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Prova d'amore


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Ti sentivo dentro. Stantuffavi a più non posso. Il tuo pistone mi sventrava l'addome. Fino a sentirmi male. Avrei voluto che mi attraversassi tutto, risalendomi dentro, fino alla bocca. Lo sfintere, superato con forza, ormai non esisteva più. Ero tutto un buco profondo che si stringeva lungo il tuo ferro rovente. Bruciava, ma io non l'avvertivo come dolore, ma come piacere infinito. Era il tuo desiderio che si versava nelle mie vene; era il mio che succhiava il tuo seme. Avvertivo il sudore del tuo corpo che si asciugava sul mio dorso. E aderivo a te, sempre più, come una cagna in calore che non può sfilare più il sesso di chi la sta penetrando. Entrambi mugoliamo. Si divincolano, le due bestie, ma restano avvinghiate sempre più intimamente: troppo grosso, incastrato il suo sesso, non si svelle più dalle viscere. Vorrei che non uscissi più da me!
Il mio tubercolo, ben vigoroso durante il petting, si ergeva, turgido, arabescato con le sue vene azzurrine che pulsavano lungo il tronco; ora sbatte, inutile, contro le colonne delle mie gambe prone sui ginocchi che ci sostengono, prono io sul letto per accoglerti meglio, per soddisfare le tue...e le mie voglie. Allungato, il batacchio si stordisce contro le pareti delle mie cosce. Sento che vorrebbe anche lui una porzione di cielo in cui spaziare, la testa sconsolatamente umilata verso il basso. E sbava, sbava a più non posso. Catinelle di liquido colloso che colano lungo le cosce. Non posso prenderlo in mano per soddisfarlo; le mie sono occupate a sostenere in alto il fusto del cannone in modo che il tuo obice possa colpire bene, penetrarmi fino all'impossibile; non posso masturbarmelo come vorrei. Finché tu, inverosibilmente infoiato, nella ottenebrata furia del desiderio, mi vieni in soccorso e t'appigli al mio bastone. Lo scrolli sempre più fino all'atto finale. Uno strappo! Il pennone e in tiro, il vento riempie il manicotto, prima svuotato dall'estenuante attesa, continua a tendersi, e si eretizza nella tua mano, mentre il moto perpetuo del tuo pinnacolo espugna il mio essere; ormai sono tuo! Esplosione! Entrambi in unico colpo. Uno due tre volte, quattro, cinque, più lentamente; godiamo il nostro nettare. Tu dentro, io fuori. Verso.. il mio inutile nepente, mentre centellino il tuo, che ingravida il mio sterile ventre. Cadiamo uno sull'altro, ansimando. Spossati restiamo, immobili, mentre il mantice, nell'abbrivio, soffia, squassato dall'eccessivo penare; ansito divenuto rantolo; rallenta alternando il respiro. Un sospiro ci coglie. La bocca sul collo, si avvicina, mi torce, cerca la mia. Le labbra si toccano. Incollati giaciamo, labbra contro labbra. Apro la bocca. Le lingue si tentano, si attorcigliano, si legano accarezzando i palati, fino allo sfinimento! Godiamo di noi stessi, finché c'è dato!


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