i racconti erotici di desiderya

La femmina dal culo vergine


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Quando una donna attraversa il “momento” le basta ascoltare solo la tua voce e guardarti negli occhi per riconoscere che uomo sei e se usarti o ignorarti. Lei, un avvocato 55enne, sposata, due figli grandi, non particolarmente bella, leggermente sovrappeso, con i seni grandi, con le prime rughe che si intravedevano attorno agli occhi, dopo mezzora di neutra conversazione su come risolvere il mio problema, era finita a cosce larghe sopra di me seduto su una sedia francese del 1700 del suo ufficio. Dovevo recuperare un credito e mi ero messo nelle sue mani. Le stesse che mi accarezzavano, nervose ed ansiose, il cazzo sopra la stoffa dei pantaloni, mentre il suo bacino mimava dondolante una immaginata penetrazione. Non ero particolarmente attratto da lei: non era una donna che avrei notato, desiderandola, in un qualsiasi altro posto. Il suo profumo era pungente e più adatto a nascondere odori che ad attrarre. Mi baciò con la bocca esageratamente aperta. Forse avrei dovuto dire mi cosparse di saliva fino al mento. Aveva un sapore forte, agliato, di femmina in piena tempesta ormonale. Liberò il cazzo che non seguiva i miei pensieri dubbiosi, si scostò le mutandine e lo ingoiò tra le cosce senza esitazione, con un colpo solo. La sua fica era fradicia di umori. Mentre si alzava e si abbassava velocemente e respirava con forza tirò fuori due seni grandi e sorprendentemente affatto cadenti, con i capezzoli grossi e neri come more. Lo sciabordio della sua fica bagnata che veniva riempita dal mio cazzo faceva un rumore assordante. Presi in bocca i suoi seni e succhiai con forza. Non erano passati neanche due minuti che venne sibilando parole, gemendo, tremando. Si alzò, rossa e sudata, colando umori dalla sua fica e bagnandomi i pantaloni come se fosse pioggia, la stessa che cadeva fuori. Si incamminò insicura verso il bagno e vidi piccoli rivoli che le scivolavano sulle gambe e poi bagnavano il pavimento. Mi risistemai ed uscìi senza aspettare che tornasse. Ero confuso. Ero stato assalito da una donna che non mi piaceva, che non avrei mai preso in considerazione in nessun’altra occasione. Riflettei a lungo durante il ritorno a casa. Di lei già non ricordavo nulla se non l’esagerata cascata di umori dopo il suo orgasmo. Una donna che non aveva preso possesso dell’uomo ma solo del maschio. Come quelli che pagano una donna per scoparsela: in realtà non vogliono una donna ma una femmina dentro cui svuotarsi, per poi dimenticarla. Cercai di cancellare quell’evento e, per sicurezza, le lasciai detto in segreteria che il problema l’avevo già risolto e che mi mandasse pure la fattura in azienda. Due giorni dopo si rifece viva con una telefonata. Sembrava una operatrice del vecchio 144 ed io che ero ad una riunione mi scusai e spensi il cellulare. Da quel momento non mi diede più respiro. Dopo i primi contatti, rifiutati gentilmente, a qualunque ora del giorno e della notte, lei cominciò ad apparire ovunque io andassi con un sorriso e un “dai ti offro un caffè..un thè… un aperitivo”. Non era più aggressiva. Era cambiata. Non parlava di quanto era accaduto tra noi né premeva perché accadesse ancora. Giorno dopo giorno il fastidio di vedermela apparire nelle situazioni più strane cominciò ad attenuarsi. Mi sentìi uno spettatore di una metamorfosi, quasi avesse lanciato in aria i suoi atomi che si erano ricompattati dopo pochi giorni, in un altro luogo, in modo diverso. Il suo look era cambiato: i capelli tagliati a caschetto, un trucco leggero ma curato, lo smalto rosso brillante, il seno più scollato ed un profumo diverso, più fresco e meno pungente. Assunse quella punta di fascino da donna matura che calamitava gli occhi di qualche uomo, specie se giovane e in cerca di un esperto “traghetto”. Iniziai, quasi senza accorgermene, a gradire la sua presenza, la sua espressione allegra e divertente, il suo sguardo a volta pieno di impercettibili sottintesi. Gli stessi sottintesi che non si capiscono razionalmente, ma che colpiscono l’inconscio che poi li riporta in superficie più tardi. Alla fine ammisi che cominciava a piacermi. Il problema che si presentò a quel punto fu quello di chi avrebbe fatto la prima mossa. Quell’evento nel suo ufficio era come se non fosse mai esistito. Sembrava, a torto, che fosse qualcosa da cancellare dalla memoria per ricominciare tutto da capo. Una sera, con la sua auto, andammo a cena in collina, a Colloredo di Monte Albano, in un ristorante carino e appartato. Il cibo era squisito ed il vino di Cormons ci riempì di allegria. Quella sera tutto sembrava possibile. Mentre tornavamo uno strano silenzio scese tra noi. Un silenzio pieno di aspettative, come quello che cade quando si attende che il tappo di una bottiglia champagne, che esce lentamente, esploda. Sembrò avere un’accelerazione quanto prese con la sua Mercedes nera una strada polverosa di campagna e si fermò sotto un gruppetto di alberi. Ma poi restò ferma, con le mani sul volante e lo sguardo perso fuori. Improvvisamente capìi: lei si vergognava di ciò che era accaduto tra noi all’inizio. Quell’offrirsi spudoratamente, come una cagna in calore, per una donna matura che affondava le radici nell’educazione alla vecchia maniera, era una colpa grave. Le sue mani stringevano forte il volante che sbiancavano e tremavano. Che differenza tra questa e la donna che mi aveva ingoiato, senza indugiare, il cazzo in una fica fradicia di umori colanti! Le toccai una spalla, ma lei restò immobile. Mi avvicinai e le sfiorai il collo con la bocca. Si sciolse un po’. Si girò e mi baciò a labbra chiuse guardandomi negli occhi. “Silvano io..” iniziò a parlare ma le misi un dito sulle labbra per interromperla. Non era il momento di parlare, qualsiasi cosa avrebbe distrutto quella atmosfera di intimità così piacevole e affatto ovvia. La baciai ancora, forzai a lungo le sue labbra che non voleva aprire, ma poi mi accolse nella sua bocca e fu un bacio bellissimo, che da dolce e rassicurante diventò un bacio di passione assoluta. Mi ero eccitato: l’avevo conosciuta come femmina, adesso avevo vicino una donna che aveva bisogno di rassicurazioni. Meravigliosa circostanza. Il suo profumo riempiva l’auto, i suoi occhi finalmente si chiudevano ad ogni bacio. Avrei potuto prenderla lì, penetrarla con il mio cazzo e farle colare fiumi di umori. Magari farla gridare, scoparle i seni, la bocca, montarla riempiendole il culo. Avrei potuto sputargli in faccia parole volgari, indecenti, forti. Avrei potuto usarla farla sentire una troia, una vacca da mungere per poi sborrarle in faccia, sui seni. Ma non era quello che davvero volevo. Quei suoi occhi con le rughe, quel suo corpo maturo ma ancora piacente, quei suoi seni pieni non mi facevano sentire un predatore sbrigativo ma un uomo che aveva bisogno prima di scoparle la mente, di emozionarla, di farla godere con dolcezza, per poi in futuro coglierne tutti i frutti. (Non so se a voi è mai capitato, ma ci sono delle volte in cui la disponibilità di una donna che appare fragile non porta alla ricerca del proprio piacere. C’è un bisogno umano, tipicamente maschile credo, che induce alla conquista di una donna quando è più forte, più sicura di sé, combattiva. Quando si gioca alla pari, il piacere di riuscire a portarsi una donna a letto e di farla sentire una femmina, aumenta a dismisura). E così non mi spogliai né le chiesi di spogliarmi né tirai indietro il suo sedile per stravaccarmi pesantemente sopra il suo corpo caldo. La abbracciai ed iniziai a baciarla. Le sue labbra erano diventate morbide e le sue mani stringevano con dolcezza il mio collo. Posai una mano delicatamente sul suo ginocchio e piano piano scivolai sulle sue grandi cosce. lisce e vellutate. Le nostre lingue si accarezzavano quando lei le aprì ed io scostai le sue mutandine. La sua fica era già un lago caldo e accogliente. Mi morse piano un labbro quando le sfiorai il clitoride, gonfio e riconoscibile. Cominciai a bagnare la mia mano da ambo i lati per poi metterla fra noi: io leccavo il dorso e lei il palmo. Tutto al rallentatore, niente accelerazioni ma deliziosa lentezza. Un riempirsi di profumi e sapori assaporandone l’anima, l’essenza, i retrogusti. Il suo sedile ora fradicio, i suoi umori copiosi si spargevano come se una diga improvvisamente fosse stata aperta. La sua fica era larga, le sue grandi labbra le sentivo enormi ogni volta che dovevo scostarle per infilare due-tre persino quattro dita dentro di lei. Si era attaccata alle mie labbra e sottolineava il piacere dei tocchi con piccoli morsi. Ancora ancora quel vizio di aprire troppo la bocca, ma la sua saliva sapeva di caffè, di eccitazione, di voglia. Non le toccai seni, né cercai il suo culo, non le baciai il collo, non le misi le dita fra i capelli. Solo baci e la mia mano che ormai si era impadronita totalmente della sua fica. Quando cominciai a girare costantemente le mie dita attorno al clitoride, lei si perse. Gettò la testa all’indietro, la sua stretta sul mio collo si accentuò e il suo bacino spinse violentemente. Urlò, forte, parole incomprensibili e il suo stomaco cominciò a contrarsi violentemente. Tremava tutta. I suoi umori ormai erano un fiume in piena, i suoi seni si alzavano ed abbassavano sottolineando la ricerca d’aria da respirare dei polmoni. Poco dopo si calmò. Rimase immobile, ad occhi chiusi, mentre io le baciavo il viso sussurrandole tutte le parole più dolci che conoscevo. Quando però allungò la mano verso il mio cazzo durissimo, rimasto prigioniero dei miei jeans, le scostai la mano dicendole “non adesso, non stasera”. La volevo proprio così: soddisfatta ed in debito virtuale con me. Tornammo ognuno nella propria casa. La notte e lei, riempirono di sms il mio cellulare. Li ignorai sino al mattino. Le risposi, senza leggerli, “ti voglio per una notte intera”. Passarono altri due giorni e mille sms di fuoco. La risposta era sempre la stessa. Ormai giocavamo alla pari (così mi sembrava) e la volevo a lungo per godermi la vera femmina, troia, porca che c’era in lei e che ormai avevo conquistato. Infine un sabato sera la raggiunsi nella sua casa al mare, vicino Jesolo. Il giardino era molto grande e alberato. Un angolo per il barbecue spiccava per la sua grandezza, quasi servisse spesso per feste molto affollate. La porta alla quale bussai si arrese al primo colpo. Entrai. Numerosi faretti gettavano la luce sul soffitto delle stanze, creando una luce soffusa che creava un’atmosfera piacevole. La sentìi prima di vederla. Il profumo era diverso da quelli che conoscevo. Forte, intenso, ma deliziosamente sexy. Uscì dal salotto, mi si gettò addosso e rimase lì. I suoi capelli sapevano di buono e pulito, con un vago profumo di cioccolato. Sentivo i suoi capezzoli che premevano contro il mio petto e le sue mani che mi accarezzavano, premendo e muovendosi, dietro la schiena. Quando scostò il volto, mi accorsi che non aveva neanche un filo di trucco. Le sue piccole rughe e le sue occhiaie erano lì, per me, quasi un regalo unico per dirmi: io sono “vera” stasera. Tremava per l’eccitazione e per un attimo la ricordai come al nostro primo incontro. Quella sera era ridiventata femmina. Quella aggressiva che volevo. Quella che non aveva bisogno di nessun trucco, quella che indossava soltanto una lunga maglietta bianca e nient’altro! Perché la voglia premeva e non ci sarebbe stato spazio per i dubbi e per le insicurezze. Mi baciò, li leccò il viso mentre spingeva forte la sua mano aperta sul cazzo e la muoveva percorrendola. Mi spogliò, lì nello stretto corridoio e poi tolse anche la sua maglietta. Vidi il suo corpo nudo per la prima volta: era come i suoi seni, abbondante ma sodo. Ci abbracciamo nudi e mi spinse contro una parete. I peli della sua fica già luccicavano di umori quando si inginocchiò davanti a me. Lo prese in mano e ad occhi chiusi si accarezzò il viso con la cappella. Poi cominciò a leccarlo lentamente, dalle palle alla punta. Si, solo così doveva funzionare quella sera e lei lo sapeva. Lei come una cagna in calore mi era saltata subito addosso, senza farmi distrarre da un momento di pace. Mi usava, mi stringeva ed io sentivo solo un piacere diffuso e il rumore forte della sua bocca piena di saliva che accoglieva in mio cazzo. Sentivo che in quell’istante la battaglia la stavo perdendo, perso dentro il fragore della mia voglia che si mostrava dura e arrogante e che lei coglieva senza ritegno. Misurai il suo essere femmina con un “Sei davvero una troia”. “Si, ma solo per te” rispose. Non era ancora pronta del tutto. Mi stava sbranando, incendiando e la sua lingua passava e ripassava sul cazzo già lucido e pronto e mi frugava tra i peli quasi che ne cercasse un altro da mettersi in gola. “Sei una vacca da montare” insistei. E con quel suo “si, aprimi, spremimi, e poi riempimi come vuoi, quanto vuoi” mentre mi guardava fisso negli occhi, mi disse che era pronta, che mi apparteneva che sarebbe stata per tutta la notte una femmina che sapevo fosse. Corremmo sul letto sfregandoci la pelle, toccandoci i sessi, leccando le spalle, succhiando la lingua. Impazziti. Le salìi sopra. La sua pelle era bollente. Lei cominciò a divincolarsi, voleva mettersi sopra di me. In condizioni normali glielo avrei permesso, ma ero lì per combattere e per vincere: lei doveva accettare il fatto che quella notte mi appartenesse. Tutta. Mi alzai, le misi in bocca il mio cazzo con un “bagnamelo”. Lei se lo tolse e ci sputò sopra. La schiaffeggiai piano, per sottolineare che era mia, poi glielo misi fra i seni, che presi con le mani per spingerli verso il centro. Era uno spettacolo magnifico. Cominciai a scoparglieli e a spingere in alto il cazzo finchè la cappella le arrivò ad accarezzare le labbra. Si arrese. Curvò in avanti la schiena per aiutarmi a farlo scivolare meglio. Ne stavo prendevo pieno possesso. Ed è quel “appartenere a qualcuno” che unisce in un attimo corpo, mente, fica e cuore di una femmina per ricercare il piacere. Metterglielo tra i seni e premere le sue labbra con la cappella mi diede una sensazione di potere assoluto. Ero sopra di lei e le stavo dimostrando che potevo prendere tutto ciò che volevo. Lei ancora serrava le palpebre per tenere gli occhi chiusi, frenando le lacrime. Lacrime di piacere. La passione non ha alibi. Non cerca scuse. Non espone giustificazioni. La passione si vive e basta. Cancella i congiuntivi e si alimenta di imperativi. Categorici. “Girati” le dissi. E lei obbedì. Il suo culo era grande e morbido. Bisognava allargare i glutei per mettere a nudo un buchino piccolissimo “non me ha messo dentro mai nessuno nel culo” sussurrò con la voce roca. Avrei potuto lasciar stare ed infilare la sua fica fradicia e colante di voglia, ma ormai la possedevo e volevo ciò che nessuno aveva mai avuto. Raccolsi umori su umori per bagnare il mio cazzo e per riempirci il suo buchetto. Ci infilai un dito e lei fu attraversata da un brivido di dolore e paura. Non aveva del tutto abbandonato la lotta, non era pronta ad urlare per poi godere. Cercai di rassicurarla e glielo leccai. Era troppo tesa, le avrei fatto troppo male. Era una donna matura ed il dolore avrebbe portato al piacere solo se non raggiungeva toni troppo alti. Quando iniziò a spingere il suo culo verso il mio viso capìi che stava funzionando. “Adesso ti riempirò il culo” le dissi. Lei ebbe un fremito improvviso e piccoli brividi le attraversarono la schiena “non mi far male ti prego” rispose. Voleva girarsi ma la bloccai continuando a leccarglielo. “ Ti farà male ma tu stanotte sei la mia vacca e sarai pronta anche a reggere il dolore che poi ti porterà al piacere”. “Si, sono la tua vacca, la tua vacca troia e porca” urlò spingendo indietro il culo. Era pronta. Ormai il buchino era pronto. Era proprio piccolo. Mi misi in piedi dietro di lei e piegai le ginocchia. Volevo la posizione giusta per non fare troppi tentativi. Lo appoggiai e spinsi. Lei resisteva ancora. La sculacciai forte con una mano mentre con l’altra tenevo la mia cappella ferma sul buco. Al quarto schiaffo sulla natica le feci male. Spinsi con tutta la mia forza ed il mio cazzò entro dentro il suo culo, senza fermarmi fino a quando a quando le mie palle non mi persero più di andare avanti. Poi mi fermai. Lei urlava, graffiava le lenzuola, sbatteva la testa sul cuscino, ma non muoveva il culo. Rimasi così per un paio di minuti. Le baciai la schiena, le accarezzai i seni da dietro, le leccai la nuca, le parlai dolcemente. Era immobile e respirava velocemente. Per un attimo sentìi il suo culo rilassarsi. Lo colsi al volo e comincia a montarla velocemente. Le mie palle sbattevano contro la sua fica bagnandosi. Lei urlava e urlava ma dopo neanche un minuto il dolore era passato e il mio cazzo scivolava dentro senza problemi. Fu bellissimo. Ogni tanto lo toglievo e con le dita le aprivo il culo per bearmi delle contrazioni di un buco che voleva anzi pretendeva di essere ancora riempito. Erano eccitanti quelle contrazioni. Solo io, lì in quel momento, potevo soddisfare le loro preghiere. Lei pisciava umori quasi fosse una cascata. Le sue cosce erano fradicie e le lenzuola erano bagnate. Eravamo sudati, doloranti (avete mai provato a scoparvi un culo vergine?), ma prigionieri di una voglia immensa. Lei venne due volte ma rimase lì: voleva che sborrassi dentro di lei. Voleva essere marchiata, quasi potessi esibirla come mia femmina davanti a tutti. “Marchiami, riempimi di sperma” urlava. Lo sentìi lo sperma. Lo sentìi partire da lontano. Lo sentìi correre, correre, correre e poi schizzare dentro di lei: uno schizzo ad ogni colpo. Smisi di contarli, sembravo avere una riserva non toccata da anni. Alla fine quasi svenni e franai su di lei, che mi fece scivolare al suo lato. Quasi non respiravo più. Chiusi gli occhi per qualche minuto. Li riaprìi quando sentivo del liquido cadermi addosso: era lei in piedi sopra di me, a cosce larghe, con le mani sui fianchi, che colava su di me umori dalla fica e sperma dal culo. Quando mi ripresi del tutto, lei mi stava sopra. La sua vendetta era pronta.



Non ho conosciuto mai la sua essenza profonda, le sue contraddizioni emozionali, i drammi sentimentali, i vuoti ideologici o la sua ricerca filosofica, la sua cultura, l’arte che le regala la bellezza. Lei semplicemente, senza la sua vita, i suoi dubbi esistenziali o le schizofrenie psicologiche mi chiama ogni volta che si sente femmina e vuole un maschio. Tutto il resto è appartenuto ed appartiene ad..altri.



(mail e msn dunhilludine@yahoo.it)



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I vostri commenti su questo racconto
Autore: Kucciola Invia un messaggio
Postato in data: 16/09/2014 22:43:10
Giudizio personale:
davvero intrigante, ben scritto e coinvolgente si legge con molto piacere. Complimenti!!!

Autore: Selvaggiacoppia Invia un messaggio
Postato in data: 11/05/2013 15:24:42
Giudizio personale:
devo dire ...pensavo che fosse uno dei soliti racconti ..pallosi mi son dovuto ricredermi ..complimenti..

Autore: Elgolea Invia un messaggio
Postato in data: 01/08/2009 14:48:47
Giudizio personale:
Davvero scritto bene, complimenti.

Autore: Carino6423 Invia un messaggio
Postato in data: 30/07/2009 12:33:36
Giudizio personale:
Riesci a rendere partecipe il lettore delle sensazioni e dell\'amplesso ....... facendogli sentire e vedere ....... gli umori colare e quella fica grondante ed in attesa di .......... una bocca; mi hai fatto esplodere .... Otttimo.


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