i racconti erotici di desiderya

Romanzi

Autore: Tom
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Romanzi

Di Tom tom2075@hotmail.it



Il “Corona” era un piccolo pub in centro, situato fra l’imbocco di un’anonima stradina lastricata da pietre rosse e la scalinata di gradini di marmo che si prolungava fino alla villa dei Giaggioli, una grande costruzione ottocentesca circondata da un immenso giardino perennemente fiorito.

Claudia prese posto al tavolo vicino alla vetrata che si affacciava sulla strada, seminascosta alla vista della gente da una graziosa siepe di alloro e oleandro. Nel locale in quel momento vi erano solo altre cinque persone. Erano le tre del pomeriggio. Claudia ordinò un tè ed attese. Isabella giunse dopo poco meno di dieci minuti: era una bellissima ragazza sulla trentina, con lunghi capelli corvini lisci e occhi di un azzurro così profondo che la stessa Claudia ne rimase per alcuni momenti abbagliata. Il ticchettio dei tacchi puliti di Isabella scandì il passo morbido ed aggraziato della fanciulla mentre ella si andava a sedere al tavolo della donna.

Isabella indossava una gonna in jeans dal bordo obliquo con un breve spacco sulla destra che sfiorava le belle ginocchia, una maglietta bianca ed una giacca blu da mezza stagione abbottonata in vita.

Claudia era di qualche anno più anziana di Isabella, portava i capelli corti e indossava un tailleur azzurro attillato che ne esaltava le forme piene e generose. Al suo fianco, accoccolata come un cane ai piedi del padrone stava una borsa di cuoio con laccio da portare a tracolla, simile a quella che portano i rappresentanti di articoli domestici. Calzava eleganti decolté bianche con il tacco a spillo.

-“Buon pomeriggio”- esordì Claudia –“Ben ritrovata”-

Isabella si tolse la giacca leggera mettendo in mostra due spalle lisce e allenate, poi si rimise a sedere.

-“Scusa il ritardo”- disse.

-“Spero di non averti arrecato troppo disturbo, costringendoti a saltare un giorno di lavoro”- continuò Claudia, sorseggiando il suo tè.

-“Il mio lavoro è molto flessibile. Ho dovuto solo disdire un appuntamento con un fornitore. L’azienda va bene, ha ingranato. Possiamo permetterci di stabilire noi i tempi”-

Claudia annuì –“Posso offrirti qualcosa?”-

-“No, ti ringrazio”- si guardò attorno circospetta ed avvicinò il viso a quello della propria interlocutrice –“Vorrei solo che mi rispiegassi questa faccenda delle foto da fare con la schiava”-

Claudia sorrise e bevve un altro sorso di tè.

-“La storia è semplice, amica mia”- ponderò le parole e si appoggiò con la schiena allo schienale in legno di frassino del sedile. Fuori dal locale la gente andava e veniva nella più banale monotonia mentre nel cielo Sole e nuvole splendevano con il medesimo, primaverile, entusiasmo.

-“Come sai io sono una scrittrice. Scrivo romanzi e raccolte di racconti erotici, più che altro sul tema del feticismo, del sadomasochismo e della dominazione della donna su altre donne”-

Isabella annuì impercettibilmente. Nel suo sguardo sincero si poteva scorgere una nota d’imbarazzo. Claudia la guardava dritta negli occhi, mentre parlava, la studiava, la esaminava in ogni dettaglio, dalla bella pelle al viso dolce. Anche la dialettica della giovane era sotto esame.

-“Ti ho già spiegato telefonicamente di Alessia, la mia schiava”-

Isabella spostò la bella testa di lato, incuriosita ed interessata.

-“Che cosa c’è?”- chiese Claudia.

-“C’è che di questa Alessia mi hai solo accennato, per telefono. Non so nulla di lei, in realtà”- Una pausa –“O quantomeno non so nulla di quello che realmente dovrei sapere”-

-“No?”- domandò Claudia divertita –“Sai ogni cosa. Alessia mi obbedisce. E’ la mia cagna, la mia sguattera, il mio trastullo durante le serate noiose, il mio giocattolo quando mi sento cattiva, il mio wc, la mia domestica. Sai che è proprio così che si presentò a me? Avevo messo una piccola inserzione in uno dei tanti siti eros della rete, dove chiedevo…anzi, ordinavo a tutte le giovani aspiranti schiave in zona Firenze di farsi avanti mandandomi un messaggio di supplica. Avevo chiesto espressamente di ragazze massimo trentenni, carine, disponibili ventiquattro ore su ventiquattro e sette giorni su sette, deferenza assoluta. Mi risposero quasi in quaranta, non ci avrei creduto neppure io. Tanto più che non avevo menzionato praticamente nulla di me e del mio aspetto fisico. Chiunque mi abbia inviato un messaggio di risposta lo ha fatto, si può dire così, alla cieca”-

-“Sai che al mondo le aspiranti schiave sono tante. Magari davanti allo schermo di un computer è più facile vincere la naturale ritrosia”— annuì Isabella.

-“E’ comprensibile. Comunque sia, fra le risposte selezionai una rosa di cinque candidate. Ne avevo molte, quindi potevo permettermi di scegliere. Presi in considerazione quelle che avevano inviato lettere ben scritte… mi eccitava l’idea di sottomettere non solo una stupida serva ignorante ma una ragazza intelligente e colta…e fra esse scelsi quelle che meglio delle altre mostravano un sincero istinto di sottomissione”-

-“E’ così che arrivasti ad Alessia?”- la interruppe Isabella.

-“No. Come ti ho detto individuai le cinque candidate più promettenti e inviai ad ognuna di loro una mail per fissare un appuntamento dal vivo. Una mancò l’appuntamento”-

-“Ah”- fece Isabella –“Un uomo, sicuramente, spacciatosi per donna. In quest’ambiente…”-

-“No, non credo. Nonostante lo smacco mi ha mandato in più di un’occasione lettere di scusa, invitandomi a stabilire un secondo appuntamento”-

-“E tu?”-

-“E io? Non l’ ho degnata di risposta, naturalmente. Avermi dato “buca” una volta è stato un insulto imperdonabile. Col tempo ha desistito, ovviamente. E comunque avevo già ottimo materiale fra le mani”-

Claudia parlava delle sue serve come di oggetti. Una cosa, questa, che colpì molto Isabella. La bella ragazza rimase silenziosa, attenta a non perdere neppure una sillaba delle parole della scrittrice.

-“Come concordato le altre quattro si presentarono agli appuntamenti all’ora e nel giorno che io avevo stabilito, premurandosi d’essere già al loro posto quand’io fossi arrivata. La prima che incontrai era una bella morettina sui venticinque anni, un fisico asciutto ed un sorriso ammaliante. La misi subito alla prova. ‘Inginocchiati e baciami le scarpe’ le dissi. Lei era titubante. Eravamo in piazza della Repubblica, un luogo…ci sarai passata qualche volta…”-

-“E’ sempre molto affollato”- convenne Isabella.

-“La serva andava incoraggiata. Le misi una mano sulla spalla e la spinsi giù. Lei cedette quasi subito, poggiò entrambe le ginocchia sul marciapiede e fulmineamente mi prese un piede fra le mani, spingendo in alto, per sollevarlo. Sperava le venissi incontro, sollevando la gamba per rendere più veloce l’operazione di adorazione”-

-“E tu?”-

-“Calcai il piede con forza per terra. Avrebbe dovuto chinarsi completamente, sfiorare con la faccia il lastricato del marciapiede, se voleva adorarmi”-

-“Lo fece?”-

-“No”- Claudia sorseggiò il suo tè –“Mi guardò quasi con le lacrime agli occhi e balbettò di non poterlo fare. Si vergognava, disse”-

-“Immagino tu l’abbia ripudiata, per questo”-

-“Me ne andai dopo averla schiaffeggiata davanti a tutti. Lei rimase impietrita, in ginocchio, troppo sconcertata per potersi alzare. Aveva ancora fra le mani la mia scarpetta. Dopo aver liberato il mio piede dalla sua patetica stretta mi voltai e me ne andai. Non dissi nulla e non le rivolsi neppure la parola”-

-“E la gente che era lì d’intorno? Capisco che lei si sia vergognata nel baciare le scarpe di un’altra donna. Ciò che non mi è chiaro è…insomma, se la ragazza avesse trovato la forza di andare fino in fondo tu non avresti provato un po’ d’imbarazzo”-

-“No, assolutamente. E perché mai?”- Claudia guardò Isabella negli occhi ed il suo sguardo era penetrante come una lama –“Tu ti saresti vergognata, al posto mio??”-

Isabella arrossì di colpo –“Si, credo di si”-

-“Me lo ricorderò. Bene, ti stavo raccontando di come scelsi la mia attuale serva”-

-“Ne hai liquidate due, una perché non si è presentata all’appuntamento, l’altra perché si è rifiutata di baciarti le scarpe. Le altre tre?”-

-“La terza fu una delusione da tutti i punti di vista. Innanzitutto non era affatto carina, era una ventottenne scialba con due brutti nei sul labbro superiore ed i capelli di un biondo sporco che non sapevano da quale lato della fronte cadere. Poi, quando le chiesi della disponibilità di tempo che avrebbe potuto dedicarmi mi rispose che avrebbe eseguito ogni mio ordine ma solo per un giorno o due la settimana. Una studentessa mi doveva capitare!…’negli altri giorni non posso perché studio o lavoro’, disse con una vocina stridula da gallina strozzata. Così mandai a quel paese anche quella. E dire che la sua mail era forse quella che più delle altre mi aveva colpita. Ma così andò, restavano le altre due. Una veniva da Fiesole, abbastanza carina, alta, snella, cordiale. Si chiamava Tatiana. L’altra, la conoscerai questa sera, era Alessia. Fu una scelta difficile quella che mi si prospettava. Entrambe mi offrivano tutto il loro tempo, entrambe mi mettevano a disposizione il loro corpo e la loro mente. A Tatiana chiesi di fare ciò che avevo chiesto alla seconda ragazza, l’inginocchiarsi in pubblico ed il rendere omaggio alle mie scarpette. Lei s’inginocchiò senza battere ciglio. Il suo bacio fu lungo ed appassionato, tanto che fui io a dover allontanare le sue labbra dalla punta delle mie scarpe, sembrava non volersene più staccare”-

-“Dov’eravate?”-

-“Alla stazione di Santa Maria Novella. Anch’esso è un luogo assai frequentato, però noi eravamo in un punto un po’ in disparte ed a quell’ora vi erano pochissime persone ad assistere. Hai presente i marciapiedi vicini ai binari 1 e 2?”-

-“Si, certamente”- rispose Isabella.

La ragazza mora immaginava la scena. Una bella ed affascinate signora in tailleur che passeggia lungo la banchina, le viene incontro una ragazza di qualche anno più giovane. Parlano per qualche minuto, entrambe in piedi, poi all’improvviso quella più giovane si prostra davanti all’altra, che la fissa dall’alto sorridendo divertita, le porge il piedino calzato in un’aristocratica scarpa dal tacco alto ed attende.

La ragazza ha entrambe le ginocchia e le mani appoggiate sulle mattonelle polverose e fredde del marciapiede; qualcuno si volta e guarda le due, con l’incuriosito disinteresse che si può prestare a due sconosciute che fanno qualcosa di bizzarro in pubblico. Un treno parte in lontananza, se ne ode lo sferragliare ed il fischio penetrante nell’orecchio. Infine, la ragazza si china fin quasi a sfiorare il terreno con la faccia e bacia la punta della scarpa della signora con il tailleur che, pazientemente, la lascia fare. La ragazza perdura, le piace mostrarsi devota ed obbediente, stacca le labbra e poi le riappoggia una seconda volta un po’ più in alto, sul collo della scarpa. Di nuovo scende alla punta. La donna muove leggermente il piede indicando alla schiava, senza bisogno di parlare, dove preferisce che i suoi atti di devozione tocchino la calzatura. Le fa notare che anche l’altra scarpa ha necessità d’essere accudita e la ragazza esegue. Ben presto la signora si annoia di tutto quello sbaciucchiare. E gli sguardi dei presenti si moltiplicano rapidamente, ormai sono tanto numerosi da infastidirla. Può bastare, per il momento. Prova superata. Così la signora con il tailleur fa un passo indietro. La ragazza resta per qualche attimo ancora a terra, poi solleva il capo verso il viso della padrona, che dall’alto la guarda come un falco che punta un topolino impaurito. La signora sorride; è un ghigno malizioso ma la ragazza sarebbe pronta a tuffarsi nuovamente sulle sue scarpe e sulle affusolate estremità della nuova signora. Però quest’ultima la ferma con un cenno del capo e le ordina di rimettersi in piedi, magari di darsi un contegno meno penoso, di smetterla di sbavare davanti al suo cospetto. La ragazza si scusa,umilmente, mentre…

La voce calma e suadente di Claudia riportò Isabella alla realtà. Tale era l’intensità ed il trasporto dell’immaginazione con cui Isabella stava rivisitando il racconto di Claudia che per un istante le giovane parve disorientata nel trovarsi seduta davanti ad un tavolo in un piccolo pub di un paesello di collina. Una parte di lei era rimasta alla stazione di Firenze Santa Maria Novella.

-“Ed allora coma mai hai scelto l’altra, se questa era così obbediente?”- chiese.

Claudia appoggiò i gomiti sul tavolo e pose il mento sulle dita intrecciate delle mani. Fissava Isabella con un’aria sorniona ed attenta al tempo stesso, come se la stesse studiando senza tuttavia dare segni manifesti di aggressività. –“Con Alessia fu un’altra cosa. La sua mail mi giunse in ritardo rispetto alle altre e quando mi decisi a prendere contatti con lei avevo tanto di quel lavoro da sbrigare…articoli da leggere, pezzi da scrivere ex novo, capitoli di un libro da correggere e rifinire… non potevo per alcun motivo assentarmi da casa. Decisi di far venire lei da me. Sai come si dice, se Maometto non può andare alla montagna… Pochi giorni prima avevo vagliato le altre schiave ed avevo promesso a Tatiana che l’avrei richiamata per farle sapere se l’avessi accettata oppure no, quindi disponevo già di una potenziale schiava tuttofare. Diedi un appuntamento ad Alessia per un sabato sera, le dissi di vestire in modo elegante ma semplice. Puntuale la schiava si presentò con indosso una giacca estiva blu scura e un paio di jeans. Mi colpì il suo viso. Era bello e fine, gli occhi azzurri di Alessia parevano gemme incastonate nella madreperla. Poi, quelle labbra…erano appena velate da un sottile filo di rossetto scarlatto, sensuali ed aggraziate come se ne vedono poche….Meglio, molto meglio dell’altra serva, almeno esteticamente. Decisi di metterla immediatamente alla prova”-

-“Cosa le facesti fare?”-

-“La feci entrare in casa, per prima cosa, e sulla porta mi dimostrai gentile e cortese. Sia perché la strada a quell’ora era piena di gente sia perché volevo…come dire…ammansire la farfalla prima di farla cadere nella mia tela”-

-“Capisco”- Era vero. Anche Isabella si sentiva una farfalla –“Ma se questa tizia vuole fare con me quello che ha fatto, o sta facendo, alle sue cosiddette schiave si sbaglia di grosso”- pensò Isabella.

-“La portai in salotto e la feci accomodare. Lei era graziosa e rispettosa nel modo di fare e nelle parole. Una timidezza controllata che mi piacque molto fin dal principio. Tuttavia l’aspirante schiava”- disse sorridendo –“dimostrò di essere una ragazza di buona cultura ed una capace intenditrice di classici e di attualità. Sostenne brillantemente una conversazione basata sulla filosofia di poeti greci e non molti sono in grado di farlo. Mi aveva incuriosito. A quel punto volli metterla alla prova. Mi sedetti davanti a lei, ed indicai col dito la punta delle scarpe. Stavo per ordinarle di leccare la tomaia ma Alessia anticipò i miei ordini e si chinò a baciarmi i piedi, come se fosse riuscita a leggermi nella mente”-

-“Aspetta, aspetta…come sei passata dai filosofi greci a…a …insomma…”-

Claudia rise coprendosi la bocca con il dorso di una mano. –“Si, dillo pure. Al farmi leccare le scarpe. Beh, come ti ho detto avevo trovato interessante quella ragazza fin dal primo momento che l’avevo vista. Si può dire che già sulla soglia della porta avessi deciso che sarebbe stata lei la mia schiava. Ma dovevo agire con cautela, tu capisci, naturalmente. Se si fosse dimostrata un’incapace, come la prima ragazza, avrei perso una buona occasione per arruolare una schiava con la “S” maiuscola. Così, per prima cosa testai il suo carattere, il suo modo di reggere le provocazioni, la sua serietà. Quando decisi che si, in effetti quella ragazza era lì per un motivo a lei caro e non solo per gioco, passai all’azione”-

-“E le ordinasti…”-

-“Di dimostrarmi la sua dedizione”-

-“E lei accettò senza riserve?”-

-“Assolutamente. Una maestria ed un impegno degni delle ancelle di re e regine d’altri tempi. Quella ragazza, appena venticinquenne, era talmente bella da poter assoggettare tutti gli uomini del mondo ai propri desideri eppure quella sera era lì, davanti a me, genuflessa come la più servile delle sguattere. Mi adorò. Fece atto di sottomissione baciando prima la punta della scarpa destra poi la sinistra. Leccò la morbida superficie già di per se lucida e poi, senza che le avessi ordinato alcunché, scese sulle suole e quelle proprio pulite non potevano essere. Leccò il cuoio e succhiò il tacco”- dicendo questo Claudia chiuse gli occhi ed il suo volto si rilassò, come abbandonandosi ai ricordi piacevoli che quell’esperienza le aveva lasciato. Isabella la destò bruscamente.

-“Ma come, mi vuoi dire che una ragazza ti ha leccato la suola della scarpa?”- chiese perplessa.

-“Si”-

-“Che schifo! E tu gliel’ hai lasciato fare?”- lo stupore nei suoi occhi era palese.

Claudia rise.

-“Naturalmente”-

-“Non mi pare una cosa molto igienica”-

-“Non lo è, infatti. E la schiava avrebbe potuto ingoiare anche qualcosa che le avrebbe fatto male. E’ questo che mi vuoi chiedere, vero?”-

Isabella annuì.

-“Certo, ho considerato anch’io quest’aspetto del nostro rapporto. E quando l’ ho vista strisciare con la testa sul pavimento sollevando la lingua verso la suola della scarpa che tenevo sollevata da terra. Li per lì mi è venuto spontaneo toglierle il piede davanti al viso e farla allontanare. Poi però…”-

Sospirò.

-“Poi però…cosa?”- incalzò Isabella.

-“A te è mai capitato che un uomo, o una donna, si umiliasse per te in quella maniera? Come Alessia, intendo”-

-“Ammettendo che quel che mi hai raccontato fino ad ora corrisponda tutto al vero…no, mai. Né con un uomo, né con una donna. Anzi, tanto meno con una donna ho sperimentato vicende simili”-

-“E’ inebriante”- disse Claudia, ed i suoi occhi si illuminarono come stelle –“Una emozione che racchiude in se un senso di potere e libertà infinite. Non potevo oppormi ai miei sensi. Lasciai che Alessia schiacciasse il suo orgoglio sotto ai miei piedi e mi compiacqui di questo”-

Isabella non sapeva se inorridire o semplicemente scappar via. La donna che aveva davanti le faceva paura, da un certo punto di vista, ma al contempo l’attirava irresistibilmente. Lei e tutto quel complesso mondo che le orbitava attorno. Isabella si sentì come la farfalla in procinto di essere intrappolata dalla tela del ragno. La farfalla che ingenuamente volava troppo vicino alla trappola del predatore.

-“E quand’è stato il momento in cui fosti certa che Alessia sarebbe stata una buona schiava?”-

-“Attesi che terminasse la sua opera. Ovviamente trascorsero alcuni minuti…. la serva traeva assai piacere da quel mortificarsi per me. Non volevo essere proprio io ad interromperla perché desideravo conoscere l’entità dell’affetto che la ragazza nutriva per la mia persona. Finalmente dopo qualche tempo, Alessia decise che ne aveva abbastanza, forse più per paura di annoiare me che non per effettiva sazietà. Ma a me andava già bene così”-

-“Vorrei vedere!”- esclamò Isabella –“allora Alesia aveva superato la selezione”-

-“Esattamente”- affermò Claudia –“E quando accennò ad allontanare la faccia dalla mia scarpa la precedetti e la bloccai in basso con un piede”-

-“Le schiacciasti la faccia per terra?”-

-“Si, perché non si muovesse le conficcai il tacco fra le vertebre e la nuca”-

-“E lei reagì?”-

-“Non vi provò neppure”-

-“Veramente masochista”-

-“Mmmm…non lo definirei un comportamento propriamente masochista. Non lo reputo il termine più adatto. Più che altro direi che Alessia volesse dimostrare di essere fedele”-.

-“Voleva assolutamente quel posto di schiava al tuo servizio”-

-“Che per sua fortuna ottenne”-

-“Fortuna?”- si chiese Isabella. Vivere come sguattera al servizio di qualcuno non è il massimo, ma quando la datrice di lavoro è anche una feticista convinta che crede nella propria superiorità, non lo si può definire certamente privilegio! Isabella distolse lo sguardo dalla scrittrice e si voltò in direzione della finestra. Al di là del vetro la gente camminava in un tardo pomeriggio uggioso e sempre più buio.

-“Si sta facendo sera, dottoressa”- disse la ragazza. Claudia la fissò perplessa.

-“Dottoressa?”-

-“Non so bene come rivolgermi a te”-

-“Chiamami semplicemente Claudia”-

-“Ci siamo!”- pensò Isabella. Squadrò nuovamente Claudia con aria attenta –“Mi concedi quest’onore così facilmente? Credevo ti considerassi superiore a qualsiasi altra donna!”-

Claudia rise questa volta più sonoramente. Era una risata cristallina e limpida.

-“Ah, cara Isabella”- disse la scrittrice con il tono di bonario rimprovero di chi si rivolge ad un bambino che ha sbagliato un complicato esercizio di aritmetica –“A volte mostri un’ingenuità tale che mi viene da pensare d’aver sbagliato la mia valutazione”-

Isabella si tirò indietro, appoggiando la schiena all’imbottitura della poltroncina.

-“Che cosa intendi? Sarei stata valutata? E perché?”-

-“Non esserne risentita, te ne prego, cara”- disse Claudia –“Ti ho già spiegato che cosa voglio da te, giusto? Immagini di una bella padrona che umilia la sua docile schiava. Ci sono undici capitoli nel mio libro, quindi occorrono altrettante fotografie, ognuna in tema con l’argomento del capitolo stesso. Poi ne occorre un’altra per la copertina. In tutto fanno dodici foto”-

-“Si, questo lo sapevo già. Dunque?”- Isabella cominciava a spazientirsi.

-“La schiava sarà Alessia. La mia schiava personale. Verrà coperta con una maschera, in modo che non la si possa riconoscere. La padrona sarai tu ma le parti del tuo corpo che verranno fotografate non riguarderanno la faccia. Dalle foto non vi sarà modo di risalire a te”-

-“Immagino si tratti di riprendere i miei piedi, le gambe”-

-“Le mani, ed anche il sedere”-

-“Anche questo me l’avevi già accennato. O almeno mi potevo immaginare qualcosa di simile, visto di cosa ti occupi. Ma il tutto non risponde ad alcune mie domande”-

Claudia annuì –“Ti capisco. Vedi, le foto nel mio libro sono importanti, benché non rappresentino una parte vitale del racconto. Come in tutti i libri di narrativa i miei romanzi potrebbero fare a meno di un’immagine introduttiva. Tuttavia ho deciso, per esigenze di mercato e dovendo obbedire alla psicologia del possibile acquirente, di inserire alcune immagini. Purtroppo le immagini di cui ho bisogno non sono facili da ottenere, sia per il soggetto, sia per il pubblico al quale vengono rivolte”-

-“Continuo a non capire”-

-“Stiamo parlando di racconti che trattano di dominatrici e di schiave. Quali dovrebbero essere secondo te le protagoniste, i soggetti di simili fotografie? Due facce, raccolte a caso per strada? Magari una bella vamp dall’espressione losca nella parte della padrona ed una ragazzina con lo sguardo triste ed il viso da adolescente come serva?”-

-“Beh…”-

-“Troppo banale. Certa gente non se ne accorge, per loro due facce, due gambe, due…se mi permetti un’espressione colorita…due chiappe sono la stessa cosa. Ma tanti altri e specialmente chi è più sensibile ai richiami del feticismo e del sadomasochismo “captano” lo spirito che alberga nelle persone che compaiono nelle foto. “Sentono” se la mistress è veramente una mistress e se la schiava è una vera sottomessa”-

-“Questo mi pare veramente strano”- Isabella scosse la testa.

-“Eppure è così. Ti assicuro che anche io ho tali percezioni, se vogliamo chiamarle così. Ora, Alessia è una vera schiava. E’ sottomessa a me al cento per cento, non lo era il giorno che si presentò a casa mia, ma l’ ho addestrata ben bene in pochi mesi”-

-“Mi sembra che prima tu abbia detto che già al vostro primo incontro Alessia si dimostrò una serva perfetta”- Pronunciò la parola “serva” quasi con imbarazzo, perché provava dispiacere ad inquadrare una perfetta sconosciuta con tale termine.

-“Si, si dimostrò bravina. Ma tu non sai in cosa consista il mio addestramento e a quali livelli di sottomissione Alessia sia giunta nel frattempo”-

-“Parlamene”-

-“Più tardi”- disse Claudia –“Ti stavo parlando di ciò che mi aspetto da te. Alessia sarà la schiava perché è veramente tale. E tu sarai la padrona, perché mi sono accorta che è questo quello che sei. Una dominatrice”-

Isabella sentì come se qualcuno l’avesse frustata nel fondo dell’anima –“Io?”-

-“Si, tu. Credi che non me ne sia accorta? Per questo ti ho concesso di chiamarmi per nome. Un privilegio che a non molti concedo”-

-“Ma io non sono una…”-

-“Feticista? No, non lo sei. Ma essere una padrona non vuol dire solo provare piacere nel farsi leccare i piedi o indossare un costumino in latex. Se vorrai venire con me capirai cosa intendo”-

-“E se rifiutassi?”-

-“Liberissima di farlo”- disse sbrigativamente Claudia, alzandosi in piedi –“Se accetti il lavoro seguimi, altrimenti goditi il tuo tè. La consumazione è già stata pagata”-

-“Aspetta”-

-“Che c’è?”-

-“Secondo te io sono davvero una…”-

-“Dominatrice? Lo sei, credimi”-

-“E se faccio queste foto chi le guarderà penserà che io …”-

-“Penserà ‘questa è una padrona vera, ha tutti gli attributi che una mistress dovrebbe avere”- affermò Claudia. Isabella rimase immobile per qualche secondo. Fissava la tazza semipiena davanti a se, il tè ancora spandeva una cortina di vapore del colore dell’argento nell’aria immobile.

Tè o schiava, si domandò Isabella. Per dieci foto erano previsti almeno cinquanta scatti e poi su di essi sarebbe caduta la scelta delle immagini migliori. Sarebbe stata un’ora di lavoro o poco più. E sarebbe stata pagata bene, quello che di solito guadagnava in due giorni. Ma una parte di se aveva paura. Di Claudia, del suo sguardo che sembrava capire i segreti più reconditi della sua mente, di tutta quell’assurda situazione del racconto della scrittrice. Ma soprattutto , Isabella aveva paura di se stessa. Paura di ammettere che Claudia si era accorta di una parte oscura del suo animo fin ad allora ignota persino a lei.

Il fumo che si sollevava dallo specchio dorato del tè sbiadì e scomparve.

-“Prendiamo la tua macchina?”- chiese Isabella.

Claudia sorrise e nel suo sguardo intrigante si leggeva compiacimento e divertita malizia.

-“Certo”- disse e s’avviò verso l’uscita del pub. Isabella, senza aggiungere altro la seguì.

La decisione era presa.



Si trovavano al limitare del boschetto che circondava il paese e l’automobile rombava sulla strada buia. I fari accesi illuminavano un panorama, tetro e immobile.

Claudia parlò a lungo con Isabella dei giorni immediatamente successivi all’assunzione di Alessia. Descrisse minuziosamente e con dovizia di particolari le varie mansioni alle quali la schiava era adibita. La pulizia di tutta la casa della scrittrice, il bucato, la preparazione del pranzo e della cena.

-“Fin qui sembrerebbe una normalissima colf”- disse Isabella ad un certo punto.

-“Ah, ma questa è solo una parte dei suoi compiti. Come ti ho spiegato io ho dei piedi perfetti e desidero che lo smalto delle mie unghie e le scarpe siano sempre impeccabili. A questo serve Alessia. A lucidare quotidianamente le mie decine di paia di scarpe. Alle volte lascio che lo faccia con la spazzola, come s’addice ad un essere umano, ma altre volte, quando mi sento particolarmente cattivella ed in vena di malizie, le consento di usare solo la lingua”-

-“Per quale motivo?”-

-“Perché per lei è crudele. E perché mi diverte vederla arrivare al limite. Non ci crederai, una volta tornai a casa veramente infuriata. Ero stata a cena con il responsabile di un’importante casa editrice e, non ricordo neppure bene per quale motivo, ero stata costretta a tornare a piedi. Due chilometri in tacchi a spillo, la sera tardi. Un inferno. Avevo i piedi tutti indolenziti”-

-“Posso immaginarlo”-

-“Appena arrivai a casa Alessia era lì, dietro la porta, in ginocchio”-

-“Ti aspetta così?”-

-“Naturalmente. Ma non sempre…spesso rincaso accompagnata da persone ignare del fatto che io viva con una schiava e non avrei il tempo ne la voglia di raccontare a tutti quanti cosa faccio con quella ragazza. Quella sera, in particolare però, ero sicura di rincasare da sola ed avevo dato disposizione alla serva affinché si comportasse come tale per tutta la sera. Mi tolsi le scarpe e camminai a piedi nudi sul pavimento fino in camera. Alessia raccolse le scarpe con la bocca e mi seguì carponi. Mi feci praticare un massaggio rilassante alle piante, prima con le mani e poi, non avvertendo beneficio, ordinai ad Alessia di leccare. Lei come puoi immaginare, obbedì molto volentieri. Fu allora che mi venne un’idea. Avevo visto qualcosa su un sito di Internet, avevo letto dell’altro in certe riviste specializzate ma non avevo esperienza in merito”-

-“Su cosa?”-

-“Sul trampling, cara Isabella. L’arte del calpestamento. Sai di cosa si tratta, vero?”-

-“Non proprio, ma me lo posso immaginare. Fammi capire bene, però. Tu, la messaggera del verbo erotico- fetish nel panorama letterario del momento non conoscevi questo…come si chiama, trampling, non è vero?”-

-“Certo che lo conoscevo. Ma come hai appena detto giustamente io scrivo di argomenti erotici, non pornografici. Avevo sempre considerato il calpestamento come una perversione e non vi avevo mai dato particolarmente peso. Quando vidi Alessia china a leccarmi i piedi desiderai ardentemente di calpestare quel corpo. Non ebbi da fare altro che pronunciare due parole ‘stenditi, schiava’ che me la ritrovai sdraiata davanti a me, come uno zerbino. Calai il piede sinistro, ora ben rilassato e fresco sul suo stomaco. Alessia assunse una strana espressione, a metà fra la sofferenza ed il piacere, poi mi sollevai del tutto, poggiano l’altro piede al centro dei suoi seni”-

Isabella si morse un labbro senza rendersene conto. Il verso di una bambina con un bel gelato fra le mani. Ciò non sfuggì certamente a Claudia.

-“Ti intriga, non è vero?”- chiese la scrittrice –“Si sta facendo interessante”-

Isabella arrossì e distolse lo sguardo dalla donna –“Non è come pensi”-

-“Non ti avevo avvertita che la tua natura è questa? Comunque adesso lasciami terminare il racconto. Ero salita sulla pancia di Alessia, mi godevo le sue smorfie di dolore ed i suoi gemiti strozzati. Sentivo lei sotto di me che pativa, sapendo di soffrire senza altro motivo che non fosse il mio capriccio ed io ero lì, a bearmi della morbida pelle che i miei piedi straziavano e della sua sottomissione che mi faceva sentire una dea. Feci un passetto in direzione della sua faccia e le salii sul petto, togliendole il fiato. La vedevo soffocare a causa dello schiacciamento dei polmoni. Annaspava in cerca d’aria, ma quando le sue mani raggiunsero le mie gambe Alessia si congelò per non recarmi fastidio ed i suoi movimenti frenetici si trasformarono in carezze sui miei polpacci. Ancora un passo, le calpestai la faccia. Con un piede soltanto. Le dissi ‘Lecca’ e lei lo fece. Camminai a lungo sul suo morbido corpo, su tutto il suo corpo, la trattai come un verme e dalla fine lei si ritrovò distrutta”-

-“Lo credo bene”-

-“Sai, è una bella ragazza, ma è fine e minuta. Io peso senz’altro più di lei. E sono anche più alta”-

Isabella annuì. Strano che non se ne fosse accorta ma le storie di Claudia non la inorridivano più. Anzi, all’imboccatura della circonvallazione per Firenze che le avrebbe portate a casa della scrittrice, la ragazza dai capelli corvini non vedeva l’ora di conoscere Alessia. Per stringerle la mano e per fare quel servizio fotografico per il quale era stata pagata? Oppure per infilarle un piede in bocca, torturarle le mani con uno dei tacchi appuntiti degli stivali che indossava fino a farla urlare? Per calpestarla e cavalcarla?

Si, Isabella voleva conoscere Alessia. Per approfittare di una schiava, ma facendolo in modo da non destare sospetti. Anche se recitare la parte della padrona le fosse piaciuto Isabella altro non avrebbe fatto che il proprio dovere di modella. Era un modo per avere la schiava per se, almeno per una sera senza che Claudia potesse rinfocolare i sospetti sulla sua natura feticista. Non avrebbe concesso alla scrittrice di scandagliare una seconda volta il suo animo e ciò che di nero si nascondeva in fondo ad esso, tuttavia avrebbe avuta Alessia ai suoi piedi. E quell’esperienza sarebbe bastata a toglierle la soddisfazione per tutta la vita, senza dubbio. Poi niente più sogni feticisti o strani. Questo pensava Isabella, mentre la macchina di Claudia svoltava in direzione del centro della città. Mancavano pochi minuti prima di raggiungere la destinazione quando la ragazza si decise a rompere di nuovo il silenzio.

-“E lo hai più rifatto?”- chiese la ragazza dai capelli corvini –“Calpestarla, intendo”-

-“Più di una volta, spesso con i tacchi alti”- disse Claudia –“Qualche volta si è dimostrata talmente brava a resistere che mi sono lasciata trasportare. Un giorno le ho quasi cavato un occhio con un tacco appuntito e lei non si è neppure messa ad urlare”-

-“Accidenti!”-

-“E’ così. Non tutte le sere naturalmente avviene questo. Per lo più Alessia è la mia sguattera e la impiego solo per la cura della casa. Le occasioni nelle quali la sfrutto come un vero e proprio giocattolo si contano sulle punte delle dita”-

-“Fortuna sua”-

-“Alessia si considera molto fortunata ad essere la mia schiava”-

-“E tu le hai parlato di me?”-

-“Ovviamente, adesso è a casa che ci aspetta. E’ già pronta per le foto”-

-“Cosa ne pensa? Una padrona che non sei tu, baciare i piedi ad una sconosciuta…”-

-“Non ti preoccupare, Alessia è anche la tua schiava. Te l’ho detto. Tu sei una padrona autentica. Inizialmente ti obbedirà perché la costringerò io, poi sarà messa di fronte ad una scelta. Se riconoscerà la tua natura superiore e dominante continuerà ad essere la tua serva, se avverrà altrimenti sarà libera di rifiutarsi di esserlo. Ma come io mi sono accorta del fatto che sei una padrona per indole, sono convinta che alla stessa conclusione giungerà Alessia”-

-“Per il momento facciamo le foto, poi si vedrà…”- disse Isabella.

La macchina accelerò e si diresse verso la meta.



La casa di Isabella era una grande villa circondata da un ampio giardino e da alte siepi. La scrittrice fece strada, arrivò alla porta d’ingresso e suonò il campanello. Dopo due secondi Alessia aprì.

Isabella la vide inginocchiata dietro l’uscio, con lo sguardo chino verso il basso; non appena Claudia pose un piede sullo zerbino la schiava si fece avanti e le baciò le scarpe.

-“Bentornata, signora”- disse.

-“Ciao, Alessia, fatti indietro. Ho portata un’ospite”-

Alessia si spostò di fianco, lasciando che Claudia la oltrepassasse e permettendo ad Isabella di varcare la soglia. La modella si parò in tutta la sua altezza e magnificenza davanti ad un’altra ragazza, molto bella ma prostrata nel più umiliante dei modi. La solo vista di quell’essere che sembrava strisciare ai suoi piedi infiammò Isabella di un’emozione incontrollabile.

-“Alessia”- disse Claudia.

-“Si, dottoressa”-

-“Questa è Isabella. E’ la modella che dovrà posare con te per le foto. Alza lo sguardo”-

Alessia si sollevò un poco, giusto per osservare le gambe della ragazza, poi salì più in alto, verso la pancia ed il petto, infine ne vide la faccia bella e candida.

Isabella era stupenda, in effetti. Una principessa dai nerissimi capelli di ametista. Aveva un’aria perplessa ma non si leggeva nei suoi occhi alcun accenno d’imbarazzo.

-“Ti piace?”- chiese Claudia alla serva.

-“Si, signora”- rispose la schiava. Esitò un attimo, poi aggiunse –“E’ bellissima, proprio come me l’aveva descritta”-

Claudia rise compiaciuta. –“Allora se ti piace tanto prendi confidenza con i suoi piedi”-

-“Si, dottoressa”-

Abbassò la testa e cercò di baciare la punta degli stivali di Isabella. La modella, poiché non se l’aspettava, fece un passo indietro e la serva si trovò col naso schiacciato sullo zerbino.

Claudia si fece fulmineamente in avanti. Pose un piede sulla schiena di Alessia e afferrò Isabella per un braccio, tirandola verso di se.

-“Non esitare”- disse la scrittrice.

-“Scusa, ma non ero preparata a questo”- rispose Isabella, movendosi verso Alessia ed assecondando la spinta della donna.

-“Alessia”- disse Isabella.

La schiava chinò il capo –“Signora”-

-“Signorina, prego”- la rimproverò la modella.

-“Mi scusi, signorina”-

-“Baciami gli stivali”-

Alessia si fece avanti. Isabella sollevò un piede e la fermò puntandole un tacco sulla fronte.

-“Non come hai fatto con Claudia, però. Voglio che tu mi baci la suola. E’ un po’ sporca”-

Alessia baciò la suola dello stivale che era già sollevato.

-“Ancora”- disse Isabella.

Alessia baciò una seconda volta la suola.

-“Ancora…ancora…lecca, lecca adesso. Leccala finché non sarà pulita”-

La schiava esitò. Claudia pigiò il tacco sulla schiena della sottomessa –“Che fai? Ti fai riprendere?”-

-“Scusi, dottoressa”-

-“Devi chiedere scusa a Isabella, schiava, non a me”-

-“Scusi, signorina Isabella. Obbedisco subito”- Prese fra le mani la caviglia di Isabella e leccò la suola dello stivaletto. La sua bocca fu invasa da una sostanza pastosa e da un sapore acre e disgustoso.

Quando la suola fu ripulita da ogni sassolino, da ogni patina di fango e polvere, Alessia pose il piede di Isabella sullo zerbino. La modella osservò il lavoro svolto e annuì.

Quando Alessia fece per prendere l’altro stivaletto Isabella la fermò –“Basta. In piedi è scomodo. Continueremo più tardi”-

Guardò Claudia –“Prima facciamo le foto?”-

-“Come preferisci. Seguimi”-

La donna condusse Isabella in una camera spoglia, arredata solo da un divano bianco, un tappeto e due vasi da fiori agli angoli più lontani dalla porta. Vi era un’unica, ampia finestra rettangolare nella stanza, oscurata da tapparelle di un cupo colore blu elettrico.

Accanto al divano vi erano un paio di stivaloni in latex nero alti alla coscia ed un corpetto, anch’esso di latex nero,privo di maniche. Gli stivali avevano tacchi vertiginosamente alti, il corpetto era molto sexy.

Isabella raccolse quest’ultimo e l’osservò incuriosita.

-“Devo indossare questo?”- chiese.

-“Ti starà benissimo”- disse Claudia. Alessia seguiva la donna passo dopo passo. Era in piedi ma teneva lo sguardo basso, rivolto alle sublimi caviglie della sua proprietaria –“Non trovi che il nero sia il suo colore, Alessia?”-

-“Senza dubbio, dottoressa. E la signorina Isabella è perfetta”-

Isabella sorrise –“Mi cambio subito, così cominciamo”-

Si tolse gonna e stivaletti, poi la maglietta. Claudia e la serva attesero fuori. Dopo pochi minuti la modella le chiamò dall’interno della stanza.

-“Sono pronta, credo…potete venire”- disse.

Claudia entrò, seguita a ruota dalla serva e la figura di Isabella lasciò entrambe di stucco.

-“Veramente è anche meglio di quanto mi aspettassi”- disse raggiante la scrittrice –“Se le foto che andranno in testa ad ogni capitolo riusciranno a trasmettere anche solo un briciolo dello spirito di dominatrice che vedo in te in questo momento, non potrò che ritenermi soddisfatto”-

Era vero. Isabella era perfetta. Grintosa, bellissima, fatale. Il costumino sadomaso ne esaltava il fisico longilineo e tonico, i tacchi ne slanciavano la figura già incredibilmente sexy, conferendole una postura imperiosa e statuaria.

Alessia si fece avanti e le consegnò un paio di guanti anch’essi in latex nero, di quelli che coprono le braccia fino al bicipite. Isabella li prese senza ringraziare e li indossò.

-“Come sto?”- sorrise ruotando sulle punte degli stivali e mostrandosi in tutto il suo splendore. I suoi capelli d’ebano cadevano sulla schiena mescolandosi alla nera e lucida superficie del corpetto.

-“Direi che miglior investimento non poteva essere fatto”- rispose Claudia –“Non fai che confermare ciò che avevo predetto al pub. Sei tu la persona adatta ad impersonare il ruolo della padrona”-

-“Davvero? Benissimo!”- esclamò Isabella –“Ora dunque manca solo la schiava”-

Non terminò la frase che Alessia s’era già infilata la mascherina che avrebbe nascosto il suo viso nelle fotografie. Era un copricapo che le fasciava fronte, naso e zigomi; le scendeva attorno ai capelli, chiudendosi per mezzo di un laccetto elastico all’altezza della nuca.

-“Le foto verranno scattate qui”- informò Claudia –“in questa stanza ed io sarò la fotografa. Ho una certa esperienza in campo fotografico”-

La schiava andò a prendere macchina e rullini, diede tutto alla padrona e s’andò ad acquattare ai piedi di Isabella. La modella la guardò dall’alto in basso torreggiando su di lei come una vera divinità greca.

-“Che dobbiamo fare?”- chiese –“Dai tu le disposizioni”-

-“Si. Dunque, per il primo racconto ho intessuto una storia basata sul calpestamento. Ti ho già detto di che cosa si tratta, giusto?”-

-“E ciò che ti piace fare con la nostra fedele schiava”- disse Isabella senza troppo tatto. La schiava in questione era proprio lì, inginocchiata accanto a lei.

-“Si, è proprio quello. Così adesso salirai sulla schiena di Alessia…lei sa già che posizione assumere…e farai finta di essere un’imperatrice d’altri tempi”-

-“Tutto qui?”- chiese Isabella.

-“Tutto qui!”- rispose la scrittrice.

Alessia si era messa in ginocchio: appoggiò anche le mani sul pavimento in modo da avere la schiena perfettamente orizzontale ed in linea con la testa.

Isabella la guardò assumere posizione poi, senza esitare, le salì sul dorso ad un palmo di distanza dalla nuca, saltandole letteralmente addosso.

I tacchi degli stivali erano lunghissimi ed appuntiti. Affondarono nella pelle della sottomessa come punteruoli. Alessia gemette.

-“Che cos’ha?”- chiese innocentemente Isabella, a metà fra il divertito e lo stupito.

-“No, niente”- disse Claudia –“Ben eretta, Isabella, per favore”-

La dominatrice assunse una posizione da virago guerriera, a gambe divaricate, le mani poggiate sui fianchi e la testa alta.

Claudia scattò alcune foto da diverse angolazioni.

-“Perfetto, benissimo”- ripeteva ad ogni scatto –“Benissimo…si, sposta il peso sulla gamba sinistra…”-

Scattò una quindicina di foto, infine disse –“Passiamo al secondo capitolo. In questo ho parlato di devozione verso il piede femminile e, ovviamente, anche verso la calzatura della donna”-

Cambiò posizione –“Ah, Isabella, cara, puoi scendere adesso”-

-“Di gia?”- chiese la ragazza, torturando ancora un poco la colonna vertebrale della sottomessa con i tacchi –“E va bene. Vediamo cosa prevede adesso il menù…”-

E con un tono un po’ indispettito discese da Alessia.

-“Si tratta di fare un primo piano della bocca di Alessia che tiene fra le labbra uno dei tuoi tacchi. In questa immagine non vedremo che un tuo stivale, perciò”-

-“Forza, allora. Mettiamoci al lavoro”- disse Isabella.

Claudia scattò altre dieci foto, poi le due dominatrici e la serva passarono ad un altro soggetto

-“Terzo racconto….pony- girl…Isabella, siediti sulla schiena di Alessia e fa finta di essere un’amazzone… ecco, metti ad Alessia questo collare. E non scordare il guinzaglio….Bene, tira un poco il guinzaglio, falle assumere un’espressione sofferente. E ricorda di sollevare tutti e due i piedi dal pavimento…Bravissima, Isabella. E tu, schiava, inarca di più la schiena, non vedi che la tua padrona è scomoda?”- disse Claudia.

-“Il quarto racconto vede la schiavetta alle prese con le morbose manie della sua mistress per il proprio sedere….qui ci vuole un bel primo piano del tuo fondoschiena, cara…Alessia, avvicinati e da’ un bacio sulle natiche di Isabella…guarda quanto sono belle”-

-“Quinto racconto parla di una ragazza che fa la lustrascarpe in strada…una lustrascarpe molto particolare, che invece di spazzole e lucidi impiega la sola lingua….Isabella, poggia sul pavimento quel cuscino e mettici i piedi sopra. E tu, Alessia, striscia a leccarle gli stivali…mostra bene la lingua, mi raccomando…ecco, così… Il sesto racconto parla di una bella padroncina che porta la sua serva in vacanza al mare…qui dovresti toglierti gli stivali, Isabella…devi posare a piedi nudi….Alessia, apri per bene la bocca e chinati di più così la tua nuova padrona può infilarvi dentro il suo piedino, vero Isabella?”-

E di seguito furono scattate le foto per i restanti episodi del libro di Claudia. Ogni volta la scrittrice trovava sempre qualcosa di umiliante e doloroso da far compiere alla sua serva e Isabella pareva divertirsi sempre più.

Alla fine della serata giunse il momento della foto di copertina.

-“Ed ora ecco il gran finale!”- esclamò Claudia raggiante –“Fin qui è andato tutto bene. Abbiamo dell’ottimo materiale”-

Si avvicinò ad Isabella con aria maliziosa, indicando la serva con gli occhi.

-“Cos’hai in mente?”- chiese divertita la modella –“Hai uno sguardo che non promette nulla di buono”- disse –“Per la nostra schiavetta, intendo”-

Claudia sorrise. –“Nient’affatto! Vedrai come sarà contenta, invece”- Programmò la macchina fotografica digitale con l’autoscatto e pose l’apparecchio sul cavalletto, inquadrò con cura il divano e mise a fuoco.

-“Ah, ho capito!”- disse Isabella –“Una foto a tre!”-

-“Giusto! La schiava con entrambe le sue padrone”-

-“Come ci mettiamo?”- chiese Isabella.

-“Sono un poco indecisa, in effetti. All’inizio avevo pensato a qualcosa di tradizionale. Noi due sedute sul divano a gambe distese e la serva che ci fa da poggiapiedi”-

-“Sublime. Perché non lo facciamo?”-

-“E’ un immagine un po’ anonima per la copertina di un libro. Serve qualcosa che colpisca di più l’immaginazione”-

-“E dunque?”-

-“Senti questa. Tu te ne stai sul divano, comoda, con le gambe accavallate e le braccia distese sullo schienale. Alessia ti sta davanti, in ginocchio e ti lecca gli stivali mentre io sono in piedi sulla schiena della serva e le strattono il collo col guinzaglio che ha legato al collare. Che te ne pare?”-

-“Gradevole, molto gradevole”- disse Isabella, con espressione sorniona. Si aggiustò una ciocca di capelli che si era ribellata alla sua folta capigliatura –“Però ad una condizione!”-

-“Quale?”- chiese la scrittrice.

-“Che sia tu quella seduta sul divano a farsi leccare le scarpe. Io starò in piedi sulla sua schiena!”-

-“Ti comici ad ambientare, eh?”-

-“Si, non posso negarlo”-

-“Così sia, allora”-

Alessia si era già posta a quattro zampe di fronte al divano. Attendeva.



Dopo aver riposto la macchina fotografica e scaricato le immagini sul computer Isabella e Claudia cenarono. Alessia, dopo aver servito le sue due padrone, per ordine della scrittrice si accucciò sotto al tavolo, onorando con devozione e affetto i piedi stanchi ed un po’ dolenti della bella ospite. Claudia le gettò di tanto in tanto qualche biscotto ed alcuni avanzi. La serva li ingoiò direttamente sul pavimento, ringraziando la dottoressa con carezze sulle belle gambe e baci amorevoli sulle caviglie.

-“Dunque il servizio è finito”- disse ad un certo punto Claudia. La cena era quasi al termine e fuori era ormai buio pesto.

-“Spero che il servizio sia venuto bene”- disse Isabella –“E che tu sia rimasta soddisfatta”-

-“Lo sono già, nonostante non abbia ancora avuto modo di controllare le foto, te lo assicuro. Domani la schiava ed io controlleremo gli scatti uno per uno, ed in giornata selezionerò quali immagini far pubblicare e quali no, sai. Fino a qualche tempo fa usavo una macchina fotografica tradizionale, di quelle con il rullino. Ero costretta a mandare la schiava a far sviluppare i rullini e ritirare le foto perché sai, le immagini sono assai forti e chi sviluppa le pellicole spesso da una sbirciatina al materiale dei clienti. Non volevo che qualcuno associasse la mia persona a pratiche poco ortodosse come il fetish o il sadomaso. Così lasciavo che fosse lei ad esporsi al posto mio”- disse, indicando col dito indice lo spazio sotto al tavolo e lanciando un debole calcio al fianco della sottomessa.

-“Come sarebbe? Tu scrivi libri per professione! La gente legge di storie sadomaso e fetish che portano il tuo nome. Come si può non associare queste pratiche che tu chiami poco ortodosse a te?”-

-“Perché questo libro, come molti altri che trattano di argomenti simili, diciamo a margine dell’eros tradizionale, lo faccio pubblicare sotto pseudonimo”-

-“Capisco”-

-“Ma veniamo a noi. Vogliamo continuare il discorso lasciato in sospeso oggi al pub?”-

-“Quale discorso?”- chiese Isabella.

-“Il discorso riguardo alla tua vocazione nascosta. Non te ne sarai già scordata?”- Claudia sorrideva. Era un sorriso appena pronunciato. Per un attimo la ragazza con i capelli corvini tornò con la mente alla sensazione avvertita poche ore prima, quando le era sembrato che Claudia fosse in grado di leggerle nel cuore con il suo sguardo attento e penetrante.

-“Beh, che cos’è rimasto da dire, ancora?”-

-“C’è molto da dire a questo riguardo. Ma non voglio forzarti”-

-“Se parli del servizio fotografico devo dire che avevi ragione. Non è stato molto più traumatico delle sfilate a cui ho partecipato in passato e senza dubbio ne ho tratto un buon profitto. Inoltre posare davanti ad una sola persona è senz’altro più rilassante che non sgambettare davanti ad uno staff di trenta fotografi. Devo dire che considero quest’esperienza assi positivamente”- una pausa –“Ma riguardo al fatto che io sia una feticista come te….”-

Claudia lasciò le posate nel piatto e si adagiò sulla sedia –“Bene, vedo che ti serve un’ultima dimostrazione. Alessia!”- chiamò.

-“Si, dottoressa”- rispose prontamente la ragazza da sotto al tavolo.

-“Il lavoro di Isabella si può considerare concluso in questo stesso momento. Non sei più costretta a mortificare te stessa davanti a lei. Se non vuoi più leccarle i piedi striscia fuori da sotto al tavolo e vieni qui”-

Vi fu un lungo silenzio. In quel momento Isabella avvertì la dolce pressione della lingua di Alessia che abbandonava la superficie dei suoi piedi. Le piante erano poste sul cuscino adoperato durante il servizio fotografico. La ragazza sentì in cuor suo che Alessia aveva deciso di non essere più la sua schiava. Non aveva riconosciuto in lei la natura della dominatrice, quindi!

-“Eppure Claudia aveva affermato d’essere sicura che io lo fossi”- pensò la giovane. –“Ed ora la scelta di questa piccola cagna sotto al tavolo mi rode più di quanto non vorrei ammettere. Mi rode quanto roderebbe ad una padrona a cui la schiava manchi di rispetto! Non è forse questa la prova che io appartengo alla razza delle dominatrici?”-

Appena ebbe terminato di comporre questo pensiero Isabella avvertì di nuovo una piacevole e fresca sensazione sulla punta del piedino destro. Era la lingua di Alessia. La schiava l’aveva riconosciuta come sua padrona.

-“Bene”- disse Isabella, sorridendo –“Si direbbe che avessi ragione tu, Claudia”-

La scrittrice annuì –“Siamo simili, io e te. Abbiamo la capacità di manipolare gli altri ed usarli per i nostri fini. Per il nostro piacere e divertimento. Ma io ho qualche anno più di te. Anni di esperienza, intendo. Devi comprendere che io domino schiave e schiavi da prima ancora che tu sentissi per la prima volta la parola “sadomaso” Presto anche tu, come me, diverrai capace di leggere nei cuori delle sottomesse e di riconoscere l’animo di una padrona”-

-“Dividiamo la schiava?”- chiese Isabella.

-“Solo per poco. Solo per stasera”- sorseggiò un bicchiere di vino rosso rigirando il calice di cristallo fra le dita esperte –“Presto troverai una schiavetta tutta tua. Per stasera, quindi, dormirai qui con me. Alessia avrà il piacere e l’onore di essere il tuo scendiletto, se lo vorrai”-

Isabella fremette –“Benissimo. Sollevò un piede e lo appoggiò sulla testa della serva sfregandole i capelli e calcando il suo viso sul cuscino a fianco dell’altro piede”-

-“Che vogliamo fare stasera?”- chiese Claudia in quel momento –“Non avrai voglia di stare chiusa in casa!”-

-“Un passatempo lo abbiamo!”- rispose subito Isabella, incrementando la pressione del piede sul capo della serva. Alessia emise gemiti soffocati di dolore.

-“Beh, si. Ma lei sarà qui anche domani e dopodomani. Stasera pensavo di uscire a bere qualcosa in un localino che conosco. E poi magari andiamo a fare un giro in centro. Ti voglio far vedere una cosa che sono sicura troverai interessantissima!”-.

-“Di che si tratta?”-

-“Seguimi e lo saprai!”-

Claudia s’alzò ed uscì velocemente dalla sala da pranzo.

-“Alessia, asciuga i piedi della signorina Isabella e seguimi. Io e la tua nuova padrona usciamo, perciò devo prepararti”-

-“Si, dottoressa”-

Mentre la serva asciugava le tracce di saliva dai piedini della modella, quest’ultima si voltò verso la scrittrice.

-“Devi prepararla? Per cosa?”-

-“Seguimi e te lo mostrerò”- disse Claudia. Era ferma sulla soglia della porta e sulle sue labbra era stampato sorriso sottile.



Si fece seguire da Alessia fin nella camera da letto e lì si svestì. Tolse gonna , scarpe e giacca. Indossò una gonna più lunga, con uno spacco sul fianco destro, calze a rete nere ed un vestitino scollato di seta molto ampio che lasciava scoperte le spalle.

La serva le portò un paio di decolté rosse che facevano intravedere la punta del piede e le unghie smaltate di rosso vivo. Un laccetto sottile le girava attorno alla caviglia chiudendosi in una piccola fibbia dorata impreziosita da uno scintillante diadema color del tramonto.

-“Vieni”- ordinò alla schiava.

Si recò in bagno, estrasse dal cassetto sotto al lavandino un rotolo di nastro adesivo telato e ne strappò un segmento lungo una spanna.

Isabella osservò la donna con curiosità. Claudia aveva lasciato gli indumenti indossati durante il giorno di là, in camera, ma aveva fatto portare in bagno le calze autoreggenti dalla sua sottomessa.

-“Alessia”- disse Claudia –“Apri la bocca”-

La schiava obbedì. La scrittrice fece un bolo con le sue calze usate e gliele infilò in bocca, assicurandosi che la parte sudata che era stata direttamente a contatto con il piede andasse a toccare la lingua ed il palato della giovane.

-“Chiudi”- ordinò.

Alessia obbedì. Nessun lembo delle calze fuoriusciva dalle sue labbra rosate.

-“Bene”- disse Claudia, foderando la bocca della serva col nastro adesivo –“Impara da me, Isabella. Se un giorno vorrai fare lo stesso con una delle tue schiave, che sicuramente saranno numerose, assicurati che le calze siano ben chiuse nella loro bocca. Adorano che le si faccia questo. Adorano essere sottoposte a trattamenti così umilianti. Se lasci che anche un solo lembo spunti fuori da un angolino delle labbra vi applichi sopra il nastro adesivo, il massimo che può succedere quando lo vai a togliere è che le calze si smaglino”-

-“Si”- commentò Isabella –“Va bene, ma non avevi detto che stasera saremmo uscite?”-

-“Infatti”-

-“E allora? Non vorrai lasciare le tue calze nella bocca della serva per tutto il tempo!”- esclamò con aria lievemente preoccupata la modella.

Claudia fece inginocchiare Alessia con il seno appoggiato sull’orlo della tazza del water e le ordinò di abbracciare il gabinetto.

-“Sei preoccupata che la nostra bella schiavetta soffochi?”-

-“No, certo che non soffocherà. Può respirare sempre col naso”- esclamò Isabella –“Ma le calze non ti si sciupano?”-

Claudia rise. Lo stesso fece Isabella, un attimo dopo essersi resa conto di quale fosse la preoccupazione espressa. Il volto di Alessia era imperturbabile e non trasmetteva alcuna emozione.

La scrittrice legò i polsi della serva con molta forza in modo da costringere quest’ultima a rimanere in ginocchio, con la faccia rivolta verso il fondo della tazza. Infine abbassò il copri- water sulla sua testa.

-“Che dici, le diamo una rinfrescatina?”- domandò Claudia.

-“Perché no?”- rispose allegramente Isabella. Voleva essere lei a premere il bottone dello scarico ma prima che potesse muovere un solo dito la donna aveva già azionato il pulsante.

Un getto d’acqua fredda e spumeggiante colpì Alessia in piena faccia, penetrandole nelle narici e togliendole l’ossigeno per qualche secondo. La ragazza cercò di gridare, di tirarsi indietro. Claudia le premette un ginocchio sulla nuca, obbligandola a tenere la testa fra la tazza e la tavoletta del water e rimase indifferente ai lamenti della serva.

Quando la padrona tolse il ginocchio Alessia aveva i capelli completamente fradici. Rivoli di acqua gelata le scendevano lungo il collo, raccogliendosi sull’orlo della camicetta. I suoi occhi vedevano confusamente ed il naso le gocciolava. Mentre riprendeva fiato udì le voci delle due donne sopra di lei.

-“Aspetta!”- diceva Isabella –“Volevo essere io a sciacquarle la faccia! Non sono un ospite da trattare con riguardo?”-

Claudia sorrise –“E’ vero, l’ho fatto senza pensare. Ma accomodati, forse Alessia ha bisogno di un altro bagno!”-

Isabella non se lo fece ripetere due volte. Si precipitò verso la schiava e appoggiò l’indice sul tasto dello sciacquone.

-“Aspetta”- la fermò Claudia –“Devi bloccarle la testa sotto alla tavoletta con le gambe, altrimenti quella si tira indietro e ti schizza”-

Isabella seguì il consiglio dell’amica. Si appoggiò con decisione sulla schiava, premendole un ginocchio alla base del collo e un altro sulla spalla destra, poi si sporse in avanti e premette il tasto dello scarico. Sentì i muscoli del torace e quelli della schiena di Alessia che si contraevano sotto di lei. Questo la esaltò.

-“Quasi quasi gliene do un’altra porzione”- disse con una vocetta cattiva che non era la sua e che colse di sorpresa anche la stessa Claudia.

-“No, dai!”- esclamò la scrittrice –“Dobbiamo sbrigarci se vogliamo trovare un tavolo ancora libero in quel locale che ti ho detto. Lo farai di nuovo quando saremo tornate!”-

-“Come vuoi”- disse la modella, scendendo elegantemente dal dorso della serva. Fece per sollevare il copri- water ma la scrittrice la fermò.

-“Lasciala sgrondare”- disse –“Altrimenti mi bagna le mattonelle del bagno”-

-“Capisco”-

Se ne andarono ridendo, senza rivolgere una parola alla sottomessa, e lasciandola sola, bagnata ed al buio. Quella per Alessia sarebbe stata una lunga serata.



Claudia ed Isabella bevvero un drink in un pub in centro. Il locale era assai carino, arredato con brio e frequentato da gente cordiale. Parlarono fra loro, di Alessia e di quanto fosse comodo possedere completamente qualcuno. Andarono poi verso Palazzo Pitti e verso Piazza Santa Maria Novella , passeggiarono come due amiche di vecchia data e guardarono le vetrine ancora illuminate. La scrittrice mostrò ad Isabella come riconoscere i sottomessi. Li inquadrava dal loro modo di camminare, dagli sguardi supplichevoli che essi rivolgevano alle gambe delle due donne ed ai tacchi alti di Isabella.

Infine tornarono a casa di Claudia, al loro rientro mancavano pochi minuti alla mezzanotte. La donna andò a togliersi le scarpe ed il soprabito, Isabella invece si diresse senza esitare in bagno. Alessia giaceva ancora immobile così come l’avevano lasciata, con il capo incastrato sotto l’asse del water e le mani legate dietro la tazza.

Isabella si avvicinò e si sedette senza troppi complimenti sul copri- water. Dall’interno del sanitario giunsero i singulti strozzati della schiava.

-“Siamo tornate”- esclamò Isabella accavallando le gambe e sollevando tutti e due i piedi dal pavimento –“Non si saluta?”-

Alessia singhiozzò ed ansimò.

La modella, gravando completamente sulla testa della sottomessa, schiacciò il bottone dello sciacquone e la irrorò sul viso e sui capelli. Attese che il getto fosse scemato, quindi si alzò in piedi, togliendo l’asse da sopra il capo di Alessia.

La ragazza grondava acqua dalla chioma ed il suo viso era disfatto. Cercò di sollevare il busto ma le corde glielo impedirono. La serva ricadde con la testa sul bordo del water.

-“E’ stata una serata indimenticabile. La tua padrona è veramente in gamba. Mi ha insegnato a riconoscere gli schiavi e le schiave per strada, giù in centro. Alla fine mi sono avvicinata ad un ragazzo che prometteva di essere un vermetto in regola e ho fatto cadere la borsetta ai miei piedi, accanto a lui. E sai quello che ha fatto? S’è inginocchiato e me l’ha restituita con un “prego, signorina, è sua”. Al che io mi sono avvicinata a lui e senza dargli tempo alzarsi gli ho messo il dorso della mano davanti al viso. “Baciala”, ho detto e lui non se l’è fatto ripetere due volte”-

-“Si, signorina”- rispose Alessia.

Claudia entrò in quel momento.

-“Ah, vedo che hai annacquata la nostra povera schiavetta”-

-“Si, mi piace un mondo”- rispose Isabella –“Però per stasera ne ho abbastanza. Domani devo alzarmi presto. Andiamo a dormire?”-

-“Come vuoi. Avevo fatto preparare la camera degli ospiti prima che tu arrivassi”- disse Claudia.

-“Lei dove dorme?”- chiese la modella indicando Alessia.

-“Sul tappeto”- rispose Claudia –“Ai piedi del letto. La mattina mi prepara il cappuccino e poi mi sveglia. Colazione a letto, ovviamente”-

-“Che te ne fai della serva durante la notte?”-

-“Mah, dipende. Alle volte non riesco a prendere sonno e mi faccio fare un bel massaggio sulla schiena e sulle gambe. Sai, lei è molto brava a fare massaggi e come hai visto è anche molto portata per i giochi di lingua”-

Isabella rise.

-“Con le mani e con le labbra non la batte nessuno”- disse Claudia. Si avvicinò al gabinetto e sciolse Alessia. La ragazza cadde distesa sul pavimento, bagnando le mattonelle.

-“Alessia, accompagna la nostra ospite in camera sua e pulisci dove hai bagnato, poi metti a posto le scarpe ed il trench con i quali sono uscita. Datti una ripulita e asciugati i capelli”-

Claudia uscì dal bagno seguita da Isabella –“Non fare rumore quando mi raggiungi in camera”-

-Certo, dottoressa”- rispose Alessia.

Ma Isabella trattenne Claudia –“Posso tenerla io per stanotte?”-

-“La vuoi tu?”-

-“So di pretendere molto ma…solo per una notte ho pensato che si potesse fare”- insistette Isabella.

-“Si, beh, non è una grande richiesta”- mormorò maliziosamente Claudia –“Ma non c’è scendiletto né tappeto nella camera degli ospiti”-

-“Fa nulla”- esclamò l’altra –“La farò dormire sul pavimento”-

Claudia spinse indietro la testa e rise sonoramente –“Sei proprio cattiva quando vuoi”-

-“Allora? Me lo concedi o no, questo privilegio?”-

-“Ma si, perché no?”- disse Claudia. Poi, rivolgendosi alla serva intimò –“Fai tutto ciò che ti è stato ordinato di fare, ed in fretta. Ma quando avrai terminato i tuoi compiti non venire in camera mia come al solito. Segui la padrona Isabella nella stanza degli ospiti, stanotte dipenderai da lei”-

-“Si, dottoressa”-

Claudia uscì prendendo l’amica per mano. –“Ti mostro io dov’è la stanza degli ospiti”-

Isabella la seguì, non prima d’aver salutata la serva –“Fai presto, schiavetta. Ti aspetto”-

La serva asciugò il bagno, si rassettò i capelli ed il viso, sistemò le preziose calzature della sua prima padrona nella scarpiera e mise a posto il soprabito e la giacca.

Si presentò in punta di piedi davanti alla camera di Isabella quando Claudia dormiva già. Aprì la porta. La stanza era buia. Alessia chiuse l’uscio senza sbattere e si avvicinò al giaciglio a quattro zampe, sdraiandosi sul freddo pavimento al posto dello scendiletto.

Trascorsero alcuni secondi di silenzio assoluto. La serva pensò bene che la modella fosse già addormentata, sfinita dopo una lunga giornata di lavoro. Chiuse gli occhi e cercò di assopirsi. L’indomani avrebbe dovuto svegliare la sue due padrone, preparando per loro una buona colazione ed aiutandole a vestirsi e a truccarsi. Si assopì. D’un tratto qualcosa la toccò sul volto. Alessia aprì gli occhi e vide, nella penombra, il bel piedino di Isabella che dondolava sopra al suo naso. La gamba della dea sporgeva dalla coperta fino al ginocchio. D’istinto Alessia provò il desiderio di baciarlo.

-“Sei qui, Alessia?”- chiese la melliflua voce della nuova padrona.

-“Si, signorina Isabella. Ai suoi ordini”-

Isabella rise. –“Come sei brava, cara la mia servetta. Ma senti, Alessia, ti pare che io sia un po’ troppo cattiva con te?”-

-“No, assolutamente, signorina”-

-“Prima però ti ho fatto male”-

-“Non si preoccupi. Lei può fare di me quel che vuole”- giurò Alessia.

-“Davvero? Allora senti, stasera non ho sonno…non ancora”- scoprì le sue belle gambe dal morbido abbraccio delle coperte –“Claudia ha detto che sei brava a fare i massaggi e voglio proprio vedere se è la verità. Comincia da dove sai e datti da fare con la lingua”-

Alessia si mise in ginocchio e senza esitare, in assoluto silenzio, iniziò a leccare i piedini perfetti di Isabella.



E a chi volesse scrivermi ma non trova l’occasione per farlo… mail e contatto msn sono sotto al titolo!!





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I vostri commenti su questo racconto
Autore: Maxalmax Invia un messaggio
Postato in data: 25/01/2008 10:22:00
Giudizio personale:
finalmente qualcosa d\'insolito e nuovo. Bene, grane. continua così

Autore: Poiuy32 Invia un messaggio
Postato in data: 25/01/2008 10:01:32
Giudizio personale:
perchè \"una cacata\"? a me è piaciuto molto, tratta di un genere che in un paese moralista e bacchettone come il nostro non conviene nominare ma è ben scritto. certa gente interviene solo per criticare a vanvera

Autore: Valentina83 Invia un messaggio
Postato in data: 25/01/2008 09:50:11
Giudizio personale:
Bellissimo!

Autore: Noemi&pippo Invia un messaggio
Postato in data: 24/01/2008 19:07:26
Giudizio personale:
Una vera cacata


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