i racconti erotici di desiderya

Menage.

Autore: Sibilla&pegasus
Giudizio:
Letture: 1006
Commenti: 2
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Sguardi incontrollati, battiti esondanti, gocce di sudore e questo collo che continua a torcersi come governato da una fattura malefica, verso quelle lunghe gambe velate da collant fumo!

Scrocchia, sibila e stride il vecchio tram 15 solcando il pavè d’intorno la vetusta porta Ticinese, ed io, abbarbicato a quel passamano come un naufrago all’asse, sono dominato dalle cosce di quella sconosciuta.

Deliranti mocciosi salgono come cavallette dalle ansimanti porte spalmandosi proprio tra me e lei; dunque, simulando la ricerca di qualche approdo esterno, cambio posizione controllando goffamente che il canale visivo sia stato ripristinato.

Deglutisco mentre l’osservo celandomi dietro il braccio teso al corrimano; è bella, mediterranea, dalle labbra simili a lamponi e dai capelli neri corvini che cingono il volto tondo, carnoso, voluttuoso.

E il seno poi, magnificenza tonda, carnosa attrazione che lotta con quel cotone nero che tanto invidio. Quegli occhi neri come braci che osservano lo scorrere della città s’incrociano nell’attimo con i miei densi d’ardore; viro lesto lo sguardo trafitto da milioni di spilli, pulsando come una nova a qualche attimo dall’implosione. Maledico la mia pavidità, deglutisco e rivolgo lo sguardo ancora verso quel quadro manierista e strabuzzo le pupille:vi è una raggrinzita vecchia floscia sul sedile che poc’anzi ospitava Afrodite! Torco il collo in tutte le direzioni noncurante dell’espressione beota che attrae gli ilari commenti dai viaggiatori; non la trovo, straparlo, inveisco e mi muovo. Il tramvai arancio cigolando s’arresta al cospetto delle millenarie colonne corinzie di S.Lorenzo; sbuffano i pistoni aprendo le porte lignee; sparita nel nulla mi urla il mio cuore tamburellante come una nacchera ma ecco, laggiù, verso il portale di San Lorenzo, quelle gambe in movimento, sinuose come un cobra.

Mi scaravento verso l’uscita svellendo corpi che urlano improperi, ma invano, perché l’arcigno Mefisto ha già provveduto a lanciare quell’ammasso di ferro oltre il colonnato. Non demordo e conto i secondi, come un condannato, che mi separano dalla prossima fermata; spingo con le mie sinapsi il lento mezzo, prego e maledico quel tranviere troppo accorto a non travolgere mezzi e persone e laggiù intravedo, come un’oasi, il segnale della fermata. Balzo come un felino nella tumultuosa via Torino ed in breve sono lanciato come un ghepardo verso la gazzella velata; i polmoni provati da quasi cinque decenni di respiri, s’infiammano e faticano a servire l’ossigeno alle vorticose gambe. Giungo nell’ampio piazzale e m’abbranco ad una colonna, come un centurione ferito, sbuffando freneticamente; gli occhi ghermiscono figure avidamente ma senza diletto, e quando le sistole rallentano come le speranze, decido che una chiesa può essere una meta consolatoria.

Varco il portale e la penombra m’avvolge; intravedo l’aula circolare attraversata da fasci polverosi di luce e contemplo, spossato, i lenti movimenti dei credenti. Mi seggo ormai rapito da reminiscenze classiche immaginando la Milano paleocristiana. D’un tratto scorgo una sagoma che sfila proprio là di fianco alla teca di San Aquilino; è lei mi urlo balzando dal sedile come un batrace e a grandi passi la inseguo. Rimira i mosaici e s’attarda nelle fondamenta l’inconsapevole creatura spiata. Ritorna, poi, nell’abbagliante piazzale e lesta imbocca la vetrinata via Torino; la seguo accorto, vergognoso come un bimbo tronfio di marmellata, e non riesco a cogitare. Sono conscio che la perderò se non oserò ma potrebbe essere proprio l’osare a precludermela! Penso e ripenso rapito da quel corpo fasciato in un cappottino nero dal quale fuoriescono quelle meravigliose torri; si ferma davanti ad una vetrina e come impazzito mi fermo anche io, ma accanto a lei, a pochi centimetri. Fisso le modelle plastiche ornate di guepiere e trasparenze senza vederle; mi guarda distrattamente e riparte sbarazzina come una farfalla. Le sono pochi metri addietro per non perderla tra la folla vociante; attraversa la piazza del Duomo tra stormi di piccioni e si ferma al caffè Zucca sistemandosi ad un tavolino esterno ricoperto da una tovaglia albicocca. Mi celo tra riviste e giornali d’un chiosco e rivedo quelle gambe meravigliose, accavallate a mostrarmi vieppiù la via del sublime. La lunga curva della coscia, perfetta che scompare tra le pieghe del cachemire; quei piedini fasciati da scarpe di vernice con tacco da 7 cm. ,suppongo, che pazzie farei per suggere. Sono rapito, tra fiumane di persone, solo a guardare una donna.

Insomma mi scuoto: non sei brutto, con il congiuntivo non litighi e sei elegante; lei è sola, bellissima ed unica: cosa aspetti?

Come un guerriero spartano alle Termopili, respiro lungamente, stringo i pugni e parto!

Quei pochi passi percorsi come avessi alle caviglie piombi ed ancore mi stressano più d’una maratona, ma continuo stoico; sono ormai ad un metro dal tavolino ma lei non mi ha visto intenta ad un menù; ormai la tocco, ci sono! ma cedo imboccando il corridoio d’entrata del locale come fosse una resurrezione. Lo stato soave dura l’attimo d’un passo interrotto da un minuscolo gradino che strazia l’andatura del mio piede facendomi caracollare in avanti verso un cameriere che, incolpevole, travolgo tra stuzzichini e bicchieri infranti. Tutto il mondo mi guarda, fisso, immane; anche il caos della galleria si ferma per un istante; una speranza disperata mi suggerisce che lei, forse, in quell’attimo antecedente la tragedia, sia già sparita. Ma così non è!

Aiutato da benemeriti, inzuppato di liquidi vari, la vedo mentre si copre la bocca con la mano guantata ridendo e il mio viso pare una maschera tragica diretta da un corifeo. Cerco di recuperare l’aplomb come uno scalatore che precipita. Sono ormai battuto e mesto mi avvio alla toilette; mi commisero allo specchio strusciando la giacca di velluto beige chiazzata; mi rassetto quanto posso ed esco sfiorando con la porta lei: sì proprio lei!

A stento trattiene le risa e baciandomi delicatamente mi sussurra:

“Oh Caro, ti sei fatto male? Per oggi basta, sono già le 16 e dobbiamo passare a prendere Luca all’asilo!”



Sibilla&pegasus









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I vostri commenti su questo racconto
Autore: Rotterdam19 Invia un messaggio
Postato in data: 21/02/2011 19:02:29
Giudizio personale:
"e quando le sistole rallentano come le speranze"....trovi qualcuno che al piacere di una lingua forbita abbina un raffinato umorismo.
Eccellente...


Autore: Carino6423 Invia un messaggio
Postato in data: 05/01/2009 13:48:01
Giudizio personale:
bellissimo racconto intenso ed erotico; bravi.


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