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La mia professoressa di sesso


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La conobbi in una domenica di aprile, lo scorso aprile. Faceva ancora abbastanza freddo e io indossavo il mio doppiopetto di velluto. Ero arrivato all’appuntamento abbastanza in anticipo e aspettavo dinanzi al bar concordato. Mi guardavo attorno per vedere da dove sarebbe arrivata. L’avrei incontrata per la prima volta. Il primo contatto l’avevamo avuto in internet e poi c’eravamo sentiti al telefonino un paio di volte. Lei era una professoressa di lettere, io un giovane ingegnere. Aveva 36 anni lei e non si era mai sognata di conoscere un 25enne, ma io ero fuori dal comune. Già al telefonino mi appagava moltissimo parlare con lei, pochi limiti, poche vergogne e ci capivamo quando si scherzava, senza fare circumlocuzioni di ogni genere; eravamo entrambi diretti.

Non mi accorsi del suo arrivo quando all’improvviso la vidi di fronte al bar girarsi intorno per capire dove fossi. Io aspettavo sullo spartitraffico e quando la vidi, le andai incontro attraversando la strada senza guardarla, come per volerla sorprendere. Ci presentammo e subito entrammo nel bar. Lei sicuramente abitava lì vicino ma mi diede appuntamento poco lontano per non mostrarmi dove fosse casa sua. Aveva un elegantissimo rotacismo, che io imitavo sempre. Era bionda, ma non naturale, lo si vedeva dalla scriminatura. Portava occhiali piuttosto doppi, opacizzati; non mi piacevano per niente e, menomale che soltanto raramente gli indossasse. Il suo viso mi sembrava particolarmente segnato dalle rughe, era magro e aveva del lineamenti spigolosi. Le sue gambe e i suoi fianchi erano piuttosto robusti ma non eccessivamente. Indossava un bruttissimo vestito celestino tempestato di minuscoli fiorellini. Nemmeno il suo trucco mi piaceva e nemmeno il suo culo, il seno era piccolo. Prendemmo un caffè e parlammo del più e del meno, le solite cose, cosa fai e cosa hai intenzione di fare ecc; la buttavamo sempre sull’ironico. Decidemmo di mettere due passi su via Unità d’Italia. Lei inforcò i suoi occhiali e mi precedette nell’uscire dal bar. Le chiesi del passato e poi non ricordo di cos’altro. Passò nemmeno mezz’ora e ci lasciammo.

Mi rimisi in auto, sulla strada per casa. Avevo fatto venti chilometri a vuoto pensai subito. Mi ci trovavo bene intellettualmente, ma fisicamente non mi piaceva affatto. Io le avevo fatto una buona impressione, lo sapevo e glielo avevo detto anche. Se non si fosse fatta più viva a me fregava poco.

Ci sentimmo forse dopo una settimana. Concordammo di andare a cena. Non so perché, comunque volli rivederla. Quella sera andammo a Mola di Bari, ma non riuscimmo a cenare in un bellissimo ristorante, forse anche molto costoso; era tutto occupato ci dissero dal citofono. Restammo a Mola e trovammo posto in un piccolo ristorante del centro storico. Non era un granché.

Dopo cena ci mettemmo in macchina e imboccammo subito la strada per casa. La serata volgeva al termine e non so come mi venne ma dovevo fare qualcosa anche se lei non mi attirava ancora. Anche quella sera non mi piaceva affatto com’era vestita. Indossava delle scarpe orrende, con tacchi alti, sui quali nemmeno sapeva camminare. Una gonna altrettanto brutta, molto business, lunga. Notai che non era abituata a portarle. In auto era seduta a gambe aperte. Glielo dissi e lei sorrise. Quel che mi piaceva è che c’era un’affinità intellettuale strabiliante. Eravamo molto simili e non mi era mai capitato di trovare una donna così. Allungai il braccio portandogli la mano sulle spalle e stringendola a me. Lei inclinò il suo corpo verso di me e il volante lo lasciai in una sola mano. Deviai per Torre a mare. Trovammo posto sulla spiaggia, dove ci arrivai con l’auto. Cominciò a piovere e piuttosto insistentemente. Io non mi sentivo molto bene, non avevamo mangiato della buona roba, e glielo riferii. Lei nel frattempo si tolse tutto restando subito a seni scoperti. Cominciai a pizzicarli i capezzoli e strizzargli i seni. Era molto sensibile sui capezzoli. Avevo elaborato una mia teoria a riguardo della sensibilità dei seni delle donne. Quelli particolarmente piccoli era altrettanto particolarmente sensibili e te ne accorgevi da quanto diventassero acuminati i capezzoli quando li sollecitavi, mentre quelli grandi difficilmente lo erano; e per me leccare, baciare, accarezzare e massaggiare senza produrre alcun effetto su di lei non mi entusiasmava. Eppure i seni grandi mi piacevano. Ma presto avrei cambiato idea.

Quella sera lei era molto eccitata ma io alla fine cedetti. Non mi sentivo proprio bene, a volte avevo delle fitte alla pancia anche se esageravo un po’; usavo il malessere anche come scusa per non andare avanti perché lei non mi eccitava particolarmente.

Quando la lasciai sotto casa sua, sulla strada del ritorno decisi di non vederla più. Ma non andò così. Ci vedemmo ancora, parlavamo di tutto. Mi mostrò le sue poesie, parlavamo di politica, letteratura, attualità, scienza e anche del nostro passato. Presto lei cominciò a piacermi moltissimo e presto lei avrebbe portato a galla tutto quello che c’era in me, tutta la mia vera sessualità.

Le giornate si fecero più lunghe e il sole presto cominciò a far sentire tutto il suo vigore estivo. Io avevo una seconda casa, in campagna. Decidemmo di andare lì una sera per stare tranquilli. Avevo aspettato tanto quel momento, e voleva salutarla facendo l’amore con lei, visto che dopo due giorni sarebbe partita per Los Angeles; e sarebbe tornata soltanto a metà luglio.

Era paziente con me. Non trovammo subito una perfetta intesa ma lei mi guidava. Diceva che imparavo in fretta. Lei era pluriorgasmica. Avevo già provato a leccargli il clitoride in modo vorace, leccandoglielo avidamente, con colpi di lingua ben assestati ma mai come quella volta. Si contorceva dal piacere, si strizzava i seni e gemeva e io continuavo. Il suo sapore mi piaceva tanto e io leccavo sempre più velocemente; come si fa con un piatto che ti piace così tanto e che temi che possano togliertelo. Poi a volte la sollecitavo con le dita. Con i polpastrelli attorno al clitoride, e poi le affondavo dentro. Prima due, poi tre e poi quattro. Raggiunse due, tre volte l’orgasmo. Poi gli feci capire che volevo lo prendesse in bocca. Era brava ma io volevo di più. A volte a denti stretti inspiravo forte, quando mi faceva sentire i suoi denti. Mi faceva male. Mi chiedeva scusa se non riusciva ad andare più giù, ma per lei era troppo grande. Ero troppo eccitato così la feci stendere supina e portai il mio fallo sul suo viso e la martellavo con il mio glande sulle labbra e lei mi guardava sorridendomi compiaciuta. Man mano acquistavo confidenza, mi spogliavo di ogni inibizione e timore e lei capì subito quanto fossi esibizionista. Dall’alto premevo dentro la sua bocca e cercava di resistere il più possibile costringendola ad assurde apnee. Avemmo quella volta solo rapporti orali.

Il giorno dopo, di pomeriggio passai a salutarla prima che partisse per l’America. Andammo in un bar della periferia e mangiammo una crepe favolosa. C’erano bacche, more immerse in un mare di panna e crema chantilly. A volte immergevo l’indice in quel mare di calorie dal quale lei voleva mantenere distanze di sicurezza e lo portavo alle sue labbra. Mi sorrideva, leccava e mi chiedeva di smetterla perché c’era gente. Quando c’era gente s’inibiva parecchio. Era una gran porcella a letto e lei soleva chiamarmi “pulcino” oppure “pisellone”, questi furono i due nomignoli che mi affibbiò. Le diedi una poesia scritta quello stesso giorno, di getto, a lei dedicata. La trovò molto bella. Mi aveva ispirato quel suo odore, rimastomi sulle mani, che io avevo elevato a profumo meraviglioso; per me era stupefacente come i suoi umori vaginali potessero essere ancora presenti sulle mie mani dopo due giorni. Mi disse che quelli era giorni particolari. Partì.

Ero molto romantico, poetico, ma anche molto passionale. Le donne che facevano tanto le reticenti sul sesso, sulla masturbazione e su tutto quello che concerneva il corpo e i suoi bisogni, m’infastidivano. Non solo le donne, anche gli uomini. Per me era sintomo di certi indottrinamenti culturali retrogradi, che io imputavo all’ambiente familiare.

Quando tornò ci vedemmo subito. Mi portò in regalo un termos, simpaticissimo, mi disse che lo usavano tutti gli studenti all’interno del campus nel quale lei era stata. Non faceva sesso da quando mi aveva lasciato. Andammo a casa. Quel giorno portai il mio notebook con me. Avremmo visto qualche film porno insieme, ma solo per pochi minuti, trovandoli ridicoli.

Non dimenticherò mai quella sera. Lo facemmo in tutti i modi e quando giunse il momento di andarcene io sentivo il bisogno di lavarmi. Mi feci un bidet. Poi tornai a letto e lo proposi a lei. Glielo avrei fatto io. Mi disse ok. Si sedette, e io nudo di fronte a lei mi spalmavo il sapone liquido fra le mani e poi la insaponai bene. Lei mi raccomandò di non esagerare, altrimenti gliela avrei disidratata. Quando fu bella pulita, la feci precedere dinanzi a me, e andammo verso il letto. Era a due passi, ma il mio cazzo era diventato di nuovo durissimo e glielo feci sentire mettendoglielo fra le chiappe. Giunti a bordo letto, lei si mise a pecora e mi chiese di sfondarla. Quanto mi eccitava quando mi faceva certe richieste. Le dicevo che era una gran troia, la più grande puttana che io avessi conosciuto. Mi piaceva usare questo linguaggio volgare al massimo dell’eccitamento. Piaceva anche a lei. Fu difficile penetrarla analmente. Così mi disse di prendere una certa bustina dalla sua borsa. Erano dei campioncini che aveva comprato da un sexy shop lì a Los Angeles. Per lei era giunto il momento di provarlo quel lubrificante. Glielo spalmai bene sul quel culone da sogno, e presto la penetrai. Lei strinse i denti, e cominciai a sbattermela almeno per venti minuti. La mia spalla grondava di sudore e il condizionatore acceso in quel mese di luglio di certo non mi dava alcun refrigerio. Era troppo bello, non avevo mai preso da dietro una donna. Alla fine lei si stancò ma io non riuscii a venire una seconda volta.

Da allora ne facemmo diverse, e anche la mia auto oltre la mia casa divenne un bel laboratorio dove sperimentare quel che ci veniva in mente. Le piaceva quando le inondavo i seni con il mio sperma, poi glielo spalmavo. Mi sarebbe piaciuto venirle in faccia ma questo non lo accettava.

Il giorno del suo compleanno le chiesi se aveva anche un altro e, sinceramente, mi rispose di si. Le regalai un paio di bellissimi orecchini d’argento; avevo ottimi gusti e sapevo che le sarebbero piaciuti. Prima ancora di darle gli orecchini però, le feci leggere una lettera che le avevo scritto. Si commosse. Mi piaceva sempre più, ma la differenza d’età che ci separava mi lasciava titubante. Invece lei era decisa che tra noi non sarebbe dovuto esserci nulla di più. Quella sera eravamo sulla spiaggia di Palese, in auto. La feci sdraiare supina facendole poggiare il capo fra le mie gambe. Piegandomi la baciavo. Poi le infilai una mano sotto la gonna e poi dentro gli slip. Cominciai a masturbarla e quando iniziò a gemere, per evitare che qualche passante ci sentisse; perché eravamo sul ciglio della strada, le tappai la bocca. Quando raggiunse l’orgasmo fu percorsa come da un impulso nervoso, simile a quello che capita agli uomini quando mingono. Mi accarezzò e mi disse che con le dita ero un mago e che le era piaciuta la mossa di tappargli la bocca. Si complimentò con la mia variegata fantasia sessuale. Fu un bel complimento per un narcisista come me, soprattutto quando questo proveniva da una che di esperienza ne aveva. Era una bella donna davvero.

Imboccammo la tangenziale e mi misi sulla corsia di marcia più lenta. Cominciai ad accarezzarle l’interno coscia sino a quando non mi venne duro. A quel punto, mentre guidavo, mi sbottonai i bermuda portando all’aperto il mio cazzo. Le dissi di prendermelo in bocca e di succhiarmelo forte, e così fece. Sino a quando non ebbi il bisogno di fermarmi e completare l’opera. Ormai avevo superato l’uscita che avrei dovuto prendere per accompagnarla a casa, così imboccai la statale 100 e mi fermai alla prima piazzola di sosta e fra le macchine che passavano, e illuminavano con i loro fari l’abitacolo della mia auto mi fece venire facendomi emettere certi gemiti che somigliavano a quelli che si emettono quando si cercano di sollevare pesi notevoli. A lei piaceva ascoltarmi così.

Andammo a mare qualche volta sino a quando, all’improvviso, di domenica pomeriggio fece squillare il mio telefono. Mi disse che non ci saremmo più potuti vedere. Aveva deciso di fidanzarsi con l’uomo con il quale usciva, oltre a me. Lui era più grande e io avevo capito che lei aveva voglia di scommettere nuovamente per cominciare a crearsi un futuro. Non era una troia, anzi, una donna sincera e libera. Lui era una caccola paragonato a me e non mi spiegavo come era potuto succedere. Ma l’aspetto, e gli argomenti che poteva trattenere con me, mi disse che non erano tutto e che io in fondo ero troppo giovane e non potevo legarmi a lei. Non poteva durare per sempre.

Ci conoscemmo in una domenica pomeriggio e ci lasciammo in un’altra domenica pomeriggio. Quell’ultima domenica di luglio, così afosa; per me fu fredda più di quella in cui l’avevo conosciuta. Mi stavo invaghendo di lei. Da quella domenica non sarei stato più lo stesso, e l’universo femminile ai miei occhi sarebbe apparso diverso.



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I vostri commenti su questo racconto
Autore: Blue76 Invia un messaggio
Postato in data: 14/05/2011 12:02:55
Giudizio personale:
Bellissima storia, non la solita aria fritta che gira...complimenti!!

Autore: Solei85 Invia un messaggio
Postato in data: 17/12/2007 00:28:08
Giudizio personale:
banale


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