i racconti erotici di desiderya

Il mio signore


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Avevo ricevuto delle regole che dovevo sempre eseguire ogniqualvolta ci incontravamo, senza alcuna dimenticanza: la prima era che non dovevo indossare intimo, la seconda prevedeva che indossassi sempre gonne (di qualunque lunghezza le preferissi), la terza era che durante il tragitto dovevo tenere le gambe aperte qualsiasi cosa accadesse.

Ciò mi richiedeva una certa attenzione, specie l’ultima regola che era quella che più di tutte sottolineava la mia continua disponibilità al mio Padrone.

Le prime sessioni avvennero in una villetta sull’Etna, molto carina, distesa tra i boschi. Durante il tragitto era inevitabile che cominciassi a bagnarmi: non tanto perché dovevo tenere le gambe aperte, ma perché la discrepanza tra i nostri discorsi e i suoi gesti non faceva che turbarmi di continuo. Parlavamo di cose molte comuni, anche delle nostre vite ordinarie, ma nel mentre la mia gonna veniva alzata e la mia figa frugata. E se passava qualcuno, anche se poteva vederci, non importava nulla: il gioco proseguiva.

Non appena giunti lì, dovevo spogliarmi mentre lui mi osservava seduto sul divano: potevo tenere solo le scarpe. Una volta finito, mi versava da bere e mi coccolava. Ero completamente vulnerabile, alla sua mercè. E anche se lasciava le finestre aperte e vedevo qualche figura umana in lontananza, sapevo che non potevo dire nulla ma mi piaceva essere privata di qualsiasi potere decisionale. Era l’unico modo che avevo per superare le mie ansie, le mie paure, le mie titubanze: relegarle a Lui, il mio Signore.

Mi diede un nome di battesimo: Giovanna, come la regina a cui non bastava mai il cazzo. C’era anche una certa analogia con il mio nome in qualche modo: ogni volta che mi raccontava l’aneddoto della regina ridevo di gusto perché mi sentivo davvero la reincarnazione di quella ninfomane, o almeno ci aspiravo.

Una volta iniziata la seduta dovevo stare in silenzio, non potevo più dire una parola, solo i gemiti mi erano consentiti. Tutto ciò naturalmente valeva quando le punizioni erano oggettivamente sopportabili e per nulla brutali: rivoltarmi sarebbe apparso un capriccio, e quindi mi veniva proibito a priori. Qualora osassi aprire bocca mi aspettava un’ulteriore punizione.

La primissima volta, quando fui iniziata, mi appoggiò al tavolo a novanta e cominciò ad accarezzarmi con una lentezza che in quel momento mi apparse snervante. Proprio quando non me l’aspettavo, mi arrivarono sul culo due ceffoni che sussultai di gioia, nonostante la sorpresa e la potenza delle botte!

Il segno delle cinque dita bruciava ma quando cominciò a baciarmi proprio lì, facendoci scivolare su la sua lingua umida fui pervasa da una felicità che non sapevo decifrare perché nuova ma quanto mi piaceva!

A quel punto mi fece mettere con la schiena ben dritta e mi mostrò delle mollette che aveva preparato precedentemente come per farmi una sorpresa. Cominciò a posizionarle sulle mie tette, e sentivo un po’ di male solo che dovevo sopportare: ogni volta che mi faceva male sapevo che dopo sarei stata ricompensata. E ciò mi faceva andare su di giri. Sennonché accadde quello che non mi aspettavo: pensavo che le mollette sarebbero state tolte con la stessa delicatezza con la quale erano state messe, ma non fu così. A una a una le tolse ma di botto e, forse fu la sorpresa, forse sentii davvero male, ma mi uscì un “Ahiiii!” di protesta.

“Questo no. Ti avevo avvisata. Adesso ne subirai le conseguenze.” Mi sentivo mortificata. Come una bambina che aveva fatto una marachella e che adesso si accorgeva della gravità del suo gesto.

Pensavo che mi avrebbe fatto ancora più male invece mi punì con un atto simbolico che non fece che raddoppiare la mia mortificazione: prese un pennarello e mi scrisse a caratteri cubitali sulle tette “TROIA”. Mi sentivo a disagio, quella scritta era più dolorosa delle mollette tolte di botto! Non tanto per il contenuto ma per ciò che rappresentava: avevo disubbidito al mio Signore.

Devo tuttavia confessare che ben presto si distolse la mia attenzione: così conciata, nuda, con quella scritta oscena sulle tette, fui accompagnata sul divano. Anche lì messa a novanta. La novità era che con del nastro isolante mi legò le caviglie e mi attorcigliò una benda nera attorno agli occhi: - “Le mani non te le lego solo perché è la prima volta che ci stiamo vedendo, ma in un secondo tempo avverrà anche questo.”

La sua voce sussurrata al mio orecchio mi sembrava raccontare ciò che mi avrebbe fatta diventare. Ma non potei soffermarmi molto su questa immagine perché in un momento il suo cazzo mi piombò in bocca e cominciai a spomparglielo senza aspettare alcuna indicazione. Un pompino a piacere insomma. E sentivo che gradiva e che era giusto continuare a spomparglielo così, al buio, non lo vedevo ma sapevo orientarmi più che bene. Non trascurai di leccargli anche le palle: le sentivo tese, e a sentirle così provavo gioia. Mi avrebbe farcito la bocca di sperma? Ma quando mai. Era più resistente di quanto immaginassi. Non che avessi la pretesa di farlo eiaculare presto con la mia presunta bravura, però oddio, come dire, un altro drink non ci sarebbe stato male!

Ma così non fu. Me lo sottrasse dalla bocca, e mi sentii un po’ dispiaciuta. Mi tolse la benda, e anche il nastro isolante: ero libera di muovermi, ma non ero libera del tutto perché mi fu ordinato di seguirlo fuori.

Non appena mi avvicinai ai miei vestiti per coprirmi, fece un’espressione di dissenso:

- “Devi seguirmi così, come ti trovi: nuda.”

- “Ma mi stai portando fuori, potrebbe esserci qualcuno, vederci…”

- “E che ci fa? Io ti voglio così: troia.”

Non aggiunsi altro. E mi rassegnai alla sua decisione. Mi diede il suo braccio e mi mostrò quel posto immerso in una natura meravigliosa. Mi portò prima nel castagneto e poi a visitare la cucina. Era bellissimo sentire il vento accarezzarmi ovunque. Ed era ancora più bello sentire le carezze del suo sguardo sul mio corpo. Non ci pensavo più che potesse vederci qualcuno. Non mi importava più, semplicemente perché non importava al mio Signore. Questo era tutto.

La cucina che mi fece visitare era immensa e con un tocco di antico che mi venne subito in mente la regina Giovanna: su quei mobili di legno massiccio, chissà come si sarebbe fatta sbattere lei! Sembrò leggermi nel pensiero e mi fece accomodare sul tavolo davanti ai fornelli. Avevo la figa fradicia di umori. Quasi me ne vergognai quando mi fece spalancare le gambe. Preparò altri due drink e mentre brindavamo me la osservava, me la accarezzava. Quando finimmo di bere si avvicinò al frigo e tornò con alcuni cubetti di ghiaccio.

Mi fece sdraiare sul tavolo. Io tendevo a socchiudere gli occhi, ma lui accorgendosene mi incitò a tenerli ben aperti su ciò che mi stava per fare. Il primo pezzo di ghiaccio lo utilizzò per accarezzarmela dall’esterno: non riesco a spiegare la goduria di quella sensazione di gelido. Eravamo in piena estate: c’era un contrasto favoloso tra la calura esterna e quel pezzo di ghiaccio.

Ma a proposito di calura, si può immaginare come mi sentii quando il successivo cubetto me lo sentii insinuare tra le labbra della figa? Lo sentivo sciogliere e sentivo anche ribollirmi lì… E lui osservava compiaciuto, ed io mi sentivo la stessa bambina di prima, solo che adesso ero proprio fiera di potergli offrire questo spettacolo: assistevo anch’io, ad occhi spalancati, ma non resistevo ad incrociare anche il suo sguardo ogni tanto... Andò avanti così per un bel po’ di cubetti. Dopo me la leccò a lungo… E lì fu l’apoteosi dei miei sensi. Mi sentivo su un’altra dimensione. Ebbi un orgasmo così violento che per poco non tremavo. Al che il mio Signore asciugò i miei umori con le sue dita facendomele poi succhiare… Non pensavo di avere un sapore così buono. O forse variava il sapore a seconda dell’orgasmo? Chissà, forse l’avrei scoperto prima o poi…

Dopo un’ultima passeggiata nel castagneto, durante la quale mi sentivo davvero rilassatissima e incurante del fatto che fossi nuda, ci avviammo a casa dove lentamente mi rivestii. Quando arrivammo in auto non mi aprì lo sportello come di solito soleva fare ma mi ordinò di seguirlo dal lato guida: si accomodò, mi fece inginocchiare e si tirò fuori il cazzo. Stavolta non feci storie, nonostante vedessi che poco più in là c’era un giardiniere che poteva assistere benissimo a tutto quanto.

Mi inginocchiai e con devozione iniziai a succhiarglielo. Altro che canto degli uccelli! Sentirlo gemere era per me la migliore melodia mai udita. L’ultimo drink me lo concesse così: mentre ero inginocchiata mi riempì la bocca di calda sborra… Glielo ripulii tutto sino all’ultima goccia e ringraziai affettuosamente il mio Signore mentre mi accarezzava la testolina come a una cagnolina.



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I vostri commenti su questo racconto
Autore: Doctorxxxx Invia un messaggio
Postato in data: 25/08/2015 07:00:56
Giudizio personale:
Bello

Autore: Zighi Invia un messaggio
Postato in data: 24/08/2015 15:00:25
Giudizio personale:
Bello...

Autore: Solo_alchimia Invia un messaggio
Postato in data: 12/08/2015 01:17:47
Giudizio personale:
intrigante

Autore: Peter_Ray Invia un messaggio
Postato in data: 04/07/2015 16:28:26
Giudizio personale:
sensuale


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