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poemetto \"Il Compenso di Salomè

Stacca la destra lama incombente.
Staccala, ma non dilazionare pensando inquieta all'onore di Dio.
Graffia col tuo secondo fendente.
I suoi denti taglienti pronti a strappar il giubilo
mal insignito ai vittoriosi Generali,
sporti sotto il sagrato di un flabello sventolato
da men cucito, e le lor confidenze
non d'amicizia sanno arrivare solo a eccitati pleonasmi,
abbrancati alle flammee criniere
dei manici accosti come impari i coinvolti dorsi spianti
de' loro portantini, fracco di tempie,
muscolature indurite all'aria e sbrecci, moti fluenti di diaspro sudato.
Ritrovandosi tra le perse stoffe, temono un soprassalto
d'arrivo repentino, i signor Generali,
trapassando le cementate tenebre
con fumanti roghi e cogli acclami di risonanze macabre
finiscono laddove fu gradito e vantato
ed ora appeso il sicario de' emesso crimine scostumato,
il vieto del Sinai quan' lo si vuol peccato.

Quieta l'animo e non aver fretta, rea bellezza fatta da pastosi
belletti, mia ignara Salomè. Avevi sbrendoli rossi
della vestaglia come piume sui seni, al desco
tenendo largo il grembiule ma zitta mi chiedevi
con occhi l'ero brando a scoprir 'intera la cervice dell'ambasciator stracciato.
Fosse lei incantatrice dal fomito l'aspide danzatrice
a far con maestria strumento il generoso estro.
"Fa piano", intonasti, ed intanto ti rigiravo preferendo lo scorcio del deretano
e sott' il vapor della caffettiera mi si appannava la vista. Ero brigante,
tartassavo la merce su te indosso,
i sodi gusci e le lor punte, come briglie,
vibravano perchè era a tal posta l'accordo
di settanta denari, per non negarmi di far soprattutto sulla tua massa dileggio.
Oh sciupata grassona arrivista,
ho da proporti dei giusti insegnamenti sulla masturbata
e nondimeno, sul maneggio, fronte al bocchino,
e rimediando all'altro ieri assieme, ove s'aggiunse alle cure una mossa distratta ai testicoli. Ci rivestimmo benché rimase un debito;
e tu tornasti ad esser puttana, io neger libertino.
Salomè, fortuitamente per irritarne
la sensibilità soltanto al godimento
raspavi i tiri esercitando sul glande
saliva e il peso dei labbri superiori
la sua testa, rossa come l'unghia di un pollice,
era quasi insensibile, gasata nel lattice: fanne
or nota se credi nei miglioramenti.

"Il parlar la distrarrà dalla sua sorte",
fingevi questo che pensassi e per la pietà pregassi
d'interdir coi signor Generali; e nell'assidere, le maestà assorte
davano all'unanime il dito inverso sul capo clino
e con far d'avviso, il lestofante non credev' a dir
"Sarebbe meglio che invece di blaterare,
la bocca tua che solitamente ingrossa la gamba dell'iniziale
appartenente all'aggettivo datomi,
libertino, sia miglior fautrice di un fine estesamente
pratico e intensamente patriotta,
essendo nei tuoi geni da giova puttana, un salubre
e scusso foro in cui tutto può
entrarvi, ma disgrazia se qualcosa vi esce,
per ipotesi, il detestabile comando ridicolarmente
intestardito, a cui debba
darne sempre assenso, indurendo però così il Giove piacere
sbalestrato dagli impulsi dei nostri organi, che incalzano comandi".

Non avevo avuto il lavor chiesto,
nonostante la transuente notula che avevo elargito.
La ebbi imbevendone le odi, anche se pensai,
che si irride del mio protestare gestuale dottrinato,
forse troppo eccessivamente; e dello stringere sulla sua glutea cotica, la Pornai,
rimasta impietrita, sballottata con durezza, si cullava
distogliendosi dal vedermi.
Allor con carezze la motivavo a rialzar la testa dalla pubica fratta;
e formulavo desideri mentre provai i suoi eduli capezzoli dai coloriti batacchi assodati, con scarsella, di richiamarla. In lei comunque non rispondeva che una "mente sozza".
Concepii che inchiodarla
sul letto, col membro costantemente in tiro, volto a punta,
mi abrebbe risparmiato da ingioiar
l'Alea di una madonna nera, l'appetito di una brasiliana unta.
"Forza finiscila. Insudicia il lattice che ti trattiene. Vieni a sborrar
d'emblée sugli occhielli delle mie nocche,
sulle mie unghie che han scalfito in abbondanza i becchi d'augello.
Forza, che dovo spicciarmi. Lasci' il frutto
del mio devoto esercizio. Presto! via dall'egresso l'animal monello,
che racimola il godimento che non sento in figa,
il vano più disinibito di tutto il mio corpo, ove daresti amplessi per
toccarne solo la serratura, giò co' i cardini forzati".
E il tanfo e il dolciastro, riempiron l'aria e sento scaturire da lei,
l'invito e le intenzioni dissolute che ho ne' i desideri;

quando tra le cosce, si appropriò il membro
e non smise di incedere con prestigio
nello stretto condotto, il focolare si atrofizzava mancando al final disdetto.
Credo fosse la tua assenza e l'uso perpetuo
che ne facevi, tenendo conto delle ore sul tuo letto
che sembrava il ricalco d'un soppalco, il paludamento ove il beccuccio svegliato del pene, al segnale infine del nebulizzante, sbocca,
come l'umidità scivolosa delle fontanelle,
che l'avrebbe reso inapprezzabile, terreno bastato al limo a quella riva sperperato.
Oh madonna nera di cuinon m'importa poi molto,
dietro al rincalzo stato del martello poi estratto.
L'incudine, i vieti, vivi una politica prezzolante
con l'audacia mezzana, senza esser madre, ma rassomigliante
ventre nel partorire umori e pruriti.
A te che fuggi dalle nullagini
delle contese d'amore, a te che rimpatri
ma sai la facilità di cader nel dileggio dell'assise di un mondo sconvolto
Oh madonna nera di cui non m'importa poi molto.

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