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Il labirinto del Satiro

Nivei canini
istinto atavico
e primordiale
Un urlo nero come la mia
pelle di pece
squarcia l'arcano dell'Eros
svelandone i suoi dolci supplizi:

mi scaglio su di Lei
la ghermisco da tergo
la possiedo ripetutamente
il mio capo si china
sull'orchidea vermiglia
e così fa
la mia docile lingua
il nettare delle dee
a lambire
lievemente, febbrilmente
mentre infiamma
la Passione, il virile Ardore
tra umori ed odori
di cose occulte e nascoste
tra luci soffuse e lenzuola
di candida seta

Lei un poco sussulta
e un poco freme
la sua voluttuosa ferinità
così faccio io
il mio essere si espande
la mia natura trascende
e si incarna in me
Bacco l'immortale
alla cui vista nulla
s'ottenebra e sfugge

Un letto a baldacchino
dei cuscini di raso cremisi
il fioco lucore d'una candela
altera, rigida, nera
sul rovente giaciglio
la dea dai pomi dorati
si adagia supina
le sue gambe dischiude
a svelare il suo madido fiore
avido di concupiscenza
Il mio corpo perfetto esplora
il suo di rose viole e lillà
perlustrandone tutte le cavità
tra fragole lamponi e pesche
tra le più sode e fresche
che l'omo poté mai gustare

la prendo più volte e la
conduco nel labirinto del Fauno
ove il godimento e il gaudio
all'unisono invocano l'Estasi
l'apoteosi dell'Eros
finché un fiotto liberatorio
ripristina gl'antichi equilibri
ed io cesso d'essere Bacco
e sprofondo nell'umana
fragilità di chi come
me ama da mortale e uomo
anche nei suoi cosmi oscuri
e diafani ritorna il riflesso di lui
le tenebre si addensano
il moccolo si smorza
e si spegne la Passione di una notte di mezzo inverno.
Il languido Satiro è appagato vicino alla sua Ninfa.

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