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UNA SERATA DA LUCIFERO (parte prima)

Questa storia parla di Marta. La conobbi in Accademia, quando decisi di riprendere gli studi artistici. Io avevo poco più di vent'anni; lei ne aveva trentuno, era insegnante e figlia di insegnanti, prigioniera di quell'aula solo per ottenere un pezzo di carta obbligatorio. Avevamo entrambi profonde occhiaie. Le mie venivano dai dischi che mettevo nei night club fino all'alba; le sue non erano colpa dell'età o dello studio, ma il prezzo di una seconda vita che nessuno, lì dentro, poteva immaginare.

Di giorno Marta era una fortezza, blindata in pullover accollati e compostezza borghese. Non legava con nessuno. Io non cercavo di meglio: arrivavo in aula tardi, con i bassi del locale che mi rintonavano ancora in testa, e mi isolavo a impastare la creta. Fu proprio la creta a tradirci. Una mattina, mentre modellavo a sguardo basso, avvertii i suoi occhi addosso. Non era la distrazione di una studentessa; era un esame lento, spietato, che partiva dalle mie mani sporche di fango e risaliva fino alle mie occhiaie. Quando alzai la testa, lei non distolse lo sguardo. Con un cenno improvviso, mimai il gesto di bere un caffè.

Ci ritrovammo al bancone del bar. Non provavo alcuna attrazione per lei, solo una profonda curiosità: nei locali in cui lavoravo ero circondato da donne disinibite, e lei ne era l'assoluta nemesi. Si definiva un'intrusa senza talento, lì solo per timbrare un cartellino burocratico; le serviva esclusivamente il titolo. Io le parlai delle mie notti, ma anche della mia determinazione a dominare la scultura. Da quel giorno, il caffè divenne il nostro rito quotidiano. Ogni mattina ci scambiavamo frammenti di vita e, lentamente, anche qualche vizio nascosto.

Per quanto le mie storie notturne la incuriosissero, nei suoi occhi non c'era mai sorpresa. Aspettò il momento in cui capì di potersi fidare ciecamente per lasciar cadere la maschera.

"Frequento i gay. E soprattutto i locali gay" mi disse a bruciapelo.

Incassai il colpo, cercando di fare l'uomo di mondo: le risposi che era naturale, che a una donna potessero piacere le donne. Marta scosse la testa e mi fulminò:

"Guarda che a me piace il cazzo!".

Voleva uomini che amavano gli uomini. Lo trovava stimolante, appagante, un piacere strappato al confine di un mondo non suo. Quella rivelazione fece saltare tutti i miei punti di riferimento. Cosa cercava allora in me, l'esatto opposto di quel mondo? La confusione lasciò spazio a un interesse morboso, totale.

Passammo giorni in uno stallo sospeso, evitando di sfiorare l'argomento, finché non fu lei a rompere l'inerzia:

"Domani sera vado al Lucifero. Se ci vieni con me, mi fa piacere".

Sapeva che ero libero dal mio lavoro e che quel posto lo conoscevo bene: prima di diventare un locale gay, era stato uno dei night club in cui mettevo i dischi.

"Va bene, Marta. Ci vengo".

La mattina dopo non venne in Accademia e ne fui quasi contento. La situazione mi turbava; speravo che la serata al Lucifero saltasse. Verso le sette di sera, invece, Marta telefonò:

"Vediamoci direttamente lì alle dieci e mezza. Arrivo in taxi".

Fui puntuale, lei no. Dopo quasi tre quarti d'ora di attesa sul marciapiede, vidi l'auto accostare. Quando lo sportello si aprì, la fortezza borghese si sgretolò sotto i miei occhi. Prima i piedi, stretti nei tacchi alti, poi le gambe nude che cercavano l'asfalto. Indossava un abito bordeaux così aderente da sembrare una seconda pelle, con una scollatura ampia che rivelava due seni pallidi e sodi. Sopra aveva solo un blazer nero appoggiato sulle spalle, lasciato aperto. In Accademia nessuno l'avrebbe riconosciuta. Nemmeno io, se non fossi stato lì, testimone impietrito di quella metamorfosi.

Mi prese la mano e scendemmo i gradini del Lucifero. Sotto le luci stroboscopiche incrociai sguardi magnetici e sospettosi: uomini e donne che riconoscevano l'intrusa, ma non il ventenne che la seguiva. Adesso era lei ad aprire la strada nel locale dove un tempo suonavo i miei  dischi. Muovendosi tra la calca con una disinvoltura che in Accademia le avrei creduto impossibile, intercettò subito i suoi amici. Un paio di ragazzi bellissimi le andarono incontro, la avvolsero, la baciarono sulle labbra con una familiarità che mi diede fastidio. Quando mi presentava, stringevo mani e sorridevo con l'imbarazzo di chi è stato privato delle proprie sicurezze. Eppure, in mezzo a quel frastuono di corpi e sguardi complici, provavo un'eccitazione del tutto nuova. Ero vulnerabile, e lei era maledettamente attraente.

Il locale aveva cambiato nome, non la struttura. In fondo, immersi nell'ombra, c'erano ancora i divani bassi e i tavolini disposti lungo il perimetro. Marta scelse dove appostarsi. Si sfilò il blazer e si voltò, offrendomi la schiena completamente nuda fin sotto la vita. Per me fu un saggio di scultura: le scapole affilate, la linea della colonna vertebrale, quel chiaroscuro intermittente che le luci stroboscopiche disegnavano sulle sue forme.

Si girò di scatto, intercettando il mio silenzio, e rise:

"Che hai da guardare?"

Non riuscii a rispondere. Marta si fece seria, come se avesse letto l'incendio nei miei occhi, poi spezzò la tensione con una risata:

"Vado alla toilette. Tu intanto ordinami un Negroni. E mi raccomando: attento ai bellissimi maschietti che ci girano intorno. Soprattutto ai miei amici, sono i più pericolosi".

All'altezza del bancone il locale riacquistò i suoi vecchi odori. Ordinai il suo Negroni e un rum per me. Sentii una mano scivolare sulla spalla. Un ragazzo mi sorrise, stringendo la presa:

"Che ti ha fatto quella troia di Marta? Piccolo mio, attento, è una strega... Scherzo!"

Dalla carezza passò a una pacca cameratesca. Intorno qualcuno rise. Incassai il colpo, accennando un sorriso complice: in quel posto ero io l'intruso, e mostrare i denti sarebbe stato un errore.

Tornai al tavolo con i bicchieri. Mi sedetti, lasciandomi cullare da un acuto in falsetto di Jimmy Somerville che tagliava la nebbia del locale. Marta riapparve all'improvviso, dondolando sui tacchi:

"Ma come, non mi aspetti per brindare?"

Le porsi il bicchiere scusandomi. La guardai e realizzai che la donna di fronte a me era una perfetta sconosciuta. Una sconosciuta così desiderabile da rendere inutile qualsiasi tentativo di difesa.

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