombra: un perimetro vuoto, nero e indefinibile.
Poca gente in pista, ormai; tutti erano sui divani, ombre contorte come il blazer di Marta. Continuavo a bere per stordirmi, per perdermi. Chiusi gli occhi per far entrare la musica, il mio balsamo.
Sentii il bicchiere sfilarmi dalle mani. Riaprii gli occhi: Marta era tornata, indemoniata. Poggiò il vetro sul tavolino e sollevò la gonna stretta per cavalcarmi. Nel movimento delle gambe, il flash di un faretto benedetto mi mostrò il bianco della mutandina. Si mise a cavalcioni sul mio desiderio, inginocchiata sullo stesso divano, di fronte a me. Mi baciò con foga; sentii per la prima volta il suo sapore, mentre lei assaggiava il mio, corretto al rum. Le lingue si intrecciarono e le mie mani persero ogni controllo. Le premevo il petto e lei spingeva sul loro dorso. Lo voleva, voleva di più.
Si staccò un attimo, il tempo di allargare la scollatura e offrirmi i capezzoli, che iniziai a prendere in bocca, assetato. Mi teneva le mani inchiodate tra i capelli, guidando il mio impeto. La pienezza delle sue forme era una delizia per le mie mani di scultore; i capezzoli turgidi sotto le mie labbra esigevano una fame senza freni. E così feci. Lei strusciava il sesso coperto contro i miei pantaloni, esasperando l'erezione. Eravamo persi. Entrambi. Nessuna parola, solo un avvinghiarsi di bocche e di dita che allungavo sulle cosce tornite, sui muscoli in trazione, fino alle caviglie e ai piedi nervosi.
"Adesso alzati" mi ordinò con sicurezza.
Sapeva che non avrei fatto domande. Si staccò da me, mi alzai e lei fece lo stesso, con il petto ancora scoperto, sensuale quanto la schiena che offriva all'indifferenza degli altri. Si chinò, mi slacciò la cintura e mi buttò giù i jeans. Il mio slip era gonfio, già umido di voglia. Abbassò anche quello, guardando soddisfatta la mia carne saltare fuori, dura e pulsante.
Al tocco delle sue labbra chiusi gli occhi: sentivo solo lei, la sua passione, la sua abilità. Quando li riaprii, vidi ai miei piedi la sua ombra felina, colorata a intermittenza dalle luci, che sembrava guardarmi. Allungai una mano per premerle il seno, poi l'altra tra i capelli per spostare una ciocca, per assecondare il ritmo con cui mi succhiava il desiderio.
Il piacere mi faceva cedere le gambe, quando, proprio in quel momento, le luci del locale si accesero. Mi paralizzai. L'illusione della notte si squarciò all'improvviso. Sui divani intorno, i neon illuminavano corpi seminudi ancora avvinghiati, che continuavano a fare l'amore senza curarsi di dare spettacolo. Contro un pilastro, una donna urlava il proprio orgasmo, sopra una ragazza piegata tra le sue cosce. Fu un istante assoluto, una Sodoma e Gomorra rivelata dalla luce bianca dei tubi al neon. Solo un istante, perché Marta, immune a tutto il resto, non accennava a fermarsi; e io stesso, stretto tra il delirio della sua bocca e il rum che mi incendiava la testa, ricominciai ad accompagnarla, affondando le dita tra i suoi capelli.
Anche la musica era finita, ma continuavano a sentirsi i battiti dei corpi, i gemiti sordi dei godimenti. Nell'aria ristagnava un misto di profumi, odore di umori e di voglia. Guardai Marta negli occhi: sentivo l'orgasmo ormai imminente, e lei non aspettava altro. Ebbi appena il tempo di avvisarla, ma lei non tolse la bocca. Al contrario, serrò le labbra e aumentò il ritmo della mano e della testa, fino a farmi godere come un selvaggio. Non perse una goccia. Tirò fuori la lingua per mostrami il mio stesso seme, poi si alzò e si avvicinò a due ragazzi che si stavano masturbando su un divano nascosto poco distante.
Erano i suoi due amici, quelli che l'avevano baciata all'ingresso, appostati lì a godersi il film di cui ero stato il coprotagonista inconsapevole. Con la lingua ancora bagnata di me, li baciò entrambi sulla bocca; al contatto delle sue labbra, tutti e due vennero, senza staccare gli occhi dai miei.
Mi resi conto di avere i pantaloni abbassati, il sesso ancora scoperto ed eretto: ero diventato lo spettacolo della serata. Lo sfinimento svanì in un colpo solo, sostituito da una vergogna violenta. Mi tirai su gli slip e i jeans in fretta, tra risolini soffocati e qualche timido applauso dal buio. Guardai Marta, che continuava a baciarsi con uno dei due.
"Sei una stronza!"le urlai.
Feci per andarmene, ma lei mi rincorse, bloccandomi lungo il corridoio.
"Stammi a sentire, stronzetto. Credi davvero che il mondo ti giri intorno? Come quando al mattino in Accademia mi racconti di quelle troiette che riesci a scoparti solo per far colpo su di me? Che noia sentirti, se sapessi! Stasera ti ho ringraziato per essere venuto perché mi occorreva un accompagnatore. Qui le donne non scendono se non sono accoppiate. Avevo litigato con tutti i miei amici, soprattutto con il mio preferito. Quando ti ho lasciato al tavolino, ero dentro un separé a chiarirmi e a scopare con lui. Poi gli ho fatto un regalo. Tu. Ma non puoi lamentarti: non sono persa di te, e ti ho fatto un pompino solo per compiacere lui. Ne hai goduto anche tu. Forse come mai nella tua vita.
La rabbia mi pervadeva, ma dopo quella sfuriata mi accorsi di non avere più parole. Non avevo nemmeno ragione; ce l'aveva lei. Presi il coraggio necessario per salutarla senza disprezzo, guardandola negli occhi:
"Buonanotte, Marta. Ci vediamo lunedì in Accademia. Ti offro il caffè".
E andai via, da solo, nella luce fredda dell'alba.
52 0 3 settimane fa -
4 ore fa
Perché sotto la doccia??
Gentilmente qualcuna mi spiega perché sotto la doccia a me il c**zo si indurisce tantissimo?
Vuoi fare la doccia insieme? così assisti al fenomeno e lo appuri? 😂😛🐷😈😘
55 0 3 settimane fa -
6 ore fa
UNA SERATA DA LUCIFERO (parte prima)
Questa storia parla di Marta. La conobbi in Accademia, quando decisi di riprendere gli studi artistici. Io avevo poco più di vent'anni; lei ne aveva trentuno, era insegnante e figlia di insegnanti, prigioniera di quell'aula solo per ottenere un pezzo di carta obbligatorio. Avevamo entrambi profonde occhiaie. Le mie venivano dai dischi che mettevo nei night club fino all'alba; le sue non erano colpa dell'età o dello studio, ma il prezzo di una seconda vita che nessuno, lì dentro, poteva immaginare.
Di giorno Marta era una fortezza, blindata in pullover accollati e compostezza borghese. Non legava con nessuno. Io non cercavo di meglio: arrivavo in aula tardi, con i bassi del locale che mi rintronavano ancora in testa, e mi isolavo a impastare la creta. Fu proprio la creta a tradirci. Una mattina, mentre modellavo a sguardo basso, avvertii i suoi occhi addosso. Non era la distrazione di una studentessa; era un esame lento, spietato, che partiva dalle mie mani sporche di fango e risaliva fino alle mie occhiaie. Quando alzai la testa, lei non distolse lo sguardo. Con un cenno improvviso, mimai il gesto di bere un caffè.
Ci ritrovavamo al bancone del bar. Non provavo alcuna attrazione per lei, solo una profonda curiosità: nei locali in cui lavoravo ero circondato da donne disinibite, e lei ne era l'assoluta nemesi. Si definiva un'intrusa senza talento, lì solo per timbrare un cartellino burocratico; le serviva solo il titolo. Io le parlai delle mie notti, ma anche della mia determinazione a dominare la scultura. Da quel giorno, il caffè divenne il nostro rito quotidiano. Ogni mattina ci scambiavamo frammenti di vita e, lentamente, anche qualche vizio nascosto.
Per quanto le mie storie notturne la incuriosissero, nei suoi occhi non c'era mai sorpresa. Aspettò il momento in cui capì di potersi fidare ciecamente per lasciar cadere la maschera.
"Frequento i locali gay. E soprattutto i gay" mi disse a bruciapelo.
Incassai il colpo, cercando di fare l'uomo di mondo: le risposi che era naturale, che a una donna potessero piacere le donne. Marta scosse la testa e mi fulminò:
"Guarda che a me piace il cazzo!".
Voleva uomini che amavano gli uomini. Lo trovava stimolante, appagante, un piacere strappato al confine di un mondo non suo. Quella rivelazione fece saltare tutti i miei punti di riferimento. Cosa cercava allora in me, l'esatto opposto di quel mondo? La confusione lasciò spazio a un interesse morboso, totale.
Passammo giorni in uno stallo sospeso, evitando di sfiorare l'argomento, finché non fu lei a rompere il silenzio:
"Domani sera vado al Lucifero. Se ci vieni con me, mi fa piacere".
Sapeva che ero libero dal mio lavoro e che quel posto lo conoscevo bene: prima di diventare un locale gay, era stato uno dei night club in cui mettevo i dischi.
"Va bene, Marta. Ci vengo".
La mattina dopo non venne in Accademia e ne fui quasi contento. La situazione mi turbava; speravo che la serata al Lucifero saltasse. Verso le sette di sera, invece, Marta telefonò:
"Vediamoci direttamente lì alle dieci e mezza. Arrivo in taxi".
Fui puntuale, lei no. Dopo quasi tre quarti d'ora di attesa sul marciapiede, vidi l'auto accostare. Quando lo sportello si aprì, la fortezza borghese si sgretolò sotto i miei occhi. Prima i piedi, stretti nei tacchi alti, poi le gambe nude che cercavano l'asfalto. Indossava un abito bordeaux così aderente da sembrare una seconda pelle, con una scollatura ampia che rivelava due seni pallidi e sodi. Sopra aveva solo un blazer nero appoggiato sulle spalle, lasciato aperto. In Accademia nessuno l'avrebbe riconosciuta. Nemmeno io, se non fossi stato lì, testimone impietrito di quella metamorfosi.
Mi prese la mano e scendemmo i gradini del Lucifero. Sotto le luci stroboscopiche incrociai sguardi magnetici e sospettosi: uomini e donne che riconoscevano l'intrusa, ma non il ventenne che la seguiva. Adesso era lei ad aprire la strada nel locale dove un tempo suonavo i miei dischi. Muovendosi tra la calca con una disinvoltura che in Accademia le avrei creduto impossibile, intercettò subito i suoi amici. Un paio di ragazzi bellissimi le andarono incontro, la avvolsero, la baciarono sulle labbra con una familiarità che mi diede fastidio. Quando mi presentava, stringevo mani e sorridevo con l'imbarazzo di chi è stato privato del proprio territorio. Eppure, in mezzo a quel frastuono di corpi e sguardi complici, provavo un'eccitazione del tutto nuova. Ero vulnerabile, e lei era maledettamente attraente.
Il locale aveva cambiato nome, non la struttura. In fondo, immersi nell'ombra, c'erano ancora i divani bassi e i tavolini disposti lungo il perimetro. Marta scelse dove appostarsi. Si sfilò il blazer e si voltò, offrendomi la schiena completamente nuda fin sotto la vita. Per me fu un saggio di scultura: le scapole affilate, la linea della colonna vertebrale, quel chiaroscuro intermittente che le luci stroboscopiche disegnavano sulle sue forme.
Si girò di scatto, intercettando il mio silenzio, e rise:
"Che hai da guardare?"
Non riuscii a rispondere. Marta si fece seria, come se avesse letto l'incendio nei miei occhi, poi spezzò la tensione con una risata:
"Vado alla toilette. Tu intanto ordinami un Negroni. E mi raccomando: attento ai bellissimi maschietti che ci girano intorno. Soprattutto ai miei amici, sono i più pericolosi".
All'altezza del bancone il locale riacquistò i suoi vecchi odori. Ordinai il suo Negroni e un rum per me. Sentii una mano scivolare sulla spalla. Un ragazzo mi sorrise, stringendo la presa:
"Che ti ha fatto quella troia di Marta? Piccolo mio, attento, è una strega... Scherzo!"
Dalla carezza passò a una pacca cameratesca. Intorno qualcuno rise. Incassai il colpo, accennando un sorriso complice: in quel posto ero io l'intruso, e mostrare i denti sarebbe stato un errore.
Tornai al tavolo con i bicchieri. Mi sedetti, lasciandomi cullare da un acuto in falsetto di Jimmy Somerville che tagliava la nebbia del locale. Marta riapparve all'improvviso, dondolando sui tacchi:
"Ma come, non mi aspetti per brindare?"
Le porsi il bicchiere scusandomi. La guardai e realizzai che la donna di fronte a me era una perfetta sconosciuta. Una sconosciuta così desiderabile da rendere inutile qualsiasi tentativo di difesa.
57 0 3 settimane fa -
1 mese fa
Sono troia?
Sono andata a fare la spesa vestita, anzi quasi svestita, fa caldo!
c'era uno di questi africani ai carrelli che offrono aiuto in cambio di una monetina, beh il maiale ha iniziato a guardarmi il culo in modo un po' troppo esplicito.
Poi mi ha seguito fino alla mia auto con la scusa del carrello e io beh ho guardato il suo pacco ed era mostruosamente eccitato e grosso, così l'ho fatto salire e siamo andati ad appartarci poi il maiale ha iniziato a toccarmi e a leccarmi il collo. Non ho più resistito e gli sono saltata sopra, aveva un uccello davvero grosso e duro. alla fine mi ha dato una gran botta e mi ha sborrato in faccia.
194 6 1 mese fa