Beatrice quel pomeriggio era libera, così mi chiese se potevo passare
da lei ad installarle alcuni programmi antivirus nel computer.
Risposi che mi sarei fermato appena finivo di lavorare e così feci.
Io e Beatrice ci conosciamo ormai da tanti anni e tra noi c’è un
bellissimo rapporto di affetto e di amicizia; lei per me è come una
sorella e io per lei sono il suo “fratellone” – come si diverte a
chiamarmi.
Quel pomeriggio mi viene ad aprire vestita con una maglietta di cotone
sopra l’ombellico, molto aderente e un’ampia gonna di lino. L’estate
era appena finita ma l’aria era ancora calda. Dopo il solito abbraccio di
saluto e un casto bacio sulla guancia mi fa strada fino in camera sua
dove ha la scrivania e il computer.
Io le chiedo di accenderlo, poi mi siedo sulla sedia da ufficio (quella
con le ruote) e mi preparo ad inserire il cd-rom con dentro i programmi
che le avevo promesso. Lei prende un’altra sedia e si siede vicino a
me. Mentre faccio le mie installazioni parliamo di tutto per una buona
mezz’ora, però io sono più concentrato su quello che appare sullo
schermo che non sulle sue parole e lei a un certo punto, un po’
seccata, dice che va a farsi la doccia che tanto non la considero. Si
alza, cerca dei vestiti e poi dice: “guarda qui che casino c’ho in questa
camera!” Io senza distogliere lo sguardo dal monitor le dico che
camera mia è molto peggio. Lei sbuffa, poi mi si avvicina alle spalle e
mentre sono concentrato nel mio lavoro mi struscia e mi preme della
stoffa colorata sulla faccia.
Io scuoto la testa: “ma che fai!?”
E lei: “sono le mie mutande!”
“ma che schifo!”
“guarda che sono pulite!”
“vabbè fa schifo uguale!”
“ah si?..”
e me le ristruscia bene bene in faccia con ancor più avidità.
Io, scherzando le dico:
“basta! Guarda che così mi eccito!”
“per così poco? Ha’ detto fossero usate…”
“ma io immagino il contenuto… beata questa stoffa!”
lei mi toglie quel indumento dalla faccia e ride, mentre io mi
concentro nuovamente su quello che stavo facendo prima.
Sento alle mie spalle del movimento, e poco dopo lei rompe il silenzio:
“chiudi gli occhi, però non li aprire! Tienili chiusi…”
io eseguo, divertito, mantenendo la mano sinistra sulla scrivania e la
destra sopra il mouse
“diaaaa… ora cosa vorrai fare!?”
sento dietro di me che mi si avvicina alle spalle e poi mi posa una
mano sulla fronte per tenermi ferma la testa
“stai fermo eh…”
con la mano libera mi preme nuovamente un indumento appallottolato
sulla faccia e comincia a stropicciarmelo tutto intorno, poi si ferma
tenendomelo premuto sul naso.
“c’è il cloroformio stavolta?” dico io scherzando, ma l’odore che questa
volta sento è inconfondibile.
Apro gli occhi e vedo il colore nero della stoffa: ho la conferma che non
era l’indumento di prima.
La reazione nei miei jeans è istantanea e il pensiero che ora Beatrice
è dietro di me senza mutandine sotto la gonna, accresce la mia
eccitazione.
Mi libero da quella deliziosa trappola e mi ruoto con la sedia verso
Beatrice che tutta soddisfatta mi dice:
“guarda!” e con le mani mi tende davanti le sue mutandine di pizzo
nere.
Io allungo di poco le braccia e con le mani le afferro la coscia sinistra,
un po’ sopra al ginocchio.
“non le avrai mica…” e mentre dico questo faccio scorrere la mano
sinistra su accarezzandole l’interno coscia. Mi aspetto una qualche
reazione da parte sua: che lei si ritragga, o peggio ancora, che mi dia
uno schiaffone. Invece no, anzi si avvicina ancora un po’ e sorridendo
fa per soffocarmi di nuovo con le mutandine. Io mi spingo con le
gambe e indietreggio di mezzo metro, finché non sbatto con lo
schienale della sedia contro la scrivania. Lei si riavvicina, sorride e
riprende a stropicciarmi sulla faccia il suo indumento intimo, ma
stavolta con molta meno avidità, quasi con delicatezza.
La mia mano intanto va sempre più su, scivola sulla sua pelle morbida
centimetro dopo centimetro e sta tirando su anche l’ampia gonna di
lino.
Ci guardiamo sorridenti, senza dirci niente, complici di questa strana
situazione.
La mia mano poi arriva al capolinea e si appoggia sotto la sua vulva
che sento nuda e calda.
Lei si avvicina ancora e mi si piazza davanti con le gambe leggermente
divaricate. Io sono ancora seduto sulla sedia da ufficio e la guardo dal
basso all’alto.
Lascia cadere l’indumento a terra, poi afferra la gonna per l’orlo e se
la tira su, offrendomi la visione del suo sesso nudo, talmente vicino che
quasi me lo sbatte in faccia. Resto ad ammirare quel rettangolo di
peluria nera ben curata e sotto le grandi labbra, carnose, leggermente
più scure, che racchiudono bello stretto il clitoride che fa quasi
capolino.
Io mi sento stordito, non so dove mi trovo, se sto sognando o se mi
ha fatto male qualcosa che ho fumato ieri. Già, ma io non fumo!
Lei mi risveglia dalla catalessi con un rapido movimento di ventre e mi
sbatte il monte di venere contro il naso. I suoi peli neri, folti e ben
curati, profumano di femmina.
“…e ora che fai?” mi dice con aria di sfida.
Io non trovo le parole, balbetto qualcosa poi lei lascia ricadere la
gonna dietro la mia testa e mi ci imprigiona dentro.
Improvvisamente mi trovo in un altro mondo: l’atmosfera è riscaldata
dalla luce giallastra che filtra dal tessuto della gonna e nell’aria c’è un
intenso e delicato profumo di femmina che mi inebria le narici. Sotto
quella campana di stoffa ci sono solo io, le sue gambe e il suo sesso,
così giovane, ben curato, invitante.
Faccio scorrere le mani con sensibilità e delicatezza fin dietro le sue
natiche, morbide e generose, le attiro a me e affondo il naso tra i suoi
peli. Aspiro profondamente quel aroma inebriante di ragazza e con la
ingua inizio a farmi strada sotto il monte di Venere, dove si nasconde il
piacere.
Al contatto della mia lingua vicino al clitoride Beatrice ha un sospiro,
sussulta e cambia posizione: solleva la gamba destra e appoggia il
piede sul bracciolo della sedia.
Il suo sesso è gonfio e con quella mossa le grandi labbra si sono
leggermente dischiuse. Io inizio a lappare più avidamente, sto
letteralmente sbavandogli addosso. Rigagnoli della mia saliva le
corrono lungo le grandi labbra e si mescolano con i suoi succhi. Scivolo
con il bacino un po’ in avanti, sulla sedia, in modo da poterle entrare
meglio sotto con la bocca. Usando la lingua come fosse una
pennellessa raccolgo il cocktail di umori e saliva e lo spalmo su per il
solco della vulva. Sento scorrere la sua pelle e il suo sesso sotto la
mia lingua. Ormai le grandi labbra mi lasciano strada libera e la mia
lingua scivola presto più su, accarezzando le piccole labbra fino ad
arrivare al clitoride. Sento una mano di Beatrice che si appoggia sulla
mia testa, quasi a bloccarmi in quella posizione, ma io non ci sto e
torno giù, un po’ più sotto di prima e incollo la mia bocca sul suo
sesso. Ho il naso nella sua vulva, stretto tra le grandi labbra tanto che
devo respirare con la bocca. Spingo fuori la lingua e la insinuo nella
vagina. E’ un lago, un fiume in piena. La mia lingua si muove morbida e
delicata dentro la sua intimità, ne esplora ogni millimetro. Beatrice
comincia ad ansimare e a dondolare il bacino. Così facendo il suo
clitoride urta contro il mio naso e scatena una reazione a catena che
la porterà presto all’orgasmo.
Io ritraggo la lingua mi discosto un po’. Ho la gola secca per aver
respirato con la bocca e mi disseto leccando gli umori e la saliva che le
colano lungo le cosce. Mi lecco anche i baffi, intrisi dei suo delizioso
cocktail di piacere.
Lei sposta il bacino in avanti, a cercare di nuovo il contatto. Io ritorno
un po’ su, le infilo la mano destra sotto la vulva e inizio a muoverla
avanti e dietro, ad accarezzarle il sesso, caldo e fradicio.
Beatrice si riprende un attimo e con entrambe le mani la sento
accarezzarmi la testa. Mi avvicino ai suoi peli e inizio a baciarle il
monte di Venere. Intanto la mia mano è completamente bagnata dei
suoi umori, appoggio il dito medio all’ingresso della vagina e lo spingo
delicatamente dentro. La sento emettere un sospiro di piacere. Dentro
è calda e bagnatissima. Le esploro la parete frontale della vagina e mi
soffermo a giocherellare in quelle due fossette appena sotto la radice
del clitoride. Intanto sposto i miei baci più in basso, un poco alla volta.
Beatrice ansima e inizia a muoversi, poi mi preme la testa con le mani
e me la spinge più giù. Credo di aver capito dove vuole che vado, e
inizio a baciargli il clitoride, lo bagno bene con la mia saliva e lo lecco,
delicatamente, poi lo succhio, lo lappo, poi lo lascio riposare un po’ e
ricomincio. Intanto il dito non si è fermato e ora anche la punta
dell’anulare è sulla soglia della vagina. Estraggo il medio, e spalmo gli
umori tutto intorno all’apertura, poi con delicatezza, mentre la mia
bocca si occupa del clitoride, faccio scivolare dentro le due dita.
Beatrice ansima e si dimena. Quasi faccio fatica ad assecondare i sui
movimenti senza staccare la bocca dal suo corpo. Poi inizia ad urlare,
respira affannosamente e con le dita nel suo sesso sento le pareti
della sua vagina stringersi ripetutamente e le gambe tremarle. Cerco
di tenere la lingua ferma sul suo clitoride, senza sollecitarlo, mentre
Beatrice libera l’orgasmo, poi si rilassa e respira profondamente. Mi
distacco e estraggo delicatamente le dita dalla sua intimità, tirandomi
dietro un filo luccicante di umori. Nascosto sotto la sua gonna mi porto
le dita alla bocca e lecco quel succo di femmina che mi manda in estasi.
Quando Beatrice abbassa la gamba dal bracciolo e indietreggia,
tenendo sollevata la gonna per farmi uscire, mi trova ancora a leccarmi
le dita con la faccia tutta impiastricciata dei suoi umori.
“ma che schifo!” esclama.
Io la guardo, sudato, stanco e sorridente. Non so cosa dirle, poi lei si
volta verso la porta
“vado a farmi la doccia” e uscendo riaccoglie le sue mutandine pulite
da sopra il letto.
Io rimango lì seduto, con il mio sesso gonfio che preme contro i jeans.
Lo sguardo perso nel vuoto.
Poi mi riprendo quando sento lo scrosciare dell’acqua dietro la porta
del bagno, mi ricompongo girandomi con la sedia verso il monitor e
faccio per indietreggiare un po’, ma qualcosa blocca le ruote. Abbasso
lo sguardo e vedo le mutandine nere di Beatrice che sono ancora lì per
terra. Le raccolgo, le annuso di nuovo e vado verso il bagno dicendo a
Beatrice
“Bea, hai lasciato queste…”
“cosa? Entra, la porta è aperta…”
[continua?]
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