i racconti erotici di desiderya

La cognata


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“Esco adesso, ci vediamo tra mezz’ora a casa mia, ciao!”

Poche e perentorie parole per convocarmi ad un'altra mattinata di sesso, tre, quattro ore durante le quali avrei dovuto soddisfare ogni sua voglia e desiderio.

Era poco più di due mesi che si andava avanti così, quasi tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, puntuale ricevevo quella chiamata, non appena lei terminava il suo turno di lavoro, come capo squadra di una ditta di pulizie.

Due mesi prima era la ragazza di un mio amico, ci conoscevamo da anni, da quando fidanzandosi con lui, prese a frequentare il nostro gruppo di amici.

Timidissima, pian piano, prendendo confidenza con il resto della compagnia, rivelò una maliziosa sensualità, che stuzzicò e attrasse piacevolmente la mia attenzione.

Ben presto diventammo complici di maliziose provocazioni, all’inizio sottilmente celate in sottointesi e doppi sensi, ma, complice l’ingenua partecipazione del fidanzato, col tempo gli argomenti si fecero molto più audaci e palesi, fino ad arrivare a scambiarci anche confidenziali racconti delle nostre esperienze sessuali.

Nonostante l’evidente stato di eccitazione che mi procuravano tali conversazioni, condite da un corpo, seppur abbondante, sensualissimo e sapientemente esposto alla fantasia erotica maschile, il nostro rapporto rimase circoscritto a goliardici discorsi in compagnia.

Quell’estate invece, tutti i nostri amici, fidanzato di lei compreso, presero a lasciare la città ogni venerdì sera, per passare il week-end al mare.

Lei non poteva raggiungerlo, lavorando anche il fine settimana, mentre io preferivo passare le due giornate festive piegando e dando voce alla mia bicilindrica, sulle curve che si arrampicavano sull’Appennino Tosco-Emiliano.

Rimasti soli in città, passavamo insieme le serate e il tempo libero, dove potemmo dare libero sfogo ad ogni nostra inibizione, almeno verbalmente; fino a confessare la reciproca attrazione l’uno per l’altro, davanti a due boccali di birra sorseggiati sulla terrazza di un bar in collina, in una calda serata estiva, con il panorama della nostra città a fare da sfondo.

Fu quello l’unico momento di imbarazzo tra di noi, nonostante fosse sempre stata palese l’attrazione reciproca tra di noi, svelarla, manifestarla apertamente aveva turbato l’atmosfera di complicità tra noi. Come mai prima, lunghi silenzi si calarono nella nostra conversazione, fino a quando Lei prese a provocarmi, più o meno seriamente, credo per sondare le mie possibili reazioni.

Quella sera tornammo presto a casa; seduta dietro di me, sulla sella della mia moto, i suoi seni, avvolti semplicemente in una aderente canotta di cotone, si spalmavano sulla mia schiena, pressati dalla energica presa delle sue braccia, che mi avvolgevano, mentre le sue mani si strusciavano sui miei pettorali. La lasciai sul portone di casa in preda ad un evidente erezione, che maliziosamente constatò, lasciando cadere un braccio fino a portare il palmo della Sua mano “incidentalmente” a strofinarsi sul il mio basso ventre. Mi salutò con un sorrisetto divertito, mentre io sgommavo verso casa, a dar libero sfogo alla mia eccitazione.

La mattina successiva, rientrato dal mio giro sull’Appennino, trovai un Suo messaggio nella segreteria, dove mi invitava a pranzare con Lei, che era da sola a casa, visto che anche suo fratello e sua madre se erano anch’essi andati al mare.

La chiamai per confermare che sarai andato da Lei, giusto il tempo per fare una doccia.

Nonostante il mini pigiamino con il quale mi accolse, consumammo serenamente il pranzo, cose se nulla fosse successo la sera prima, ma quando le chiesi dove voleva andare dopo pranzo, Le si illuminarono gli occhi e la Sua bocca si estese in un raggiante sorriso.

“Voglio stare con te!”, mi rispose.

Imbarazzato le chiesi cosa voleva fare.

“Tutto quello che non abbiamo mai fatto!”, replicò divertita, sbottando in una sonora risata.

Speravo che si stesse solamente burlando di me, ma ebbi conferma delle Sue reali intenzioni, quando si inginocchiò tra le mie gambe e guardandomi divertita per il mio imbarazzo, prese a sbottonarmi i pantaloni.

Io mi ritirai e la invitai a desistere nelle sue intenzioni. Cercando di convincermi a cedere e soddisfare quello che era il desiderio di entrambi, mi assicurava che sarebbe rimasto un episodio isolato e che poi avremmo ripreso il nostro normale rapporto, tenendo per se quello che sarebbe successo. Sosteneva che non poteva resistere oltre e che se volevamo ancora frequentarci, dovevamo toglierci questo sfizio, che avrebbe per sempre condizionato il nostro rapporto.

Sebbene sapessi di sbagliare, mi lasciai corrompere senza porre troppa resistenza .

Fui letteralmente travolto dalla sua carica erotica e avvolto dal suo caldo e morbido corpo.

Passammo tutto il pomeriggio a mettere in pratica quello che finora avevamo argomentato, regalandoci ore di reciproco intenso piacere.

Il rientro di suo fratello, ci sorprese che eravamo ancora nudi sopra il letto, goduriosi e soddisfatti per le intense ore che ci eravamo regalato.

Ci rivestimmo in fretta e raggiungemmo il fratello in cucina, intento a preparare la cena per lui e la fidanzata che era con lui e che ci accolse con uno sguardo maliziosamente sorpreso.

Nonostante il loro invito a rimanere salutai la compagnia.

Solamente tre mattine dopo, mercoledì, la prima delle chiamate che dal quel giorno avrebbero condizionato le mie mattine infrasettimanali.

“Tra mezz’ora sono a casa da sola, ti aspetto!”

Le contestai che non dovevamo rischiare oltre e fermarci dove eravamo arrivati.

Nemmeno rispose, dopo mezz’ora irruppe in casa mia e mi aggredì affermando che lei non aveva alcuna intenzione di lasciar cadere la cosa, tutt’altro, che fino a quando ne avesse avuto voglia, avrei dovuto soddisfarla, tranquillizzandomi - o minacciandomi - che se avessi fatto come lei voleva, la cosa sarebbe rimasta tra di noi.

Non ebbi difficoltà ad accettare e adeguarmi a questa inconsueta situazione e, dopo un iniziale imbarazzo, ne fui presto entusiasta partecipe.

Seguirono due mesi al servizio delle sue voglie; passavo gran parte delle mie mattine a leccarla e succhiarne gli umori, a cavalcarla o esserne cavalcato, affondando il mio membro tra le sue tettone o a masturbarla con le mie dita o con dei vibratori, o semplicemente massaggiarla e accarezzarla, se non farle semplicemente compagnia, completamente nudo, a volte costretto a masturbarmi per il suo diletto.



Quella mattina, come sempre, aprì la porta al solo sentire il rumore della mia moto. La raggiunsi al piano superiore, dove mi accolse in biancheria intima, una coulotte aderente in cotone e un reggiseno del tipo fitness, che sembrava scoppiare da un momento all’altro, sotto la pressione delle sui enormi seni..

Ci salutammo con un bacio casto, poi mi accompagnò nella sua camera, dove avrei dovuto spogliarmi completamente, sotto il suo sguardo divertito ed eccitato. Sovente, si eccitava talmente nel guardarmi svestire, da bagnare le mutandine con il suo umore; quando succedeva, il mio primo compito era ripulirla completamente.

Quella mattina però mi lasciò solo nella stanza, dicendomi che mi avrebbe aspettato nella stanza di suo fratello, giusto di fronte.

Il fatto di andare nella stanza di suo fratello non era inconsueto, spesso ci andavamo, curiosando nella sua fornita collezione di riviste e filmini pornografici, solo per divertimento o alla ricerca di nuove stimolanti situazioni.

Proprio curiosando nella stanza di suo fratello, trovammo vari giochi erotici, quali vibratori, falli in lattice, manette e addirittura una frusta la cui impugnatura aveva la forma di un fallo.

Alcuni li avevamo anche provati, ma non c’eravamo spinti oltre l’ammanettarci, o penetrarla con i falli e i vibratori, con i più piccoli dei quali l’avevo iniziata alla penetrazione anale.

Quindi, seppur sorpreso dalla sua strana assenza alla mia vestizione, senza dargli troppo peso, la raggiunsi nella stanza di fronte, dove fui accolto da una vera sorpresa.

Dentro la stanza, ad attendermi non c’era lei, ma sua cognata, che mi accolse vestita solamente di una mutandine in latex con applicato un fallo in lattice.

Lei, una morettina, minuta nel fisico, pelle olivastra e profondi occhi neri, mi guardava compiaciuta per la mia espressione di sorpresa.

In effetti non sapevo cosa dire o fare; ero nudo, da solo, in una camera da letto, con una provocante ragazza, per la quale non potevo negare di provarne attrazione, anch’essa nuda, se non fosse per quel inquietante accessorio in vita.

Vedendomi in preda ad un spaventoso imbarazzo che mi aveva immobilizzato sulla soglia della camera, la cognata non trattenne il riso e mi fece segno di avvicinarmi a lei.

Ironicamente mi chiese se ero sorpreso di vederla. Annuii.

Di seguito, mi chiese se mi dispiaceva il fatto che si fosse aggregata a noi; con lo sguardo feci un cenno verso il fallo che si ergeva dal suo ventre; ne rise divertita.

“Ti piace? Questo è molto meglio del tuo, è sempre pronto, non si affloscia mai e non sporca!”.

La guardai perplesso, lei se ne accorse e si adombrò.

“Ne vuoi una dimostrazione pratica?”

Con una mano mi afferrò il pene, e lo strinse energicamente.

“Vedi, il tuo ancora non è pronto!”

“Senti questo invece com’è duro”, aggiunse, afferrandomi una mano e portandola sul fallo artificiale.

Ero sempre più perplesso, ma il contatto della sua mano e il suo atteggiamento arrogante mi stavano eccitando e incuriosendo. Lo manifestai con una poderosa erezione.

Ci raggiunse anche la mia amica, completamente nuda.

“Adesso vediamo quanto duri!”

La mia amica si chinò davanti a me, afferrandomi il pene e avvolgendolo con le sue labbra, per poi cominciare un allettante rapporto orale. La cognata si portò dietro di lei, con le mani la afferrò per i i fianchi e la penetrò con il finto fallo.

Mentre il mio pene veniva massaggiato dalla calda bocca della mia amica, la vista di quell’esile corpicino di donna che la penetrava e la faceva gemere di piacere, ogni volta che affondava la sua protesi di gomma, mi indusse un rapido orgasmo che le riempì la bocca.

La cognata si fermò e le fece cenno di alzarsi.

“Durato poco, no?”

Poi mi fece segno di abbassarmi, con una mano mi afferrò per il mento, facendomi aprire la bocca.

Con l’altra mano spinse la testa della mia amica verso il mio viso.

“E adesso ti riprendi i tuoi scarti!”, disse, mentre la mia amica lasciò cadere dalla sua bocca, lo sperma con il quale l’avevo riempita, per colare, misto a saliva, fin dentro la mia.

Come ne sentii il sapore amaro e salto, feci per sputarlo, ma un gesto rapido ed energico della cognata, mi chiuse la bocca.

“Eh, no! Con me, chi sporca pulisce”, disse, prima di ordinarmi di ingoiarlo.

Meravigliandomi di me stesso, completamente inebetito dall’eccitazione che mi procurava questa anomala situazione, lo deglutii, provocandone una spiacevole sensazione di nausea, seguita da piccoli conati di vomito.



“Beh, adesso il tuo attrezzo è fuori uso” - disse ridendo la cognata - “Se vuoi continuare a partecipare dovrai offrirci qualcos’altro!”

Si stese con il busto sul letto, la mia amica si portò sopra di lei e si calò fino a impalarsi sul fallo che la cognata, con le mani teneva ben eretto, indirizzandolo verso la sua vagina.

Osservai sbalordito la mia amica cavalcare furiosamente quella rigida protesi, gemendo come indiavolata. Era facile all’orgasmo, e le servirono poche cavalcate per inumidire il fallo, con rigoli di piacere che raggiunsero la mano della cognata.

“Comincia con l’offrirci la lingua, fammi vedere come sei bravo a leccare!”, disse, ordinandomi di leccare e succhiare gli umori che fuoriuscivano dalla vagina della mia amica.

Mi avvicinai e accostai la mia bocca sotto i suoi fianchi, che nel loro movimento oscillatorio, mi colpivano il viso, mentre ero intento a succhiarne le saporite secrezioni.

La mia amica si fermò e sollevò i fianchi porgendomeli per procedere meglio nel mio lavoro di ripulitura; gemette soddisfatta quando affondai la lingua per rimuoverne ogni rimanenza sulle pareti vulviche.

Quando ne fu soddisfatta si fece da parte, lasciandomi in ginocchio, ai piedi della cognata, il cui accessorio fallico si ergeva a pochi centimetri dal mio viso.

La cognata sollevò le spalle, appoggiandosi sui gomiti. Con un movimento della testa fece cenno al fallo di gomma.

“Beh, non finisci il lavoro? Il mio attrezzo è bello fradicio!”.

Spalancai gli occhi, non potevo credere che mi stese chiedendo di leccare un fallo, seppur di gomma. Mi voltai verso la mia amica che ridendo divertita, mi incitò a farlo.

Più decisa, la cognata mi esortò ancora.

Timidamente mi avvicinai e allungai la lingua verso l’asta. La sonora risata della mia amica mi interruppe; la cognata la redarguì e mi intimò di continuare.

Mi riavvicinai, appoggiai la lingua e la passai per la sua lunghezza. Tornai alla base e ricominciai, sotto lo sguardo compiaciuto della mia amica e quello severo della cognata.

Dopo un paio di passate presi più confidenza e cominciai a leccare con più vigore.

Vidi la mia amica, seduta sopra una poltroncina a lato del letto, eccitata,sollevare e spalancare le gambe, per poi affondare le dita.

La cognata si sollevò sui fianchi e afferrandomi la testa con le mani, affondò il fallo nella mia bocca, pompandolo dentro e fuori e apostrofandomi con epiteti volgari, di solito riservati alle donne di malaffare.

Le pompate si fecero violente e rapide, e furono accompagnate da suoi gemiti di piacere.

Al culmine della sua azione, sfilò il membro dalla mia bocca e lo sollevò con una mano, mostrandomi, al di sotto, una fessura nella mutanda, in corrispondenza della cavità vulvica.

Senza attendere alcuna disposizione, affondai la mia lingua in quella fessura, stimolandone la secrezione del liquido orgasmico.

Le sua mani si cinsero alla mia nuca e schiacciarono la mia testa tra le sue gambe, quasi soffocandomi, fino a quando, con un lungo e sonoro sospiro, si lasciò cadere sul letto, mollando la presa.

Il mio membro aveva ripreso vigore e si stava di nuovo ergendo alla vista di quel corpo femminile godurioso, incredibilmente e eroticamente accessoriato di un membro maschile.

Mi alzai impugnando il pene con una mano, accennando l’intenzione di portarmi sopra di lei, ma premendo con un piede sul mio ventre, mi spinse indietro.

“Se vuoi scopare, c’è la tua troietta ancora bella calda! Anzi, perché non ce la scopiamo in due?”

Acconsentii. Mi fece cenno di sedere sul bordo del letto, poi prese la mia amica per mano e la invitò a montarmi, sdraiandomi sul letto.

Mentre la mia amazzone cominciava la cavalcata, sbattendomi in viso i suoi grandi seni, sentii afferrarmi le gambe e sollevarle, immediatamente dopo, la mia amica si fermò qualche secondo, per poi lanciare un gemito misto di piacere e dolore, quando la cognata la penetrò nel secondo canale.

Da quel momento il ritmo fu dettato dai lenti colpi della cognata , i cui fianchi sbattevano sui miei glutei. I colpi si fecero più intensi, e il mio pene fu in breve travolto e infradiciato da un ondata di piacere della mia amica.

Sentii un rigolo scendere lungo il mio solco anale, ingenuamente pensai che questa volta aveva superato se stessa nell’intensità dell’orgasmo.

Si sfilò da me, posizionandosi dandomi le spalle e offrendo alla mia bocca il suo frutto sgorgante di nettare.

Inebriato di piacere e golosamente perso nel gustare il suo succo, non feci caso che la cognata mi teneva ancora le gambe sollevate, se non quando passò la presa alla mia amica, che sovrastandomi con i fianchi sul viso e le gambe sulle braccia, mi aveva praticamente immobilizzato.

Il suo sedere si adagiò sul mio viso, impedendomi anche di parlare, quasi di respirare.

Sentii ancora del liquido calare lungo il solco, fino alla cavità anale.

Subito dopo, la cognata appoggiò la punta del suo fallo artificiale e lentamente mi penetrò, mentre cercavo di liberarmi dimenandomi, sotto il peso, non proprio leggero, della mia amica.

La mia resistenza non impedì alla cognata di proseguire nel suo intento, tutt’altro, il dolore di quella protesi che avanzava al mio interno, mi immobilizzò; ormai era entrata, il mio ano era stato violato, e non sapevo se rammaricarmi più per il dolore o per l’infame offesa che stavo subendo.

Incurante della mia reazione, procedette nella sua azione penetrativa, più fastidiosa che dolorosa; sicuramente meno di quando lo ritrasse, trascinando i non ben lubrificati lembi di pelle che chiudevano l’orifizio, che sembravano lacerarsi, provocandomi un lancinante dolore.

Lentamente mi penetrò di nuovo, questa volta con minor dolore e fastidio; il lubrificante sparso sulla verga e intorno alla cavità, aveva reso il mio canale più malleabile. Anche la mia resistenza venne scemando via via che il dolore diminuiva, e il senso di fastidio fu sostituito da un senso di piacere, dal sentirmi riempire il retto fino al ventre, sentire quella protesi solcarmi all’interno, il cui sfregamento mi procurava brividi di godimento, soprattutto quando, tolta ogni resistenza, il ritmo dei suoi colpi si fece più vigoroso e deciso e fui liberato della morsa del corpo della mia amica, cosicché potetti ammirare l’azione che quel corpicino olivastro stava compiendo su di me, le sue piccole tette ballare al ritmo dei suoi colpi e lo sguardo al tempo stesso compiaciuto e pieno di orgoglio, per avermi ridotto al suo volere.

Quelle sensazioni, e quelle visioni mi provocarono una grande eccitazione; impugnai il mio pene con entrambe le mani e lo masturbai freneticamente, fino a quando fui travolto da un maestoso zampillo che mi ricoprì del mio sperma fino alla testa.

La mia amica si precipitò a succhiarne quello che colava lungo il mio pene, mentre i colpi della cognata aumentarono di frequenza e potenza, fino quando piccoli gemiti ne preannunciarono l’imminente orgasmo, che si manifestò con piccoli gridi e colpi meno frequenti ma più potenti, arrestandosi poi con il fallo completamente inserito dentro di me.

Lo estrasse solo qualche minuto dopo, quando l’intensità del piacere procuratole dall’orgasmo calò.



Mentre le due ragazze si rivestivano, io rimasi steso sul letto, con il ventre e il petto ancora sporchi del mio sperma; silenziosamente le osservavo rimettersi nei panni delle brave ragazze, mentre io ero stato stravolto da quella esperienza e dal nuovo piacere che mi aveva procurato, ma anche dal disagio stesso nel provarne piacere.

Vestendosi, la cognata della mia amica, mi spiegò che si era accorta che avevamo curiosato e approfittato dei loro giochi. Rivelatolo alla mia amica, notò immediatamente il suo imbarazzo e ne approfittò per imporle di coinvolgerla nella nostra relazione.

Da quel giorno le nostre mattinate furono sconvolte, non solo dalla nostra nuova compagna, ma, soprattutto, dalle nuove emozioni alle quali questa ci introdusse.



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I vostri commenti su questo racconto
Autore: Bisexlussuriosi Invia un messaggio
Postato in data: 05/08/2013 12:46:42
Giudizio personale:
Solo fantasie di un segaiolo

Autore: Carat Invia un messaggio
Postato in data: 04/02/2009 19:40:07
Giudizio personale:
ottimo

Autore: Anrity Invia un messaggio
Postato in data: 19/09/2007 18:40:23
Giudizio personale:
Questo racconto rispecchia fedelmente le mie fantasie, sarebbe la situazione più eccittante che mai mi possa capitare.

Autore: Lellatravpr Invia un messaggio
Postato in data: 01/04/2007 19:09:33
Giudizio personale:
che bella storia..come ti invidio...ciao

Autore: Nerino Invia un messaggio
Postato in data: 25/12/2006 00:28:48
Giudizio personale:
eccitante


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