i racconti erotici di desiderya

Commesso lingerie

Autore: LorenzoSore
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Ero uscito dall’ufficio poco prima delle dodici anticipando di gran lunga il pranzo. Avevo imboccato una via secondaria per evitare la tanta gente che popolava il sabato di Milano.

La temperatura autunnale di novembre era tiepida eppure mi ero allentato la cravatta per un fastidioso caldo provocato forse dal passo più svelto.

E’ stato ad un incrocio che l’ho vista passare.

Aveva un cappottino giallo che lasciava intravedere un tailleur forse di colore verde scuro. Camminava con un passo intervallato, su un decolté con un tacco che batteva il suono sull’asfalto. I movimenti erano alternati da brevi pause o altre più prolungate che la catturavano oltre le vetrine dei negozi. Aveva i fianchi generosi, delle forme classiche, un cappello che le stava bene, non era di certo una signora di una magra monotonia.

Non so da quanto una donna non mi avesse rubato così lo sguardo. E’ stato in quel momento che ho deciso di seguirla; i passi che l’allontanavano mi trascinavano a lei come con una forza misteriosa e attrattiva. Non sono state tante le donne che avevo deciso di rincorrere con discrezione, lei era una di queste.



Per non dare sospetti, mi fermavo anche io di tanto in tanto a guardare oltre una qualsiasi vetrina, ma nella maggior parte dei casi il negozio non faceva per me: borse da donna, accessori, articoli per fumatori, rischiavo con molta probabilità di lasciare molti più dubbi di quanti ne volessi coprire. Mi veniva da sorridere trattenendo un leggero imbarazzo.

Lei non si curava molto di ciò che la circondava attorno, sembrava l’unico tono di colore in una fotografia di Milano in bianco e nero. Avevo deciso di saltare il pranzo per dare ancora più tempo a quel frangente, ma mai avrei potuto immaginare cosa mi sarebbe capitato a breve nei minuti a seguire.

E’ stato un istante dopo che entrò in quel negozio.

Mentre camminavo sul marciapiede sullo stesso lato non riuscivo a scorgere l’insegna e quali articoli merceologici si vendeva. Comprendevo solo all’ingresso che si trattava di una boutique di intimo, di un genere molto raffinato. Manichini slanciati nelle vetrine indossavano tessuti succinti di uno stile retrò. All’interno si potevano scorgere diversi indumenti figurati da prosperose pin-up.



Una barriera a lama d’aria mi spettinava fastidiosamente mentre ero fermo all’ingresso.

Dovevo decidermi se andare via o entrare. Mi decisi a seguito della sciocca preoccupazione che avvertivo quando mi accorsi di averla perduta tra gli scaffali. Entrai con un certo imbarazzo, ma giustificavo il mio ingresso dal fatto che potevo essere lì anche solo per fare un regalo, che male c’era? Certo ero l’unico possibile acquirente uomo in quel momento.

Camminavo fingendomi incuriosito dagli articoli (molti di questi davvero catturavano la mia attenzione) in realtà tentavo di individuarla tra quelle persone che intravedevo precariamente dietro a qualche espositore.

– Mi scusi un’informazione –

Quando mi sono sentito chiamare di spalle, non avrei mai pensato che girandomi mi sarei trovato proprio lei davanti a me. In mano teneva un capo che facevo fatica a distinguerne la tipologia. Ad un passo da me era ancora più affascinante. Non so a che battiti il cuore ormai pompava, ma era bella quell’emozione così improvvisa e inaspettata per un uomo sempre imperturbabile e austero com’ero.

Nella trepidazione e nel leggero impaccio sono riuscito a risponderle: – mi dica, come posso aiutarla? –

– Stavo cercando modelli simili a otto giarrettiere, ne avete? –



Capivo solo in quel momento dell’equivoco che si stava venendo a creare. Forse era la giacca e la cravatta che consentivano di confondermi per il commesso del negozio. C’era poco tempo per decidere come replicare, ma non ero più capace di ritrarmi da quell’utilità del ruolo che mi era stato conferito dalla casualità.

Avrei dovuto comunque essere all’altezza di rispondere alla domanda comprendendo quanto potessi essere ignorante sull’argomento, diversamente lei ne era piuttosto competente. Dovevo farmi trovare pronto quindi esclamai un ‘no’ secco che le fece cambiare espressione del viso assumendo un profilo di delusione molto evidente. Il suo sguardo era poco chino sull’indumento che teneva in mano, pensieroso su cosa fare.

– Che stupido – mi dicevo tra me e me, e sentivo di voler in qualche modo rimediare con una rassicurazione: – Mi dia comunque il tempo per verificare a catalogo –

Lo dicevo con un leggero sorriso che contagiò anche il suo. Gli occhi ripresero ad illuminarsi e compresi che era soddisfatta della risposta e della speranza riposta.

– Entro in camerino a provare qualcosa nel frattempo –

Il camerino era proprio lì a pochi passi. La vidi aprire la tenda, appoggiare la cruccia sul gancetto, sfilarsi di dosso il cappottino giallo che finalmente lasciava intravedere il tailleur che indossava.



Dovevo allontanarmi per fare finta di verificare quanto mi aveva chiesto. Avevo anche pensato di inoltrare la richiesta alla commessa vicino la cassa, ma ero dubbioso su quanto stessi domandando e soprattutto avevo il timore che potesse chiedermi altri dettagli che assolutamente non conoscevo. Feci quindi solo un giro attorno agli espositori mirando di tanto in tanto verso il camerino chiuso dalla tenda.

Da lontano si poteva scorgere bene il movimento delle gambe slanciate sulle scarpe alte, i movimenti che alzavano una gamba e poi l’altra per scavalcare la gonna caduta a terra. Ogni gesto era in equilibrio sulle scarpe che non sfilava mai per nessun motivo, forse per non far toccare il piede a terra o forse perché le faceva piacere provare gli indumenti indosso senza privarsi di quell’artifizio così femminile.

Da un altro indumento a terra avevo compreso che stava indossabdo delle sottovesti di pizzo nero. Provai ad avvicinarmi, un poco rassicurato dal mio nuovo ruolo, ma in realtà ero catturato da quella leggera fessura che si era creata tra la tenda e la parete del camerino.

Mi sentivo molto voyeur, sapevo che non era una cosa moralmente corretta, ma per ogni passo indietro che facevo, tre mi portavano poi più avanti. Alla fine raggiunsi un punto ideale per i miei occhi.



Lo spacco della tenda da muro, ancora più aperto da un suo involontario movimento, permetteva di vederla bene in déshabillé. Indossava delle calze fermate da un reggicalze che non doveva aver scelto in negozio. Intuivo che era una habitué di quel genere di abbigliamento erotico. Mentre una bretella saltava liberando la calza, delicatamente alzava la gamba fermandola sull’orlo dello sgabello per ricomporre il delicato nylon nella sua abituale posizione; infilava le unghie rosse in modo delicato all’interno del tessuto, per afferrarne il ricamo e delicatamente riportarlo al livello dell’inguine dove lo imprigionava con una abile pressione al fermo. Le giarrettiere segnavano delicatamente la pelle chiara sui rosei glutei. Indossava quell’abbigliamento come fosse un’armatura, come a prepararsi ad una battaglia passionale.

Per un attimo mi sembrò che nel riflesso dello specchio si accorse della mia presenza, ero indubbio se mi fossi confuso o se veramente si fosse accorta che la stessi spiando.



Il dubbio era ancor più enfatizzato dalla sua non curanza; non la notavo affatto sorpresa.

Quella stessa non curanza poteva anche essere legata a quanto poteva essere naturale mostrarsi così davanti ad un commesso? Oppure iniziai a pensare che avesse intuito che non ero quello che sembravo. Allora potevamo essere complici ad un gioco del vedo non vedo? Un gioco di intenti, di sguardi, abilmente creato dal caso e enfatizzato dalle nostre volontà.

Pensavo che le piaceva avere i miei occhi addosso, che le correvano lungo le forme generose, che si soffermavano attenti tra i dettagli e sulle movenze che rappresentava per me.

Troppi pensieri e troppi dubbi.

L’unica certezza, l’unica realtà era quella che potevo osservare.


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