i racconti erotici di desiderya

Grazie padrona sophia


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Lei era seduta su un divanetto rosso a due posti, vestita di un abito da sera di seta dorato, coperto da una giacchetta lilla con decorazioni dorate, alla sua destra un paio di polsiere di cuoio con moschettoni da scalata, alla destra un pacchetto di sigarette e un accendino, in mano agitava qualcosa che non riuscivo a identificare.

Mi invitò ad avvicinarmi. Giunto di fronte a Lei, notai che tale oggetto era un gatto a nove code, dall’impugnatura in legno e le corde color ebano.

Abbassai lo sguardo e salutai.

“Mettiti in ginocchio!”

Esitai immobile.

“Ho detto mettiti in ginocchio, saluta come si conviene ad una Signora!”

Mi inginocchiai ai Suoi piedi.

“Baciali!”, ordinò indicandomi i piedi.

Ne sollevò uno, che accarezzai ripetutamente con le labbra, salendo fino alla caviglia.

“Stenditi. Ti voglio disteso a terra lungo il divano!”

Ubbidii e mi distesi schiena a terra. Appoggiò le suole dei Suoi sandali dorati, una sul mio basso ventre, l’altra sullo sterno, con i quali fece una leggera pressione.

“Bravo, vedo che sei ben educato!”

“Adesso mettiti a quattro zampe!”

Senza curarsene, si sedette violentemente sulla mia schiena. Con una mano mi palpeggiava le natiche, indurite dalla tensione muscolare dovuta alla posizione.

Improvvisamente ebbe uno scatto violento, mi sollevò il busto e premette le corde della frusta sulla mia bocca, spingendo all’indietro la testa.

“Adesso cominciamo a fare sul serio.”

Mollò la presa e si rimise a sedere sul divano, prese un bracciale e me la mostrò davanti al viso, stirandola con entrambe le mani.

“Leccalo!”

Quando ne ebbi passato la mia lingua per tutta la sua superficie, me la legò al polso, poi fu la volta dell’altro bracciale, con la medesima cerimonia.

“Non ti hanno insegnato a ringraziare la tua Padrona per gli oggetti di cui ti fa dono?”

“China la testa. A terra!”

Mi fece chinare in ginocchioni con la testa completamente a terra, poi mi sollevò la camicia, denudandomi la schiena e ricoprendomi la testa con essa.

La Sua mano sinistra poggiava tra le mie spalle, quando la prima vergata raggiunse la schiena, facendomi sobbalzare.

“Fermo! Fammi vedere che sei abbastanza uomo da resistere alle carezze del mio gattino.”

La mano sinistra si posò con maggiore pressione, come a trattenere i miei sussulti, che cercai di controllare, riuscendoci sempre meglio, via via che le vergate si infrangevano violente sul mio dorso.

“Finalmente ti comporti da uomo. Alzati e fammi vedere che sai come si accontenta una Donna.”

Con la schiena arroventata, mi sollevai a fatica. Lei poggiava con un ginocchio sul divano e aveva scoperto i Suoi seni che, strizzati dalle spalline del vestito e dalla giacca, porgeva verso il mio viso.

Mi portai con la bocca sul capezzolo del seno sinistro e lo massaggiai dapprima delicatamente, poi con maggior vigore, fino a succhiarlo insieme a gran parte della tetta, all’interno della mia bocca.

Lei mi pose l’altro seno per sottoporlo allo stesso trattamento.

I suoi capezzoli si fecero turgidi, la sua bocca rilasciava lievi mugolii.

Qualche minuto dopo mi interruppe, afferrandomi le braccia, legate dalla camicia non ancora sfilata per le maniche, sollevandole sopra la mia testa.

“Stai fermo e tieni su le mani!”

Si chinò sulle ginocchia, appoggiandosi con un fianco sul divano e prese a sbottonarmi i pantaloni, me li abbassò insieme alle mutande, poi senza fare alcun commento afferrò il mio pene, semi-eretto, e i miei genitali, torturandoli allungandoli e girandoli su stessi o stringendoli con la mano.

Il dolore era lancinante, specialmente quando le sue attenzioni erano rivolte ai genitali, pur cercando di resistere, istintivamente ebbi dei sobbalzi.

“Fermo! Tieni le mani dietro la testa.”



Quando ne fu soddisfatta, mi fece togliere completamente la camicia, poi alzò dinnanzi a me e mi ordinò di sfilarle le mutandine.

Poi mi fece di nuovo sdraiare lungo il divano, schiena a terra, con i pantaloni ancora fino al ginocchio.

Riprese a giocare con i miei genitali, questa volta con la suola delle scarpe, premendo con la pianta, o torturandoli con il tacco.

Poi di nuovo con le mani, tirando la pelle alla base pene verso il busto e quella dello scroto dall’altro lato.



Lasciò la presa, si lasciò cadere sulla spalliera del divano e sollevando una gamba, mi ordinò di leccarle il pube.

Mi portai in ginocchio alla base del divano, infilai la testa tra le sue gambe e le passai la lingua lungo le labbra della vagina, Lei le afferrò con le mani e le allargò, aprendomi la cavità vaginale, dove ficcai quanta più lingua riuscivo ad infilare, movendola con movimenti ora lenti ora repentini, cercando di spennellarla ovunque e soffermandomi quando la sentivo mugolare di piacere.

Sentii sul mio mento l’umido del nettare che calava dalla Sua vagina, mentre i vagiti e i mugolii si fecero ancora più intensi.

Afferrandomi per la nuca, mosse la mia testa premendo la bocca lungo tutta la lunghezza della Sua vagina, per farsene risucchiare ogni goccia del suo piacere.



Si Alzò e mi fece segno di sedermi sul divano.

“Fattelo venire duro. Dacci sotto con le mani!”

Sotto il Suo sguardo attento e severo, presi a masturbarmi. Per incitarmi, teneva in tensione il gatto a nove code tra le Sue mani, rilasciando qualche lieve vergata sui genitali.

“Fammi sentire se è duro abbastanza!”

Si mise a sedere sul divano, orinandomi di appoggiarmi ad esso sulle ginocchia.

Afferrò il pene e se lo mise in bocca, pompandolo qualche secondo,

“Non è abbastanza duro come piace a me. Ti darò una mano!”

Mi fece scendere e inginocchiarmi ai piedi del divano, intimandomi di continuare a menarmelo.

Lei si voltò, poggiando le ginocchia sul divano, una mano sulla spalliera, mentre la sinistra, prese a muoversi lentamente tra le sue cosce. Le sue dita, strusciavano sulle labbra della Sua vagina per poi fare capolino in mezzo alle sue natiche, proprio davanti ai miei occhi.

Non servì altro per ingrossare la mia verga e renderla dura come il marmo.

Allungò la mano, per afferrarla, mi avvicinai per acconsentirle di verificarne la durezza.

La appoggiò tra le piccole labbra e spinse indietro i fianchi lentamente, fino ad inghiottirla completamente.

Tenendo una mano tra le natiche, assecondava il movimento dei Suoi fianchi, facendo scivolare l’asta del mio pene tra le Sue dita, prima ancora che nel Suo ventre.

La vista di quel culo perfetto, di quei glutei rotondi che oscillavano davanti ai miei occhi; sentire il calore della sua vagina avvolgere il mio pene, sentirlo fradicio del Suo piacere e stimolato della morsa delle Sue dita, mi stava rendendo impossibile ottemperare a quanto ordinatomi, di non arrivare all’orgasmo.

Il mio pene emise piccole vibrazioni, alla cui percezione, Lei si sfilò e mi ordinò di sdraiarmi di nuovo a terra.

Ricordandomi che non dovevo ancora venire, mi torturava i genitali con le corde del gatto.

La implorai di smettere, chè non avrei resistito a lungo, Lei mi ordinò di sflilarle i sandali e leccarle i piedi, ringraziandoLa per la Sua generosità.

Mentre eseguivo quanto richiesto, Lei si accese una sigaretta, godendosi lo spettacolo e compiacendosi della mia manifestazione di riconoscenza.

Quando ne fu soddisfatta mi fece rimettere in ginocchio, spostò la mia testa all’indietro e mi ordino di aprire bene la bocca e uscire la lingua. Porto la sigaretta al di sopra di essa e ne lasciò cadere la cenere. Così fino a quando non la terminò, spegnendola sulla mia lingua.

Si risedete sul divano, strizzando i seni fuori dalla scollatura e invitandomi a riportare su di essi la mia lingua ustionata.

Sentiva i miei sobbalzi quando sfregavo la parte ustionata e ne provava piacere; la mano destra scivolò tra le Sue gambe, le Sue dita si insinuarono tra di esse, provocandole un ulteriore orgasmo.

Mi afferrò le mani, legò i due moschettoni assicurando l’una all’altra, le portò tra le Sue gambe, e orinandomi di tenere le mani aperte , le strusciò sul pube, raccogliendo il Suo nettare sulla punta delle mie mani. Sdraiandosi sul divano, con le gambe ancora aperte e ancora sgorganti di un rivolo di piacere, mi ordinò di masturbarmi.

“Adesso voglio vederti godere!”

Mi alzai in piedi e con le mani legate afferrai il pene, maneggiandolo rapidamente.

Lei portò i suoi piedi, e il loro solo contatto alla sua base la verga vibrò, stavo ormai per venire.

“Sui piedi. Devi schizzare sui piedi!”.

Immediatamente il mio liquido zampillò copiosamente, ricadendo sulla pianta del piede sinistro di Lei, posto proprio davanti al glande.

I getti successivi invece cedettero sul dorso dell’altro piede, posto al di sotto del pene.

Soddisfatta, si accese una sigaretta.

“Bravissimo. E adesso ripulisci, lecca tutto!”

Mi inginocchiai per poter arrivare meglio ai suoi piedi, che leccai avidamente, prima il sinistro, la cui pianta era ricoperta della mia crema; poi il destro, dove rigoli di liquido si erano infilati tra le dita.

“Pulisci per bene anche me!”

Mi intimò, sdraiandosi sul divano e aprendo le gambe.

La ripulii di tutto il Suo nettare che ancora le inumidiva il pube.

Mi fece sollevare e mi mise il posacenere tra le mani, dove spense la sigaretta.

Lei si alzò a Sua volta; con una mano cinse il gatto a nove coda intorno alla mia bocca, tenendolo stretto ad essa come un morso, l’altra mano afferrò il pene e lo munse, provandone la fuoriuscita di alcune gocce di sperma.

“E questo? Te lo volevi risparmiare?”

Mi sbattè chino a terra e mi colpì con poche ma potenti vergate sulla schiena, caddi steso a terra, ma ciò non la fece desistere, fino a quando non la implorai di perdonarmi della mia mancanza.

Quando fu soddisfatta delle mie scuse, smise di colpirmi, mi scavalcò con una gamba, mentre con una mano mi accarezzava dolcemente.

“Sei un bravo schiavo, sono soddisfatta di te!”

“Grazie Padrona Sophia!”



Di tutta risposta Lei sputò sulla mia guancia e ne spalmò la saliva con la pianta del piede.



“Grazie Padrona Sophia!”



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I vostri commenti su questo racconto
Autore: GiovaneCurioso Invia un messaggio
Postato in data: 02/01/2007 20:27:41
Giudizio personale:
molto bello.


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