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Preludio a corde tese.

Preambolo:


Il racconto che segue nasce da as.i.am ...dalla sua presenza, dalla sua voce, da ciò che ha saputo muovere senza mai forzare...Non è stata una semplice conversazione, ma un incontro che resta. Un passaggio condiviso con una persona che, in ogni sua sfumatura, si rivela sorprendentemente interessante. Una presenza matura, composta, che non invade mai...accompagna. Ti prende per mano con una delicatezza quasi inusuale e ti introduce, con passo lento e sicuro, nel proprio mondo. Di lui non c’è nulla da decifrare. Non servono chiavi, né interpretazioni. C’è solo la possibilità di viverlo...di lasciarsi attraversare dalla sua quiete, dalla sua misura, da quella intensità discreta che non chiede attenzione ma la merita.


A lui va la mia gratitudine più sincera...per la generosità con cui ha aperto quello spazio, per la cura con cui lo ha reso abitabile, e per avermi permesso di attraversarlo senza mai farmi sentire ospite. Grazie!


 


 


Vi consiglio di leggere questa pagina in compagnia dell’Adagio per archi di Samuel Barber.
Lasciate che la musica inizi qualche secondo prima delle prime parole e accompagni l’intero svolgimento della partitura, fino all’ultimo silenzio. Il brano, nella sua lentezza quasi intollerabile e nella sua tensione mai del tutto risolta, è la chiave d’ascolto più fedele a ciò che
vi sto per raccontato.


 


Questa non è una storia. È una partitura. Quattro movimenti per orchestra d’ombre e di carne, scritti in una tonalità minore che non risolve mai del tutto. Si esegue al buio, o quasi. Si ascolta con la pelle.


I – Andante solenne
II – Adagio sospeso
III – Allegro febbrile
IV – Coda sospesa


Nessun applauso alla fine. Solo il residuo di un’eco che continua a vibrare nelle corde ancora tese.





I – Andante solenne


La stanza si apriva come un primo movimento in re minore.
Altezza di soffitto che tratteneva l’eco, pareti di un grigio caldo che sembravano assorbire la luce invece di rifletterla. Al centro, il letto...una piattaforma isolata, distante da ogni muro, immersa in una penombra densa come un accordo tenuto troppo a lungo. La luce, filtrata da una tenda pesante, cadeva in strisce lente, quasi a tempo di battuta.


Su quella superficie nera lei giaceva già legata.


Le calze a rete stretta di seta, ancora calde del suo corpo, erano state trasformate in legacci. Avvolte attorno ai polsi e alle caviglie con precisione, poi fissate da lunghe strisce di nastro opaco color cenere. Le mutandine, strappate una sola volta, erano diventate il nodo centrale di ogni vincolo...un frammento di tessuto intimo che ora teneva prigioniera la stessa pelle che aveva protetto. Ogni lieve tensione produceva uno scricchiolio secco, come il pizzicato di una corda di contrabbasso.


Sopra gli occhi, la maglietta nera arrotolata fungeva da benda. La bocca restava ancora libera.


Accanto al fianco destro, sul lenzuolo, giaceva l’oggetto di vetro scuro. Pesante, freddo, dalla curva leggera.


II – Adagio sospeso


Cominciai dalle mani.


Le dita aperte, bloccate dalle calze e dal nastro, erano già una dichiarazione. Le sfiorai prima con il dorso, poi con i polpastrelli, tracciando linee lente lungo i tendini, premendo sui punti dove il sangue batteva più forte. Poi la bocca. Lingua calda che scivolava tra le sue dita, le prendeva una a una, le tratteneva con una lentezza quasi rituale. Un tremore le salì lungo le braccia e si disperse nelle spalle, come un’onda che attraversa l’orchestra e poi si spegne.


Continuai. Interno del polso. Piega del gomito. La linea delicata sotto l’ascella. Ogni punto veniva assaggiato, abbandonato, ritrovato più tardi con un tocco diverso. La tenevo in uno stato di attesa permanente, come un pedale tenuto sotto un’armonia che non risolve.


Quando finalmente la mano scese tra le cosce, la trovai già aperta, già lucida. Non entrai subito. Sfiorai soltanto. Indice e medio che scivolavano lungo le pieghe esterne senza mai separarle del tutto, pollice che premeva sul piccolo bottoncino gonfio con pressione irregolare, a tratti quasi assente. Un suono basso le uscì dalla gola. Allora aprii. Due dita scivolarono dentro il suo centro con una lentezza solenne, si curvarono, cercarono, trovarono. Allo stesso tempo il pollice premette sulla soglia nascosta, la circondò, la penetrò solo con la punta. La doppia invasione era sincronizzata ma non uguale...dentro di lei un ritmo lento e profondo, nella soglia proibita una pressione quasi statica, che aumentava di millimetro in millimetro, come due sezioni orchestrali che si inseguono senza mai coincidere.


La lingua arrivò dopo.


Dalla soglia risalì, raccogliendo tutto, fino al piccolo bottone, poi di nuovo giù. Non c’era fretta. Solo un movimento circolare, paziente, che alternava l’ingresso delle dita e leccate lunghe. Le calze e il nastro scricchiolavano ogni volta che lei cercava di chiudere le gambe o di sollevare i fianchi. Non poteva.


III – Allegro febbrile


Mi alzai.


Presi la sfera nera. Gliela posai prima sulle labbra, la feci sentire, fredda e liscia. Poi la spinsi dentro. I denti si chiusero intorno alla sfera. La cinghia di cuoio le strinse dietro la nuca con un click secco, netto come un colpo di timpano. Il suono che uscì dalla sua gola fu un gemito rotto, umido, quasi liquido, soffocato dalla sfera stessa.


Solo allora presi l’oggetto di vetro.


Lo passai prima sulle pieghe già gonfie e bagnate, lo feci scivolare avanti e indietro senza entrare. Poi lo spinsi dentro il suo centro con una sola, lunghissima spinta. Lei si inarcò. Le dita della mia mano libera tornarono alla soglia nascosta, questa volta due, che entrarono lentamente mentre il vetro continuava a muoversi. Il contrasto era voluto...il freddo liscio dell’oggetto e il calore vivo delle mie dita. Alternavo. A volte il vetro restava fermo in fondo, mentre le dita lavoravano la soglia con movimenti circolari. A volte estraevo il vetro e lo spingevo contro l’apertura proibita, lo facevo entrare solo con la testa, poi lo ritiravo e lo rimettevo nel suo centro. Ogni passaggio era accompagnato dalla mia voce bassa, quasi un sussurro, che le diceva quanto fosse aperta, quanto fosse presa, quanto il suo corpo stesse cedendo pezzo per pezzo.


La mano destra, l’unica libera, la guidai a chiudersi intorno alla mia tensione viva. Non doveva muoversi. Doveva solo tenere. Sentire.


IV – Coda sospesa


Il tremore partì dai polsi legati. Salì lungo le braccia, attraversò le spalle, scese nel ventre. La sfera nera smorzava i suoni, ma non riusciva a nasconderli del tutto. Quando il piacere la travolse, fu una contrazione lunga, violenta, che le fece tendere ogni muscolo contro le legature. Il nastro strise. Le calze scricchiolarono. L’oggetto di vetro venne spinto fuori a metà dalla forza delle sue spasmi. Io lo riafferrai e lo tenni dentro, fermo, mentre le dita continuavano a muoversi nella soglia con delicatezza crudele, prolungando ogni ondata.


Quando il corpo si abbandonò, infine, era lucido di sudore e di altro. La maglietta nera si era spostata abbastanza da lasciar vedere un occhio semiaperto, vitreo.


Mi mossi allora sopra di lei.


Le ginocchia ai lati della testa. Le mani che aprivano leggermente la cinghia della sfera, quanto bastava. E poi la mia pienezza calda che scivolava dentro quella bocca ancora tremante, oltre la sfera di gomma, fino in fondo. Non mi mossi subito. Restai lì, fermo, sentendo solo il calore, la lingua che si muoveva per riflesso, il respiro che le usciva dal naso contro la mia pelle.


Poi, lentamente, cominciai a muovermi.
Brevi, profonde spinte. Il silenzio della stanza si riempì del suono umido della sua bocca e del leggero scricchiolio delle legature. Il piacere salì in me come un’onda lunga, solenne, inevitabile. Quando arrivò, fu una scarica silenziosa e totale...il corpo si tese, il respiro si spezzò, e tutto si riversò dentro quella bocca ancora legata, mentre lei restava immobile sotto di me, accolta e prigioniera allo stesso tempo.


Il silenzio tornò a riempire la stanza.
Solo il suono del respiro che si faceva di nuovo regolare e il leggero scricchiolio delle legature ogni volta che un postumo brivido la attraversava.


Come un preludio che non risolve.
Come una musica primordiale che resta sospesa nell’aria.


 

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