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"L'Incontro che cambiò tutto: Oltre i tacchi rossi"

Sono Andrea, ho cinquantuno anni, divorziato. Questo è il primo di tre capitoli di una storia che mi ha cambiato la vita. Era un pomeriggio ordinario della tarda primavera, quando le temperature sfioravano già l'estate. Ero parcheggiato in uno di quegli ipermercati comuni come tanti quando, appena arrivato, vidi fermarsi davanti a me un'auto ugualmente anonima. Guardai distrattamente attraverso il vetro e non scorsi nulla di banale: un viso impossibile da ignorare, con tratti perfetti incorniciati da capelli mossi fino alle spalle, castani intensi con riflessi rossi accesi dal sole. Scandii ogni istante dietro gli occhiali scuri. Ritardai volutamente di alcuni secondi solo per restarle dietro e catturarne il resto. Lei scese e si avviò verso il negozio di scarpe di fronte. Indossava una camicetta bianca che lasciava intravedere il reggiseno di pizzo, al cui interno riposavano «due meraviglie», almeno di quarta taglia; portava una gonna leggerissima a fiori al ginocchio e ai piedi sandali con zeppa. Uno spettacolo che rimane negli occhi e nella mente. Camminava come una pantera, ancheggiando senza volgarità, pura sensualità. I miei cinquant'anni non mi impedirono di guardare con desiderio quella bellezza, che avrebbe potuto averne circa dieci in meno rispetto a me. Entrai anch'io dietro di lei e mi avviai in un corridoio, tra le calzature, all'altezza del suo viso. Il mio desiderio era rivolto alla possibilità di vederle i piedi, le dita, poiché era questa la mia passione. La vedevo seduta, con la gonna sollevata e metà cosce scoperte, mentre provava dei sandali rossi con laccetti sottilissimi e tacco dodici. Invidiai la commessa e sudai osservando le sue dita farsi strada dentro le scarpe nuove. Lei chiese la numero trentasette, la provò facendo qualche passo. Mi misero a tremare. Immaginai i suoi piedini nelle mie mani, poterli accarezzare, baciare e leccare. In quel momento scattò la follia. Mi diressi verso l'uscita, aprii la mia auto e presi un foglietto sul quale scrissi: «I tuoi sensuali e meravigliosi piedini mi hanno stregato. Vorrei poterli accarezzare, baciare e leccare. Solo questo». Seguiva il mio numero di cellulare. Lo infilai sotto il suo tergicristallo e me ne andai. Appena uscito dal grande parcheggio, fui assalito dalla paura. E se mi avesse denunciato? Se il suo compagno mi avesse cercato? Tornai indietro per rimediare e togliere quel foglietto compromettente. Troppo tardi: era andata via. Passai qualche giorno di forte tensione, poi mi tranquillizzai pensando che tutto sarebbe finito lì. Le giornate trascorrevano come sempre; poi, dopo più di un mese, arrivò un messaggio: «Domani sera alle venti», seguito dall'indirizzo. Mi assalì di nuovo la tensione. A quel punto non avevo altra scelta e andai. Un palazzo in una strada qualsiasi in periferia; suonai il campanello dove c'era solo un numero e si aprì il portone. Arrivato al piano, trovai una sola porta, semichiusa; la scostai ed entrai. C'era un dolcissimo e delicato profumo. Lei era seduta in poltrona e mi disse soltanto: «Accomodati». Appena fui seduto, proseguì: «Sai che hai rischiato molto?». Dissi di sì, ma che ne valeva la pena. Mi domandò cosa avessero i suoi piedi di speciale e le risposi: «Tutto». Aveva calzato i sandali rossi acquistati quel giorno, teneva le gambe accavallate ed era coperta da una vestaglia rosa. Mi domandai perché, essendo in vestaglia, avesse ancora i sandali, ma mi diedi la risposta da solo: era per avere più sensualità e ci riuscì perfettamente. Mani e piedi curatissimi; le unghie dei piedi avevano lo smalto dello stesso colore delle mani, un rosso fuoco che sembrava volersi infiammare dentro la mia testa. Eravamo seduti di fronte, lei accese il grande schermo sul quale comparve un video in altissima definizione di due donne che si leccavano scarpe e piedi con largo uso di saliva e lingue. Sapeva che avrei sbavato anche io e accennò un leggero sorriso mentre allungava il piede verso il mio viso. Quando il suo tacco sottile da dodici arrivò a pochi centimetri dal mio naso, mi avvicinai e lo leccai; accerchiandolo con le labbra, lo succhiai avidamente. «Sapevo che avresti cominciato così. Spogliati completamente, voglio vederti nudo». Pensai di aver fatto qualcosa di sbagliato e le domandai perché volesse che mi spogliassi. «È la prima e l'ultima domanda che ti permetterò di farmi: tu devi solo ubbidire ai miei ordini!». Mi alzai in piedi e cominciai a spogliarmi mentre sullo schermo scorrevano ancora le immagini delle donne, che nel frattempo erano diventate un'orgia: si leccavano piedi, tacchi, fighe, seni e capezzoli, facendo colare la saliva come un olio che le copriva. Rimasi con i boxer e mi fermai. Lei con un cenno delle mani mi fece capire che dovevo toglierli e lo feci. Ero in piedi, nudo, con il pene contratto dal freddo dell'adrenalina, che pendeva flaccido in mezzo alle gambe. Allungò il piede e col tacco giocò un po' col mio membro flaccido. «Mettiti a quattro zampe e leccami i piedi». La situazione era come avevo sempre sognato, umiliante e degradante. Mi chinai e vidi davanti a me i suoi piedi dentro quei sandali da sogno, le dita che sporgevano dalla fascetta, lo smalto. Cominciai a baciarli e a leccarli, infilavo la lingua fra le dita che lei muoveva per fare spazio; mi spostai verso il retro e cercai di mettere la lingua fra il tallone e la suola, trovai spazio anche lì. Le sue estremità avevano un sapore e un profumo di cannella, leggerissimo; erano morbide e lisce. Il massimo che potessi desiderare. Non so per quanto tempo feci quella pratica dolcissima. Si sedette sulla poltrona e mi disse: «Toglimi i sandali, ma senza toccarmi con le mani». Mi diedi da fare coi denti sulla piccola fibbia che teneva la caviglia e, prima uno e poi l'altro, riuscii a slacciarli; afferrai i tacchi con i denti e glieli sfilai delicatamente. Senza sandali i piedi erano ancora più adorabili. Alzai un attimo lo sguardo verso il suo viso e vidi che si stava leccando le labbra, un segno inequivocabile che le piaceva e che mi diede ancora più voglia. La leccai ancora in mezzo alle dita cercando di bagnarla molto di saliva e poi, uno alla volta, li succhiai tutti immaginando che fossero dei cazzi duri nella mia bocca. Mi infilai tutta la parte anteriore del piede in bocca continuando a succhiarlo, a lavarlo di saliva; mi sentivo penetrato e usato come avevo sempre voluto essere, mi sentivo il suo schiavo e servo. Lei mi spingeva con delicatezza il piede in bocca simulando una penetrazione e io la lascivo fare tenendo la testa ferma. «Ti piacerebbe essere scopato così?». Le risposi di sì, che lo avevo sempre desiderato. «Ti piace il cazzo? Ne hai presi molti?». Le risposi che mi piaceva da impazzire ma che non ne avevo mai preso uno, e che, quando le succhiavo le dita, immaginavo che fossero dei cazzi, tanti cazzi che mi penetravano ovunque e mi possedevano. Lei rise e mi disse che un bel cazzo me lo sarei proprio meritato. Io annuii e lei rise ancora. «Se avessi qui un bel cazzo duro, lo succhieresti come i miei piedi?». Annuii di nuovo continuando a leccare ma non le bastava: «Voglio sentirtelo dire, devi dirmi che lo vuoi, che lo desideri, che vuoi un cazzo adesso da spompinare. Guardami e dimmelo». Io, restando in ginocchio, mi misi seduto sui miei piedi, con il pene che mi gocciolava per l'eccitazione ma sempre maledettamente moscio e raggrinzito. La guardai e, con una decisione che non so da dove mi sia arrivata, le dissi: «Sì, voglio un cazzo, duro e bagnato, lo voglio leccare e succhiare fino a farlo sborrare. Voglio un cazzone duro adesso!». Lei mi prese per i capelli senza farmi male e mi fece alzare in piedi, mi guardò il pene moscio e mi disse: «Mi fai un po' pena, un maturo impotente che urla che vuole un cazzo. Tua moglie ti ha lasciato per questo, vero?». Io risposi di sì senza capire come avesse fatto a saperlo, ma in questo momento non mi interessava e non sapevo che il peggio, o il meglio, doveva ancora arrivare. «Adesso voglio che guardi questo video e dici a voce alta tutto quello che pensi e desideri. Devi farlo con la voce che più ti si addice, quella di un gay passivo. Devi fare la vocina da frocetto. E mentre lo fai devi segarti quel cazzetto inutile. Voglio sentirti implorare cazzi che ti aprono il culo e voglio vedere se sei capace di far uscire qualche goccia di sperma da quelle palle secche».

Sullo schermo comparvero dei gay bianchi e neri con enormi cazzi che erano nel pieno di un'orgia in una grande stanza con dei divani. Mi eccitavano certo, ne avevo visti molti simili e mi ero segato, ma adesso era un'altra cosa: adesso c'era lei. Cominciai a menarmelo sperando con tutto me stesso che si indurisse almeno un po', ma più lo desideravo e peggio era; non lo avevo mai avuto così moscio. «Che cazzo fai, culattone? Ti ho detto di parlare, coglione impotente». Così cominciai a commentare il video e dire ad alta voce ciò che pensavo e desideravo, e più parlavo e più mi eccitavo, finché persi il controllo di me stesso e delle mie parole: «Che cazzi meravigliosi, guarda quel nero che cazzone lucido e duro, come lo vorrei prendere tutto in bocca, farmelo ficcare in gola. E questo bestione palestrato, che cazzone enorme, lo voglio nel culo, tutto dentro, spaccami il culo, porco, sbattimi il tuo cazzo enorme nel mio buco. Anche tu, porco nero, infilami la tua nerchia nel culo insieme al tuo amico, scopatemi insieme come dei maiali, voglio essere la vostra frocia troia, la vostra culattona succhia-cazzi. Vi scongiuro, scopatemi, per pietà inculatemi adesso, non resisto...».

Lei, dalla sua poltrona, stava a guardarmi quasi inespressiva con un sorriso appena accennato. Stavo quasi per piangere dal desiderio e dalla voglia; lei lo capì e mi disse: «Voglio che mi sborri sui piedi. Sborrami sui piedi, maiale schifoso, tira fuori quella sborra annacquata dalle tue inutili palle secche». Appoggiò i piedi sul divano e io mi avvicinai dirigendo la cappella verso i suoi piedini. Quando cominciai a eiaculare, sentii quasi dolore dentro il cazzo; mi uscì dalla gola un urlo roco e profondo, animalesco, che non riuscivo a trattenere. Mi stringevo il pene tra le dita e godevo, godevo come non mai vedendo la mia sborra sulle sue estremità. Ero esausto e mi accasciai sedendomi sulle gambe, ma non ebbi neanche il tempo di capire che era finita che lei mi sparò in faccia il suo ordine: «Sei un maiale schifoso. Mi hai sporcato tutti i piedi. Pulisci immediatamente tutto con la lingua. Muoviti, vecchio coglione». Mi avvicinai e cominciai a leccare. Non avevo mai leccato la mia sborra e non era facile farlo subito dopo. Non potevo contraddirla, non adesso; volevo andare fino in fondo. Ma il fondo qual era? Non avevo idea di dove sarebbe arrivata. Pulii tutto con lingua e saliva. Mischiavo leccate per pulire a leccate per onorare la mia padrona assoluta. Il periodo refrattario che i maschi abbiamo dopo l'eiaculazione era passato subito, avevo voglia di nuovo, voglia di lei, di sesso, di porcate, di essere preso. In quei momenti credo che qualunque inibizione sia azzerata, lei avrebbe potuto chiedermi tutto e io avrei solo obbedito. Di solito le "Padrone" non godono davanti ai loro schiavi sottomessi, non danno queste soddisfazioni, così pensai che tutto fosse finito li, in fondo avevo goduto e avevo fatto la più bella leccata di piedi della mia vita, poteva bastarmi e invece... Mi ordinò di mettermi di nuovo in ginocchio e di ripeterle convintamente il mio desiderio di un cazzo, e io eseguii: «Sì, padrona, ho tanta voglia di cazzi, tanti cazzi. Sbaverei per un grosso cazzo che mi entrasse nel mio culo aperto, che mi aprisse come una troia in calore». Lei si alzò dalla poltrona e, mettendosi in piedi davanti a me, aprì la vestaglia. Rimasi di sasso. Da sotto scattò fuori come una molla un grosso cazzo di almeno 20 centimetri, bellissimo, non circonciso ma completamente scoperchiato, turgido, con il glande fra il rosso e il viola, umido, dritto e senza neppure un minimo difetto. Tutto mi sarei aspettato da quella creatura tranne che fosse il più bel transessuale che avessi mai visto nei miei video porno. Cercai il suo sguardo, trovai il solito sorriso e dalle sue labbra uscì quasi un sussurro: «Leccalo, succhialo, fammi un pompino e facciamoci sborrare».

Non avevo mai succhiato un cazzo, ma avevo visto migliaia di video su questo e così cominciai cercando nella memoria tutto il meglio. Lo leccai per tutta la sua lunghezza e anche le palle, tutto perfettamente liscio e depilato. Presi le palle in bocca, prima una poi l'altra, e infine insieme. Risalii lungo l'asta fino al glande e me lo infilai in bocca succhiando forte e facendolo entrare fino alla gola. Mi fermai così, fino a sentire lo stimolo del vomito per il solletico alla gola; era infinitamente lungo e della misura perfetta. Quando uscì dalla mia bocca, tutta la saliva accumulata mi colò dalle labbra sul pavimento. Lo volevo, lo desideravo come non avevo mai desiderato niente; ero succube e schiavo di lei, o lui, non so, e del suo cazzo fantastico.

Mi prese la testa con le mani e cominciò a scoparmi in bocca, cambiando la velocità e arrivando alla gola. Quando si fermava sulla lingua lo sentivo pulsare; avrei voluto che quella sensazione non finisse mai e mi domandai come facesse a resistere. La sentivo gemere e godere di quello che le stavo facendo ed era per me un premio unico. Fra i gemiti mi incitava: «Continua, troia, succhia il mio cazzo duro. Sei una fellatrice schifosa, una frocia succhia-cazzi. Adesso ti riempio quella fogna di bocca di sborra». Con la sinistra mi prese per i capelli, sfilò il cazzo dalla bocca, con la destra lo scoperchiò completamente e mi spruzzò il primo getto di sborra in faccia. Mi prese in pieno un occhio, il naso e le labbra. Il suo cazzo si fece strada nella mia bocca e sentivo gli spruzzi di sperma che arrivavano senza fermarsi. Mi ordinò di non ingoiarla e io, come sempre, obbedii. Il sapore era come di ananas, quasi dolce, e la mia bocca si riempì di quel nettare. Mentre sborrava mi insultava: «Puttana, cagna, maiala, frocia impotente, culattona di merda». Spremette le ultime gocce di sborra dentro di me e, a quel punto, ricevetti la sorpresa più inaspettata e meravigliosa. Mi fece alzare, mi guardò fisso negli occhi con una strana dolcezza e, con decisione, appoggiò le sue labbra alle mie e cominciò a baciarmi nel modo più sensuale ed erotico che avessi mai immaginato. Le nostre lingue si intrecciavano intrise della sua sborra e delle nostre salive; i liquidi colavano dalle labbra addosso ai nostri corpi e sulle sue tette. Continuammo per lunghi minuti. Lei mi aveva impedito di toccarla con le mani e questo era una durissima punizione per me. Dopo quel lunghissimo bacio, lei si staccò e si ricompose sedendosi. Mi disse: << Rivestiti e torna alla tua vita >>. Le chiesi se avessi potuto rivederla. «Niente domande. Non mi cercare mai per nessun motivo. Giuramelo!». Lo giurai e me ne andai. La sua voce era diversa, quasi dolce. Ero terrorizzato dalla possibilità che non ci fossimo più visti. << Ciao Andrea, non tradire mai il giuramento>>. Su quelle parole mi bloccai. Come sapeva il mio nome? Non ce lo eravamo detti, io non sapevo chi fosse. Niente domande, mi ripetei scendendo lentamente le scale. Lo scatto del portone del palazzo spense la mia mente. Per alcune settimane, rimase indelebile nella mia memoria. Mi venne la tentazione di tornare a cercarla, ma non lo feci. Pensai fosse tutto finito, ma non immaginavo che il bello doveva ancora venire.

A rileggerci nel secondo capitolo.

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