L’appartamento di Andrea sapeva di pulito e di legno, un ordine quasi chirurgico che a Giulia metteva un po’ d’ansia, lei che portava il disordine vitale di Mergellina nei capelli e nei pensieri.
"Sei proprio un metodico, eh? Pure i cuscini sono in riga", scherzò lei, togliendosi le scarpe e camminando scalza sul parquet levigato.
Andrea ridacchiò, mentre armeggiava con una macchina per il caffè che sembrava un pezzo di ingegneria aerospaziale. "L’ordine serve a concentrarsi sul risultato, Giulia. E tu hai una missione: ammettere che questo caffè è più buono di quello che bevi sotto casa tua."
Giulia incrociò le braccia, appoggiandosi al bancone con una sfida negli occhi. "Uè, architetto, vola basso. Il caffè per noi è sangue, è preghiera. Tu ci metti la precisione, ma ci vuole il cuore per farlo salire bene."
"Guarda e impara", rispose lui.
Non usò la moka, ma un metodo a infusione lenta che Giulia guardò con sospetto. Andrea pesò i chicchi, li macinò al momento sprigionando un profumo che, doveva ammetterlo, era stordente. La gestualità di lui era lenta, quasi sensuale. Ogni movimento delle braccia sotto la camicia arrotolata era calcolato, sicuro.
Quando la tazzina fu pronta, Andrea non gliela porse subito. Si avvicinò a lei, tenendo il piccolo contenitore di ceramica scura tra le mani, come un segreto.
"Senti l’aroma", disse lui, accostando la tazzina al viso di Giulia. Lei chiuse gli occhi. Non era il solito odore bruciato da bar; era un profumo di cioccolato, di nocciola e di qualcosa di selvatico.
"Bevi", sussurrò lui.
Giulia ne prese un sorso piccolo. Il liquido era vellutato, denso, un calore che le scivolò in gola come una carezza proibita. Fu una rivelazione. Spalancò gli occhi e incontrò lo sguardo di lui, che la fissava con un’intensità che non aveva nulla di metodico.
"E allora?" chiese lui, a un passo da lei. "Com’è questo caffè?"
Giulia posò la tazzina sul marmo, senza smettere di guardarlo. Sentiva il battito del cuore accelerare, un calore che non veniva solo dalla bevanda.
"È... fastidiosamente perfetto", rispose lei con la voce che si faceva più bassa. "Ma manca una cosa, Andrea."
"Cosa?"
"Lo zucchero", rispose lei, accorciando l'ultima distanza e afferrandolo per il colletto della camicia. "Ma non quello nella tazzina."
Andrea sorrise, quella sua calma che si scontrava con la spontaneità di lei. "Immaginavo che una vera intenditrice come te avrebbe trovato qualcosa da aggiungere, anche a un caffè 'fastidiosamente perfetto'."
Giulia ridacchiò, senza lasciare la presa sul suo colletto. "Diciamo che l'arte dell'improvvisazione non la insegnano nei tuoi manuali, eh? Tutto calcolato, tutto misurato."
"Forse mi ci volevi tu per scombinare un po' i miei schemi", rispose lui, la sua voce ora più morbida.
"Forse", confermò lei, il suo sguardo ancora fisso nel suo. "O forse ti ci voleva solo un po' più di... sapore.
Andrea non aspettò un secondo invito. La sua calma metodica sembrò bruciare in un istante, lasciando il posto a una determinazione che Giulia non gli aveva ancora visto addosso. La fece voltare con un movimento fluido, guidandola verso il bordo del bancone di marmo, ancora tiepido per il vapore del caffè.
Con una pressione decisa delle mani sui suoi fianchi, la spinse a flettere il busto in avanti. Giulia sentì il contatto freddo della pietra sotto i palmi, mentre Andrea si premeva contro di lei, eliminando ogni spazio. Era una sensazione di contrasto assoluto: il gelo del marmo davanti e il calore travolgente del corpo di lui dietro.
Quando le mani di Andrea scivolarono sotto l'orlo della sua gonna, risalendo con lentezza deliberata lungo le cosce, Giulia inarcò la schiena. Lui le scostò i capelli di lato e le affondò il viso nell'incavo del collo, ispirando il suo profumo mescolato all'aroma tostato che ancora aleggiava nella stanza.
— Allora, Giulia — sussurrò lui contro la sua pelle, la voce ridotta a un graffio roco, — questa è l'improvvisazione che cercavi?
Lei non riuscì a rispondere a parole. Un gemito basso e vibrante le risalì la gola quando sentì i morsi leggeri di lui sul lobo dell'orecchio e la pressione crescente delle sue mani, che ora la tenevano salda, padrone della situazione. Ogni sua difesa crollò.
Giulia chiuse gli occhi, lasciando che la testa ricadesse in avanti mentre i gemiti si facevano più frequenti, ritmati dal contatto delle dita che la penetravano. Non c'era più traccia dell'architetto preciso o della ragazza orgogliosa di Mergellina: c'era solo quella tensione che finalmente esplodeva, trasformando la cucina di un appartamento ordinato nel centro di un incendio che nessuno dei due aveva più voglia di spegnere.
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