i racconti erotici di desiderya

Beatrice sotto la doccia ...rilassatrice

Autore: Mentapeperita
Giudizio:
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Questo è il seguito del racconto «Beatrice stuzzicatrice».



Riepilogo della puntata precedente:



Vengo invitato a casa della mia amica Beatrice per risolverle un problema con il computer. Mentre sto lavorando le mi stuzzica strusciandomi sulla faccia un paio di mutandine. Poco dopo mi mette la gonna in capo e gode delle mie attenzioni. Sfinita dall'orgasmo si ricompone e va in bagno a farsi la doccia. Mentre mi rimetto a lavorare sul suo computer la sedia si incaglia sulle sue mutandine lasciate sul pavimento. Le raccolgo e mi accingo a portargliele in bagno.



Se non lo avete fatto, vi consiglio di leggere prima l'episodio precedente. Vi piacerà ;-)



Tanti auguri per un felice 2006 e buona lettura!



---- BEATRICE SOTTO LA DOCCIA ...RILASSATRICE ----



Aprii lentamente la porta ed entrai. L’aria calda e umida mi invase, il bagno era spazioso, pulito e c’era tanta luce che entrava da una grande finestra, velata e diffusa da una tenda gialla piuttosto fine. La stanza era del colore giallo dei girasoli, un rivestimento di piastrelle bianche si alzavano per un metro e mezzo di altezza e quelle più alte erano decorate con motivi orientali di colore verde e azzurro, in tono con il pavimento. L’atmosfera era calda e misteriosa per quel velo di nebbia che il vapore caldo della doccia aveva creato. A sinistra un armadietto, poi il lavandino con sopra una grande specchiera incorniciata da tante minuscole lampadine accese, più distante il bidet e il water. Nell’angolo a destra, l’acqua scrosciava e tra i vetri opachi del box doccia la sagoma confusa di Beatrice traspariva in una macchia di colore scuro e rosato. Mi chiedevo se quei vetri fossero opachi per il vapore dell’acqua calda o perché erano fatti in quel modo. Il pensiero che in quella macchia di colore vaga e indefinita ci fosse il corpo nudo della mia amica, bagnato, abbronzato e sensuale mi fece muovere qualcosa dentro i pantaloni, allora cercai di distogliere lo sguardo e non pensarci.



Senza muovermi dalla soglia della stanza le dissi, a voce piuttosto alta per sovrastare il rumore della doccia: «Hai dimenticato un pezzo: dove te le metto?»



«Ma che hai lasciato la porta aperta? Mi sembra di sentire freddo» Non era la risposta alla mia domanda, comunque feci un passo avanti e mi chiusi la porta alle spalle. Mi venne da pensare: “come ha fatto a sentire freddo chiusa nel box doccia con l’acqua calda che le cade addosso?” Mi avvicinai alla doccia e le ripetei la domanda: «Dove te le metto le mutandine?»



«Lì, sul panchetto dove ci sono anche gli altri panni, vicino al lavandino… l’hai visto?»



Detti una rapida occhiata intorno nella stanza e sotto il lavandino vidi un groviglio informe di panni sopra qualcosa che sembrava, a vedere dalle gambe che uscivano, il panchetto che mi aveva detto.



«Ah, si!» risposi incamminandomi in quella direzione. Tenevo l’indumento appallottolato nella mano e prima di lasciarlo cadere sopra gli altri panni lo stesi, ammirandolo un’ultima volta. Tra la biancheria disordinata sopra il panchetto riconobbi la gonna di lino e il reggiseno di pizzo nero e rimasi a contemplarlo fino a quando mi sentii chiamare da Beatrice: «Miki!» - silenzio - «MIKI!!» ancora più forte.



«Ohi, che c’è?» risposi avvicinandomi verso il box doccia.



«Ah ci sei sempre! Pensavo fossi andato via…»



«No, ma ora vado, c’ho il computer che sta facendo la scansione l’antivirus…»



«Me lo fai un favore fra che sei qui? …mi insaponi la schiena?»



«Eh?» risposi perplesso.



«Sì dai… fra che ci sei ti sfrutto!»



«Poi ti rimetto tutto in conto… eh!» reclamai fingendomi sacrificato.



«Mammamia come sei sfaticato!»



Mi avvicinai. Solo una lastra di vetro mi separava da lei, una lastra opaca di minuscole goccioline d’acqua che velavano l’immagine del suo corpo e io tornai ad immaginarne le forme, suggerite dai colori rosati della carne e da quello più scuro dei peli pubici che confusi trasparivano attraverso il vetro. Qualche goccia più grossa si distaccava pesante dalle altre e scendeva giù lasciandosi dietro una scia limpida dalla quale la forma confusa di quel corpo acquistava dettaglio e nitidezza.



Mi avvicinai ancora un po’ e bussai con il dorso della mano sul box doccia.



Beatrice fece scorrere un vetro sovrapponendolo a un altro e rimase voltata di spalle. Con il braccio sinistro si copriva il seno e con la mano destra, quella con la quale aveva aperto, prese la spugna insaponata e me la pose.



«Aspetta – le dissi – sennò faccio il bagno!» indietreggiai di qualche passo e mi abbassai per togliermi le scarpe e i calzini, mi arrotolai un po’ i pantaloni bene sopra le caviglie e tornai a posizionarmi dietro a lei appoggiandomi con la mano sinistra al vetro della doccia.



Presi la spugna, lei si scoprì la schiena portandosi i lunghi capelli in avanti, poi si mise la mano davanti a coprirsi il pube.



Iniziai a insaponarle le spalle, la spugna scorreva liscia sulla sua pelle morbida e bagnata. La insaponavo come faccio quando lavo la mia automobile: “scarabocchiandole” la schiena con la scia di sapone che la spugna si lasciava dietro ogni volta che la strizzavo un po’ di più. Scarabocchiavo e cancellavo, scarabocchiavo e cancellavo di nuovo, andavo in alto intorno al collo e le spalle, poi scendevo fino alla vita e ai fianchi. Lì i miei occhi si posavano sempre sulla forma biancastra lasciata dal costume dopo l’abbronzatura. Impressa sul suo culetto ne metteva in evidenza le forme tonde e sode delle natiche. Non potevo più guardarlo perché avevo già i pantaloni gonfi e le guance rosse di lieve imbarazzo, sentivo addosso un calore che non era dovuto solo all’acqua, che calda scrosciava sul petto di Beatrice, ne percorreva il corpo e le cadeva ai piedi, rimbalzando in tante piccole gocce che arrivavano a bagnarmi i piedi.



«Gratta! Più forte!» mi ordinò risoluta.



«Diobòno! – esclamai – ora ti gratto io per bene!» replicai malizioso e le premetti la spugna dietro le spalle, con decisione e forza tanto che lei si sbilanciò in avanti, senza spostare i piedi distese le braccia e si appoggiò alla parete della doccia, finendo con la testa sotto il getto dell’acqua. «Ah… bene!...» sospirò con l’acqua che le cadeva sui capelli scuri, le scendeva sulle spalle e delicatamente le accarezzava tutta la schiena fino a insinuarsi tra i glutei e correre lungo le gambe fino ai piedi.



Io rimasi fermo, ad aspettare che tornasse nella posizione di prima.



«Dai, continua, perché ti sei fermato?»



«Mi schizzo tutta la maglietta così!»



«Levatela, te la rimetti dopo. Che hai freddo?»



«Allora aspetta…» mi abbassai un po’, allungai il braccio e appoggiai la spugna ai suoi piedi, nel piatto della doccia; mi allontanai, tolsi la maglietta e la lanciai in direzione dello sgabello, mandandola a finire sopra le sue mutandine, feci per tornare alla mia opera e rimasi senza fiato nel vedere che Beatrice si era appoggiata con entrambi i gomiti al portaoggetti di fronte a lei, attaccato alla parete della doccia, ma nel fare questo si era piegata con il busto ancora di più in avanti e aveva sporto il sedere verso di me, si faceva cadere l’acqua dritta sulla colonna vertebrale subito dietro il collo. Teneva le gambe strette e diritte e suo culetto ritto invitava ad essere preso a morsi. Mi avvicinai fingendomi indifferente, ma il mio corpo non lo era affatto e lo sentivo stretto dentro i miei slip, con il sangue che mi martellava dentro le tempie e scandiva un misterioso conto alla rovescia.



Mi abbassai a raccogliere la spugna, percorrendole con la faccia, a pochi centimetri di quota, la coscia destra, dalla natica fino alla caviglia. Avvertivo il calore e il profumo della sua pelle. Raccolsi la spugna e alzai lo sguardo. Lei era voltata a sinistra, con la tempia appoggiata alla parete della doccia. Le vidi i seni liberi penzolare dal suo petto, e la punta scura di un capezzolo far capolino dalla rotondità del seno destro. Risalii perlustrando le sue cosce e tra le natiche intravidi timida la carnosità della vulva, strinta e scura come il baule di un pirata che conserva il suo tesoro adagiata sul fondo buio di un abisso. L’acqua che le scorreva addosso accentuava le forme perfette del suo corpo e le rendeva la pelle lucida come la porcellana.



Ripresi a strusciare la spugna con forza sul suo corpo; aggrappato con una mano fuori dal vetro, mi allungavo sopra di lei per arrivare alle spalle e poi scendevo giù, ai fianchi, alla vita, a sfiorarle il sedere e di nuovo su, scarabocchiandole il corpo di schiuma biancastra.



Beatrice aveva la testa appoggiata e gli occhi chiusi, era rilassatissima.



«mmh… Bello!...» sospirava ogni tanto.



Fare forza sulla spugna con il braccio teso era faticoso.



«Ohiohi che fatica! Aspetta un attimo…» dissi con il fiato corto, più per l’eccitazione che per lo sforzo fisico.



«No, dai, continua…» mi implorò Beatrice senza scomporsi, con la testa oltre lo scrosciare dell’acqua e gli occhi sempre chiusi.



Cambiai braccio e ripresi a lavorare.



Ogni volta che scendevo non potevo fare a meno di contemplarle il fondo schiena, ed ero incantato dalle due fossette ai lati della colonna vertebrale che risaltavano sul suo fisico asciutto. Provai a farmi un po’ più audace e passai una rapida spugnata sulla zona superiore del sedere, dove finiva l’abbronzatura e la pelle iniziava ad essere bianca. Nessuna reazione.



Al giro successivo di nuovo un’altra spugnata, un po’ più ampia quasi da disegnarle la rotondità delle natiche. Di nuovo niente. Beatrice era completamente assopita e rilassata. Ogni tanto sospirava e ondeggiava un poco i fianchi, da lì capivo che era ancora viva (e che le piaceva)!



Dopo altre tre o quattro passate complete, dalle spalle allo stacco delle natiche e ritorno, volli rischiare e, una volta vicino, decisi di compiere un giro completo della natica sinistra.



Questa scivolò tonda, liscia e soda sotto la mia spugna e Beatrice non si scompose. Salii un po’ e ridiscesi subito, prima che fossi arrivato alle spalle. Le detti di nuovo una spugnata sulla natica e ci misi un po’ di forza, per essere sicuro che se ne accorgesse. Di tutta risposta Beatrice sospirò con un leggero mugolino di piacere. Spostai la spugna sull’altra natica e iniziai a massaggiare anche quella. Accarezzare con la spugna quel culetto così perfetto, esposto e bagnato mi aveva provocato un’imponente erezione che premeva contro la stoffa dei miei calzoni e quasi ne soffrivo.



«Ti piace così?» chiesi a Beatrice.



«…sì...» rispose lei con un filo di voce sommesso dallo scrosciare dell’acqua.



Le percorrevo la schiena premendole con la spugna lungo la colonna vertebrale, su fino alle spalle, poi scendevo disegnando delle ampie S fino al sedere, un massaggio fugace alle natiche e poi di nuovo su, contandole tute le vertebre del corpo. Serpeggiavo con la spugna mentre salivo, a volte anche mentre scendevo e lei assecondava i miei movimenti ondeggiando con il sedere e con i fianchi.



A un certo punto la vidi liberare un braccio e scendere con una mano lungo il corpo, accarezzandosi languidamente; divaricò un po’ le gambe mentre ondeggiava e le vidi le dita della mano far capolino tra le cosce.



Presi ad accarezzarle il sedere con entrambe le mani, con una tenevo la spugna, con l’altra le massaggiavo la natica a mano nuda. Beatrice mugolava e ansimava per il piacere che provava mentre il suo braccio si muoveva e scomposto sotto il suo corpo.



Continuando ad accarezzarle le natiche mi accovacciai piegandomi sulle ginocchia. L’acqua le scorreva intorno ai fianchi e le scivolava sul sesso. La sua mano agile e esperta lo perlustrava giocherellando con le grandi labbra, le apriva e le stringeva, l’una all’altra, intrufolava qualche dito e ne percorreva il canale fino al clitoride. Con una mano insaponata e la spugna stretta nell’altra, scesi con le carezze dalle natiche alle cosce. Beatrice ondeggiava e piegandosi sulle ginocchia mi sbatteva il sedere in faccia, mentre continuava a darsi piacere con la sua stessa mano. Le massaggiai un po’ le cosce, poi lasciai cadere la spugna e risalii di nuovo sulle natiche con entrambe le mani nude. Le guardai tra le gambe il frutto proibito, gonfio di piacere e rimasi a contemplarlo per qualche istante. Dalla posizione della sua mano e dal movimento delle dita intuivo che si stesse titillando il clitoride. Afferrai con dolcezza le natiche e gliele scostai verso l’esterno, mettendole in mostra il buchetto e l’ingresso della vagina completamente bagnato e parzialmente aperto dalla pelle tirata. Ogni tanto un rigagnolo d’acqua partiva dalla schiena e si insinuava nella stretta valle, accarezzava con dolcezza l’ano e le bagnava il fiore, gocciolando a terra dalle grandi labbra ricoperte da una leggera peluria nera che il rigagnolo d’acqua metteva in risalto arricciando i peli in piccoli ciuffi scuri e bagnati.



Mi avvicinai ancora di più alla sua intimità e mosso dall’istinto e dal piacere allungai la lingua tastandone con la punta il sapore. Beatrice sembrava non essersi nemmeno accorta di quella soffice carezza, tanto era assorta dal suo dolce accarezzarsi. Lo feci di nuovo, intrufolando il naso tra le natiche divaricate e affondando un po’ di più la lingua nella sua candida ferita. Stavolta avvertì il mio gesto e mugolando spinse il sedere verso di me. Io accolsi l’invito e con la faccia ormai bagnata dall’acqua e forse non solo da quella iniziai a lapparla avidamente tra le labbra del sesso, come un leone assetato davanti una pozza d’acqua fresca. Con le mani le tenevo i glutei ben divaricati e intanto lei si stuzzicava il clitoride con movimenti veloci e esasperati delle sue dita. Le sue urla di piacere si confondevano con lo scrosciare dell’acqua e la sua vagina colava umori caldi e appiccicosi sulla mia lingua ruvida che si faceva strada dentro di lei, tra le grandi labbra gonfie e carnose e quelle più piccole, indifese, rosse e congestionate dal piacere. I suoi movimenti divennero poi scomposti, faticavo a mantenere il contatto con il suo sedere e quasi mi si sedeva sulla faccia quando affondavo la lingua. Iniziò a gridare più folte, a ripetizione, a tremare. Sentii le dita della sua mano toccarmi il mento come a cercare la mia bocca, poi due si fecero strada seguendo la mia lingua e entrarono dentro. Entravano e uscivano velocemente mentre io le leccavo e ogni volta che uscivano le sentivo umide e fradice d’umori. Sentivo il delicato profumo del suo piacere diffondersi intorno a me tra il profumo del bagnoschiuma, poi affondai nuovamente la lingua, le sue dita la seguirono e venne, urlando e tremando.



Rimase immobile. Il silenzio era rotto solo dallo scrosciare dell’acqua e dal nostro respiro affannato. Mi distaccai dalle sue natiche, lasciandole per qualche secondo l’impronta rossa delle mie mani. Mi tirai indietro e rimasi seduto sul pavimento ad ammirarla. Lei stette immobile, con le dita dentro al suo sesso, poi piano piano le sfilò tirandosi dietro un luccicante filo di umori, accostò le gambe e si ricompose. Chiuse l’acqua e il silenzio divenne quasi imbarazzante. Io avevo i pantaloni fradici per gli schizzi d’acqua e il sesso gonfio. Lei si voltò coprendosi con un braccio il seno e con la mano il pube.



«Sei bellissima» riuscii a dirle con un filo di voce.



Lei era rossa in viso «mi prendi l’accappatoio attaccato alla porta?» chiese molto seria.



Mi alzai, con un po’ di difficoltà. I muscoli delle gambe mi facevano ancora male per la scomoda posizione di prima e i jeans bagnati mi allegavano alle cosce impedendomi un po’ nei movimenti. Presi l’accappatoio, bianco, molto ampio, e glielo portai. Lo aprii, lei si voltò e la aiutai ad indossarlo.



Se lo chiuse, fece un nodo al cordoncino in vita e si voltò verso di me, scrutandomi dal capo ai piedi per poi fermarsi a guardarmi i pantaloni.



«Guarda come ti sei bagnato…» mi disse, con la faccia triste e lo sguardo basso, l’aria dispiaciuta come se si sentisse in colpa.



«No, fa niente… fuori è ancora caldo. Asciugheranno.»



«Togliteli che te li asciugo con il fon, si fa prima» replicò tenendo sempre lo sguardo basso sopra i miei jeans. Avevo la sensazione che guardasse proprio lì in mezzo, sul bozzo che premeva dentro la stoffa e mi sentii in imbarazzo.



«no.. non importa, davvero. Piuttosto… te, tutto bene?...»



«e te? …tutto bene te?» mi chiese fissandomi negli occhi sorridendo sotto i baffi.



La sua domanda mi trovò impreparato e balbettai una specie di risposta: «io? Io… sì, non so cosa dire… non mi aspettavo questa cosa…»



«sicuro che stai bene? Mmmh…» Insistette mordendosi maliziosamente un labbro mentre si avvicinava lenta verso di me.



Io non capivo, o non volevo capire.



Beatrice si fermò vicinissima in piedi davanti a me, sentivo il suo fiato sulla mia faccia. Mi guardò dritto negli occhi e appoggiò le dita della mano sul mio petto. Pensai che volesse spingermi più lontano, invece fece scivolare la sua mano giù lungo il mio corpo, sotto le costole, sugli addominali, mi sfiorò l’ombellico e si fermò alla cintura dei pantaloni.



Mi guardò di nuovo negli occhi e mi ripeté la domanda: «non credi che questi pantaloni vadano un po’ asciugati?» Il suo sorriso malizioso cancellava ogni dubbio circa le sue intenzioni.



Senza distogliere lo sguardo dai miei occhi iniziò a slacciarmi la cintura aiutandosi anche con l’altra mano, poi la sfilò dai pantaloni e me la mise intorno al collo. Sentii la fibbia fredda sul mio petto accaldato e ebbi l’istinto di muovermi. «sta’ fermo!...» mi sorrise lei con aria da furbetta.



Ritornò a occuparsi dei bottoni sganciandoli lentamente uno ad uno senza abbassare lo sguardo.



Io le accarezzavo dolcemente le braccia.



Intrufolò una mano sopra la stoffa dei miei boxer, tastando a mano piena il mio attributo. Io imbarazzatissimo ero diventato rosso e stavo immobile, cercando di controllare la mia eccitazione.



Lei esclamò con aria sorpresa: «mmh…! Hai anche gli slip umidi…» e con aria da mamma che rimprovera il bambino capriccioso aggiunse: «Dovremmo asciugare anche quelli!»



«non sono slip – riuscii a malapena a dire – sono boxer» e fu la cosa più intelligente che mi venne in mente di dire per nascondere il mio imbarazzo.



«Ah, si? Fammi un po’ vedere…» e scese ad inginocchiarsi davanti al mio sesso.



«pessima risposta!» pensai tra me e me. E nel vedere lei così vicina al mio sesso e sentire le sue mani che mi abbassavano piano piano i pantaloni mi fece diventare il pene duro come non mai, e premeva nella stoffa tanto che si poteva vederne la forma come fosse stato nudo.



Quando mi ebbe portato i pantaloni alle caviglie, risalì con le mani, accarezzandomi dolcemente le gambe fino alla vita, poi mi accarezzò con il naso il pene da sopra la stoffa.



Ridiscese abbassandomi di qualche centimetro l’elastico dei boxer, fino a farmi uscire un po’ di pelo nero, poi mollò la presa e iniziò ad accarezzarmi avidamente i glutei, a stringerli, ad affondarci le unghie mentre mi guardava con la faccia all’insù e un ghigno aggressivo ed eccitato.



Si tirò su di scatto e mi comandò: «Sfilati per bene i pantaloni.»



Io obbedii senza replicare, alzai la gamba sinistra e liberai la caviglia e il piede dalla stoffa dei jeans; lo stesso feci con la gamba destra. Lei dette un calcio ai pantaloni e li fece volare fin sotto al lavandino.



Allungò le mani a prendere gli estremi della cintura che avevo intorno al collo e mi tirò violentemente vicino a lei. Eravamo così vicini che sembravamo in procinto di baciarci, invece si rimise in ginocchio, fece nuovamente scivolare le sue mani lungo il mio corpo fino all’elastico dei boxer. Li afferrò e con un movimento deciso me li calò fin sotto le ginocchia liberando il mio membro che la colpì in faccia.



«Accidenti! – esclamò – e questo non sarebbe un problema? Non posso mandarti a casa in questo stato: che figuraccia ci faccio se i tuoi ti scoprono in bagno a masturbarti? Penseranno che ho fatto la porca, che te l’ho fatto diventare duro… No! Non devono pensare questo di me… Dobbiamo prendere provvedimenti!» Parlava da sola, contemplando la mia erezione.



Io ero imbarazzatissimo, fermo, immobile, respiravo calcolando ogni millimetro cubo di aria che tiravo nei polmoni.



Alzò lo sguardo verso di me, mi puntò il dito contro e mi disse con tono autoritario: «Non ti preoccupare: vedrai che la tua amichetta sa come far fronte a certe emergenze e ti salverà!» Detto questo avvolse il mio pene turgido con la sua morbida mano e iniziò a masturbarmi. Faceva scorrere indietro la pelle scoprendomi in buona parte il glande, lo contemplava eccitata, poi lo rivestiva e lo scopriva di nuovo. Era violaceo e lucido per alcune gocce di sperma che avevo sentito uscire dopo le precedenti erezioni. Con l’altra mano mi accarezzava la natica e la coscia. Io le accarezzavo i capelli ancora bagnati e il mio sguardo si insinuava nell’ampia scollatura dell’accappatoio e ogni tanto riuscivo a intravederle i seni. «Ti piace?» mi chiese improvvisamente alzando lo sguardo.



«Si.» Risposi secco, sorridendogli e accarezzandole più amorevolmente la testa.



Dopo la mia risposta aumentò il ritmo e mise più forza nel movimento della sua mano, che mi tirava la pelle fino alla base dell’asta, il glande si scopriva interamente e il frenulo tirava quasi a farmi male, sempre più violenta e sempre più veloce.



Mentre godevo di quella sua attenzione, scesi con le mani lungo il collo e le aprii la scollatura dell’accappatoio, facendoglielo scivolare dalle spalle. Beatrice si ritrovò con i seni esposti che ballonzolavano con i movimenti cadenzati del suo braccio. Alla vista di quelle forme e dei suoi capezzoli scuri e turgidi sentii un colpo al basso ventre e un calore crescermi dentro. L’orgasmo stava per esplodermi dentro come un serbatoio di benzina nel quale è appena stato gettato un fiammifero acceso. Volevo avvertirla che stavo per venire e darle il tempo di spostarsi.



«Bea…» bisbigliai con aria sofferente cercando di trattenerlo il più possibile. Lei si interruppe un attimo lasciandomi scoperto il glande, tirò fuori la lingua colandoci sopra un po’ di saliva e lo fece sparire dentro la sua bocca. Tenendo le guance strette iniziò a pomparmi sincronizzando il movimento della testa con quello della mano che lavorava sulla parte dell’asta rimasta fuori dalla sua bocca. A sentire il calore della sua bocca avvolgermi il glande ormai troppo sensibile, non riuscii a resistere e dopo pochi secondi l’orgasmo si liberò in me con una serie di sussulti incontrollabili e pompando fiotti di seme caldo dentro la sua bocca. Tremai sulle gambe emettendo un rantolo liberatorio e con gli occhi chiusi le accarezzai dolcemente la testa. Finito tutto. Aprii gli occhi e la guardai. Lei aveva ancora il mio sesso nella sua bocca e mi guardava con gli occhi all’insù, poi se lo sfilò piano piano tenendo le labbra strette e lo lasciò adagiarsi nella sua posizione naturale. Si alzò guardandomi e andò a sputare il mio seme nel lavandino. «Ma quanto ce ne avevi?!» disse dopo essersi sciacquata la bocca, guardandomi dal riflesso dello specchio. «E’ colpa tua!...» risposi sorridendo soddisfatto.



Beatrice era quasi dispiaciuta: «Scusa ma non mi andava di ingoiare, non l’ho mai fatto…»



«No, ci mancherebbe… mi sarebbe bastato anche venire in un fazzolettino…»



«Le cose o si fanno per bene o niente!» replicò orgogliosa della sua prestazione voltandosi verso di me. L’accappatoio le era scivolato ai gomiti e si era aperto. Io la guardai con ammirazione.



«Sei niente male!» le dissi. Non capì subito, ma quando si guardò addosso e realizzò di essere nuda si coprì voltandosi in fretta.



Scoppiai in una sonora risata. «Dopo quello che abbiamo fatto ti vergogni a farti vedere nuda?»



«Che c’entra?! Un po’… sì!» e si ricompose l’accappatoio addosso.



Io mi tirai su i boxer e mi avvicinai verso di lei. La presi delicatamente per le spalle e la feci voltare. «Ti voglio bene» le dissi guardandola negli occhi, e ci abbracciammo teneramente.



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I vostri commenti su questo racconto
Autore: Rocchimo Invia un messaggio
Postato in data: 30/12/2005 19:57:22
Giudizio personale:
mi ha fatto talmente arrapare che vado a farmi una pippa in mancanza di beatrice speriamo che cerchi anche me per riparare il computer, l\'indirizzo lo può avere ciao


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