i racconti erotici di desiderya

Bagno in mare con vanessa

Autore: Mentapeperita
Giudizio:
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Cambia lo sfondo
Io e Vanessa non ci vedevamo da quasi un anno. Facevamo entrambi

lavori stagionali e i nostri impegni non ci lasciavano tregua, nemmeno

d’estate. Sembrava che il destino ce lo facesse apposta: quando mi

liberavo io lavorava lei; si liberava lei e lavoravo io; le poche volte che

riuscivamo a trovare tempo entrambi accadeva sempre qualcosa per

cui lei doveva disdire l’appuntamento poche ore prima. Lei si scusava

e prometteva sempre che “si sarebbe fatta perdonare”, ma ormai mi

ero rassegnato a sentirla sempre e soltanto per telefono e nemmeno

ci speravo più di incontrarla di nuovo.



Oramai l’estate volgeva al termine, agosto era finito e l’orda dei

vacanzieri, finite le ferie, si stava ritirando dai luoghi di villeggiatura

come il mare con la bassa marea.



Pensai che era l’occasione buona per cercare entrambi un po’ di tempo

da dedicare alla nostra preziosa amicizia e le mandai un messaggio

sul cellulare chiedendole per l’ennesima volta se riusciva a trovare un

pomeriggio libero per potermi incontrare. Mi spinsi addirittura oltre e,

pensando che avremmo avuto tantissimo da raccontarci, le proposi di

restare a dormire da me, nella mia casa al mare, così da avere a

disposizione un giorno intero da passare insieme.



La mia speranza era quella che, in 24 ore che le offrivo, lei ne trovasse

almeno quattro o cinque da poter dedicare a noi.



La sua risposta invece mi lasciò di stucco: accolse con entusiasmo la

mia proposta e mi riferì che, avendo il giorno di riposo giovedì, se per

me andava bene, potevamo trovarci già dal mercoledì pomeriggio

appena finiva di lavorare.



Mi riservai dal darle conferma con la scusa che mi dovevo organizzare

gli impegni della settimana, ma in verità già lo sapevo che non mi sarei

lasciato sfuggire tale occasione. Avrei fatto di tutto passare quel

giorno con lei.



Le telefonai per darle la conferma:



- “Ohi, Vany!!! Volevo dirti che, anche se so che te ne sei già

dimenticata e avrai già preso altri impegni, io per giovedì mi sono

liberato e che se tu volessi…”



- “ma che dici? Secondo te, me ne sono dimenticata? Quant’è che ti

voglio vedere…! Ma hai visto questi impegni… ora accada cosa accada

ci si trova e si va al mare, dopo ci si penserà!”



Io con un pizzico di malizia risposi:



- “Io ti sto solo dando la possibilità di sdebitarti per tutte le sòle che mi

hai dato… non credere che sarà facile per te farti perdonare tutti gli

appuntamenti che m’hai disdetto…”



- “maddài… vedrai che sarò brava e me li farò perdonare tutti!”



Siamo sempre stati ottimi amici, tra noi c’è tantissima confidenza e

anche se lei è una ragazza carina, elegante e con due bei seni, io non

ci ho mai provato perché mi sono sempre fatto le mie storie e non ho

mai sentito il desiderio di provarci con lei.



E’ “la regola dell’amico” - cantata dagli 883 – e non c’era bisogno di

rovinare un così bel rapporto.



Ero convinto che nelle sue parole ci fosse solo ilarità e nessuna

malizia, comunque mi accordai per passarla a prendere il mercoledì

pomeriggio.



Aspettai sotto casa sua che si facesse una doccia, perché aveva

appena finito di lavorare. Quando la vidi arrivare, con ancora i capelli

un po’ umidi e scomposti, mi si illuminarono gli occhi: la vidi bellissima;

probabilmente tutto questo tempo senza mai vederci stava

amplificando la gioia nel vederla di nuovo. Ci salutammo con un forte

abbraccio e un bacio sulle guance. L’aiutai a mettere nel bagagliaio la

borsa con i vestiti e partimmo subito verso il mare, quasi senza

parlare perché volevamo serbarci gli argomenti a quando saremmo

arrivati.



L’unica cosa che disse, dopo avermi fissato per qualche secondo, fu

che mi trovava dimagrito e in ottima forma.



- “grazie! Anche te non stai male. Certo si vedono i segni dell’età, non

sei più una ragazzina…”



- “ma che stronzo!... semmai sarò un po’ stravolta perché sono

stanca…”



- “scherzavo!!! È che non so cosa dire, non mi sembra vero che

finalmente ci siamo ritrovati!”



- “anche a me, non immagini il piacere che mi fa essere qui con te. Ci

divertiremo…”



- “a proposito, per cena come ci organizziamo?”



-“no! Non organizziamo niente: quando ci prenderà la fame, qualcosa

inventeremo. Vedrai che non si muore, fidati!”



- “vabbè… ma io ho tante cellule da mantenere… se mi fai patire la

fame poi divento cattivo”



- “senza programmi è più bello, non voglio pensare a niente, solo a

noi due. Ora se non ti dispiace vorrei dormire un po’ perché sono

distrutta, tanto prima di arrivare un po’ di tempo ce n’è”



- “va bene, ti sveglio io, basta che non inizi a russare!”



-“si, è che so’!?”



Sdraiò un po’ la poltrona, io accesi l’autoradio in sottofondo e due

chilometri dopo già dormiva a sasso.



Mentre guidavo ogni tanto mi distraevo per guardarla. Ancora non

potevo credere che eravamo noi, io e lei in macchina insieme come ai

vecchi tempi e che oltretutto stavamo andando al mare a passare un

giorno intero insieme!



Non ci sono strade principali per andare da casa sua al mare e lei si

lasciava cullare dalle dolci curve.



Il sole del tardo pomeriggio stava colorando l’atmosfera calda di un

giallo surreale.



Quando mi fermai all’incrocio per entrare sull’Aurelia lei si svegliò.



-“Siamo già qui?”



-“Tra sette minuti e quarantadue secondi siamo davanti casa!”



Lei sorrise accarezzandomi la mano che avevo sul cambio.



- “Allora: cosa vuoi fare?” – le chiesi – “io farei così: andiamo a casa,

apriamo l’acqua, accendiamo lo scaldabagno, apriamo un po’ le

finestre… e nel frattempo ci mettiamo il costume e facciamo subito una

capatina sul mare, per aspettare l’ora di cena e goderci questi ultimi

raggi di sole”



- “approvo!” – rispose lei senza aggiungere altro.



Arrivati a casa scesi le valige, aprii l’acqua e feci strada fino alla

camera degli ospiti.



Posai le valige sul letto e mi fermai a pensare a come avremmo potuto

organizzarci per la notte, intanto lei era andata in bagno.



Quando tornò lei le dissi:



- “in questa casa, come sai, ci sono due camere: questa è quella con il

letto più comodo. Di solito ci dormo io, qui c’è la mia roba…”



lei non mi fece finire:



- “va bene, tanto il letto è bello grande: perché bisogna sfarne due?

Io non ho problemi a dormire insieme…!”



Io rimasi senza parole, poi mi ripresi e fingendomi indifferente replicai:



- “io poi… figurati! Ma se vuoi ti lascio sola e io vado nell’altra camera…”



- “ma che dici? Almeno stasera prima di addormentarci ci si raccontano

le cose… per me puoi restare! Anzi…”



- “allora se è così… però ti avverto: io di solito non russo, ma se

dovessi farlo non ti peritare a svegliarmi.”



- “se dico di dormire non mi svegliano nemmeno le cannonate! Di

quello non devi preoccuparti”



Aprì la sua borsa, prese il costume e andò in bagno a indossarlo. Io mi

spogliai in camera.



Tornò indossando un bel bikini azzurro chiaro di quelli con i laccetti

annodati sia dietro la schiena che ai fianchi.



Prendemmo le bici, un telo da mare per uno e via! verso la spiaggia.



Ci recammo sulla spiaggia vicina a casa mia, anche se era un po’

distante dal centro del paese. Era un mercoledì di settembre ed erano

quasi le sette del pomeriggio: sulla spiaggia c’erano solo due

pescatori e una famiglia di stranieri, probabilmente tedeschi.



Sia avvicinava l’ora del tramonto e le increspature dell’acqua

mostravano meravigliosi giochi di colore alternando il rosso acceso del

sole con il blu intenso del cielo. Io non riuscii a resistere e stesi subito

il telo sulla sabbia, poi mi spogliai e corsi nell’acqua.



Era bellissimo: rispetto alla temperatura esterna l’acqua era

piacevolmente calda. Dopo un tuffo e qualche bracciata mi misi “a

pancia in su”, allargai le braccia e a gambe distese mi lasciai cullare

dalle onde e trasportare dalla corrente per non so quanti minuti.



Poi mi ricordai della mia amica! La sottile corrente di maestrale mi

aveva spostato un centinaio di metri più a sud. Nuotai un po’ per

risalire la fievole corrente, poi uscii dall’acqua e andai da Vanessa che

si era sdraiata a leggere un libro.



- “è bellissimo!” – le dissi – “non sai cosa ti perdi”



Lei alzo il capo, mi guadò è mi chiese se non facesse troppo freddo.



Io la rassicurai che l’acqua era tiepida, piacevolissima e la invitai ad

entrare.



Nel frattempo anche i bambini stranieri erano entrati in acqua e si

stavano divertendo come matti.



Forse vedendo anche loro riuscì a convincesi, ripose il libro, si alzò e mi

seguì fino sul bagnasciuga.



- “è fredda!” esclamò appena un onda le bagnò i piedi.



- “dentro si sta da dio, credimi!”



- “si, il problema è entrare…”



non so cosa mi prese, forse vedendo i bambini tedeschi mi era venuta

anche a me la voglia di giocare, il fatto è che senza pensarci tanto mi

avvicinai a Vanessa e la presi in braccio. Lei si lasciò prendere senza

opporre resistenza, accogliendo quel mio gesto anche lei come un

gioco e mi mise le braccia attorno al collo. Al contatto del mio corpo

bagnato le venne la pelle d’oca e sui triangoli del bikini color sabbia le

vidi affiorare le forme dei capezzoli. Non potetti fare a meno di

guardarli: ce li avevo sotto il naso! Entrai in acqua con lei in braccio e

quando le onde le bagnavano la pelle ancora asciutta lei sussultava e

si stringeva a me, appoggiando un seno contro il mio petto. Questo

contatto mi stava eccitando e dovevo arrivare presto nell’acqua un po’

più alta per nascondere il bozzo che stava gonfiando tra le mie

gambe. Quando fui immerso fino alla vita la lasciai scivolare

dolcemente fino a farle toccare i piedi sul fondo e involontariamente le

strusciai la mia protuberanza sulla coscia. Io cercavo di nascondere il

mio imbarazzo, lei fece finta di niente e io mi convinsi che non se ne

fosse accorta.



Si immerse per bagnarsi anche la testa e poi, tornata su, iniziò a

schizzarmi, come i bambini.



Io risposi al gioco, e con soddisfazione le dissi:



- “hai visto che non ci si sta poi tanto male!”



- “te la farò pagare per quello che hai fatto!”



e mentre diceva questo continuava a schizzarmi sempre più da vicino.

Oltre a schizzarmi quasi mi picchiava! Mi dovetti voltare e “battere in

ritirata” verso il largo, e lei sempre dietro, a inseguirmi. Quasi più non

toccavo e lei, alta quei cinque centimetri più di me, ebbe la meglio e

riuscì ad avvicinarsi tanto che il suo corpo sfiorava il mio. Io cercavo

con gli occhi strinti di guardarla attraverso gli schizzi e di allontanarla

spingendola per i fianchi, ma toccavo poco sul fondo quando la

spingevo ero io che indietreggiavo!



Lei mi girava intorno e di tanto in tanto i suoi seni mi sfioravano e le

sue cosce venivano in contatto con il mio sesso, gonfio e duro dentro il

mio costume. Tra uno schizzo e l’altro vedevo il suo bikini bagnato

aderire alle forme dei suoi seni e durante quelli scuotimenti

sembravano dovessero uscire da un momento all’altro. I capezzoli le

trasparivano dalla sottile stoffa chiara, erano evidentissimi e la mia

eccitazione cresceva.



Non potevo più starmene lì impalato a subire.

Pensai: - vuole giocare? E giochiamo!



Me ne infischiai del mio “problema” e iniziai a rispondere con impeto ai

suoi schizzi. Mi avvicinai anch’io e spesso i nostri corpi venivano a contatto.

Lei era sempre più divertita e la sentivo cercare lei stessa il

contatto fisico con il mio corpo. Ero ormai certo che sapesse della mia

eccitazione perché non perdeva occasione per sfiorarmi il bozzo che

tenevo tra le gambe. Nel farlo mi sbatteva con noncuranza i suoi

promontori addosso, facendomeli ballonzolare sotto il naso e questo

non placava certo la mia eccitazione!



Improvvisamente si fermò di fronte a me, vicinissima, e mi prese i polsi

con le mani tenendomeli stretti per evitare che io la schizzassi.

Respirava affannosamente e non staccava gli occhi dai miei, era serie

e sembrava stesse per chiedermi una tregua, mentre lentamente mi

tirava con se dove l’acqua era più bassa. Mi illusi che fosse finita,

invece sulle sue labbra si scolpì un sorriso diabolico come a dire “ti ho

fregato!” e in un istante, con lo scatto un gatto che assale il topo, mi

lasciò i polsi, si afferrò all’elastico del mio costume e buttandosi anche

lei sott’acqua, me lo tirò giù fin sotto le ginocchia.



Io cercai di reagire, ma più mi muovevo e più lei riusciva a tirarmi giù

il costume. Non potevo scalciare perché il costume mi bloccava

le caviglie e non volevo farle male tirandole una ginocchiata. Quando

sentii che ormai non c’era più nulla da fare smisi di ribellarmi e

mentre con un braccio cercavo di tenermi a galla e di riprendere

l’equilibrio con l’altra mano cercai di coprirmi il pene e di nascondere

per quanto possibile la vigorosa erezione.



Lei riemerse tutta soddisfatta sventolando in mano il mio costume. Io

cercai di recuperarlo ma non era facile, lei me lo teneva alto e io ero

impedito perché lavoravo con una mano sola.



Rinunciai e indietreggiai, immergendomi nell’acqua fino al collo. Di

colpo mi venne in mente che non eravamo soli e mi sentii ancor di più

in imbarazzo. Mi guardai intorno, ma la famiglia di tedeschi, con i

bambini, non c’erano più. Il disco solare sfiorava la sottile linea

dell’orizzonte e non avevo idea di quanto tempo fosse passato. Sulla

spiaggia era rimasto un solo pescatore, lontano da noi, in direzione

del paese. Pensai che, con il sole contro, anche se avesse guardato

comunque avrebbe visto poco: solo le scure sagome di due ragazzi

che giocano nell’acqua.



Vanessa mi vide serio e preoccupato e, quasi dispiaciuta, si avvicinò

per ridarmi il costume. Mi finsi imbronciato mentre lei si avvicinava con

il mio costume in mano e ogni tanto abbassava gli occhi a spiarmi tra

le gambe, ma io non mi mossi. Stavo covando la mia vendetta!

Quando fu vicinissima si fermò e preoccupata mi disse:



- “oh, scherzavo! ma che te la sei presa? Tieni…”

e mi pose il costume.



Io a quel punto non ce la feci più a fingermi serio: digrignai i denti e

come un lupo che assale la sua preda mi buttai addosso a lei,

sbilanciandola all’indietro. Finimmo entrambi sott’acqua e mentre lei

annaspava per ritirarsi su io, incurante del mio sesso libero che le si

strusciava addosso, le passai le braccia dietro la schiena e le tirai i

lacci del costume. Invece che venirci un nodo (come sicuramente

accade se lo vuoi togliere apposta) il fiocco si sciolse lasciando il bikini,

legato solo al collo, a svolazzare nell’acqua e i seni liberi. Sotto l’acqua

i suoi capezzoli rosa sulla pelle bianca risaltavano ancora di più e

Vanessa cercava un po’ di coprirseli e un po’ di riprendere l’equilibrio.



Io la lasciai fare, godendomi lo spettacolo di quelle belle tette che

riemergevano e scomparivano nell’acqua. Rimasi in piedi davanti a lei

che ancora inciampava e ricadeva all’indietro. Mi venne di abbassare lo

sguardo a guardarmi il pene: come i seni di Vanessa, anche lui con

l’effetto ottico dell’acqua aveva acquistato tutta un’altra dimensione:

sembrava contorcersi per effetto delle increspature dell’acqua e la

pelle piuttosto bianca lo metteva ancora di più in risalto. Quasi ne ero

imbarazzato, ma ormai i freni inibitori avevano mollato.



Vanessa era riuscita a rimettersi in piedi,si era voltata di spalle e a

capo basso cercava di rifare il nodo con le mani dietro la schiena.

Io mi avvicinai, pacificamente.



- “vuoi una mano?” – le proposi



- “se non combini altro danno…”



- “te si e io no, eh? E poi sono gli uomini, gli stronzi?”



- “dai, aiutami piuttosto!” e con le mani all’indietro fece per passarmi i

laccetti.



Con l’intenzione di aiutarla mi avvicinai per prenderli, ma non avevo

previsto una cosa: la sporgenza che avevo tra le gambe!



Il pene libero nell’acqua e sempre turgido arrivò a contatto con le sue

natiche dondolando a destra e a sinistra. Quando sentii il contatto mi

fermai imbarazzato, non sapevo se indietreggiare o meno, ma

Vanessa, indifferente mi chiese:



- “ma che fai? Dai, legami ‘sto coso!”



Io non capivo: come poteva non essersi accorta di niente? Con

l’arnese che dondolava e le sbatteva addosso iniziai ad annodarle il

fiocco. Mentre lo stavo stringendo Vanessa si piegò leggermente in

avanti e iniziò a premere il suo sedere contro il mio basso ventre.

Dondolò un po’ i fianchi finché il mio pene non trovò spazio tra le sue

natiche. Poi iniziò a muoversi sinuosamente strusciandosi contro il mio

corpo.



- “…continua…” - mi disse con voce bassa e sensuale



- “mah… beh… io ho finito, il fiocco l’ho fatto”



portando le braccia all’indietro mi posò le mani sui fianchi, quasi ad

assicurarsi che non mi allontanassi, e continuò a muovere il suo

culetto contro il mio pacco



- “sicuro che hai finito? Io dico che c’è ancora qualcosa che puoi fare…”



Io non sapevo proprio che pesci prendere (eravamo al mare!) e iniziai

ad accarezzarle le cosce, poi salii fino ai fianchi che sentivo muoversi

dolci e sensuali sotto le mie mani. Dai fianchi passai con delicatezza

all’addome, giocherellai un po’ con l’ombellico e Vanessa sembrava

gradire le mie carezze, perché continuava a muoversi con sempre

maggior vigore.



Ogni tanto la corrente ci sbilanciava, ma con qualche passettino

laterale riprendevamo subito l’equilibrio.



Mi feci più audace e dall’ombellico cercai di risalire verso i seni.

Vanessa non si scompose: ci stava e le piaceva.



Iniziai a palparle i seni da sopra la stoffa, con movimenti delicati dal

basso verso l’alto, poi con la mano aperta ne tastai la consistenza.

Sentivo le punte dei capezzoli solleticarmi il palmo delle mani.



Vanessa si tirò un po’ su, lasciandomi i fianchi e portò le sue mani

sopra le mie, sopra i suoi seni. Prese a guidarmi sul suo corpo e la

lasciai fare, tenendo le mie mani morbide sotto le sue.



Mi faceva scendere sul ventre fino sotto l’ombellico e poi risalire, con

entrambe le mani fino al suo petto. Una, due volte, poi, prima di

risalire al petto per la terza volta, liberò una mano e con movimento

rapido si tirò su il bikini prima da una parte poi dall’altra e tornò di

nuovo a guidare le mie mani si sui seni nudi, liberi di essere palpati

dalle mie mani. Mi fece sfiorare i capezzoli con le dita. Anche le aureole

erano gonfie e sporgenti, poi mi spinse la mano destra giù sul suo

ventre, lasciando la sinistra a giocherellare con quelle morbide

sporgenze femminili.



Iniziò ad ansimare, aveva il corpo completamente a contatto del mio e

la testa piegata all’indietro. Mi offriva la sua guancia, il suo orecchio, il

suo collo e la sua spalla. Sfioravo la sua pelle morbida e bagnata con

le labbra, leccavo dolcemente il sale che si era seccato sulla sua pelle.



Dalla spalla salivo fino all’orecchio, poi scendevo, le baciavo la pelle, le

respiravo sul collo e poi tornavo a leccare, lentamente, come un gelato

che non si scioglie e che quindi vale la pena gustarlo con calma.



Lei intanto aveva spinto la mia mano destra verso la sua femminilità

più nascosta. Con il palmo appoggiato sul suo Monte di Venere da

sopra il costume le accarezzavo il sesso. Sentivo sotto quel sottile

strato di stoffa i suoi peli arricciolati che premevano e volevano essere

liberati. Più sotto, le grandi labbra, le sentivo morbide e calde sotto la

stoffa bagnata.



Oramai Vanessa stava appoggiata a me con tutto il peso. Il sole era

tramontato e il cielo da rosso era diventato viola. Le onde si erano

placate e un silenzio surreale ci avvolgeva. Lei si muoveva lentamente

su e giù sul mio corpo, poi portò di nuovo le sue mani sui miei fianchi

lasciandomi piena libertà di esplorarla e di accarezzarla dove più mi

piaceva.



Feci risalire la mano e mi misi a giocherellare con i suoi seni; mentre le

baciavo il collo andai alla ricerca dei capezzoli, turgidi e pronunciati. Li

accarezzavo delicatamente con il palmo delle mani e poi me li facevo

scorrere tra le dita. Lei ansimava e aveva ripreso a ondeggiare il

culetto sul mio basso ventre. Il mio pene le si era insinuato tra le

natiche ed era arrivato sotto la vulva.



Scesi di nuovo con entrambe le mani e fermai la sinistra sotto

l’ombellico, ad assecondare i movimenti del suo ventre. Feci scivolare

la destra ancora più in basso e Vanessa accolse quella mia carezza

divaricando un po’ le gambe. Sfiorai il monte di venere e mi fermai sul

clitoride, gonfio sotto stoffa. Proseguii accarezzandole l’interno coscia,

poi girai all’esterno e risalii. Insinuai la mia mano tra i nostri due corpi

e mentre le mordicchiavo l’orecchio palpai la natica, poi scesi con

decisione a metà coscia e la spinsi in avanti, a fargliela tirar su.



Vanessa mi assecondò nel movimento e alzò la gamba, appoggiandosi

più che mai al mio corpo.



Scivolai con la mano sinistra sul suo monte di venere, accarezzando

ed esplorando ogni centimetro di pelle che scorreva sotto, con la

destra invece le massaggiavo delicatamente tutta la coscia, prima

sopra, poi il fianco e infine sotto, poi risalii di nuovo fin sotto la natica.



Il contatto con quel muscolo sodo mi faceva eccitare all’inverosimile e

Vanessa sentiva la mia eccitazione crescere tra le sue cosce e

sbatterle sotto la vulva.



Accarezzai il suo culetto e mi spinsi verso l’interno, a cercare qualcosa

di caldo, di invitante, di proibito.



Scivolai sulla sua pelle fino a trovare la sottile stoffa del costume, ne

seguii l’orlo fin sotto la vulva e provai piacere nello sfiorarmi io stesso

il pene. Accarezzai la stoffa con le dita, poi giocherellai con un ciuffetto

di peli che fuoriusciva.



Vanessa stava ansimando. Godeva delle mie carezze.



Feci scivolare la mano sinistra dentro il costume e percorsi lentamente

tutto il monte di venere, attento a non tirarle i morbidi peli che sentivo

scorrere tra le mie dita. Mi fermai con le dita sul clitoride, gonfio che

faceva ormai capolino tra le grandi labbra.



Intanto con le dita dell’altra mano accarezzavano la stoffa sotto la

vulva, spostandola un po’ di lato ad ogni passaggio.



Vanessa aveva perso il controllo. Ansimava e mi sculettava addosso

come un’indemoniata. Non era facile tenere l’equilibrio con lei che si

muoveva su una gamba sola, tenendosi per i miei fianchi,

completamente appoggiata al mio corpo e la sabbia sotto i piedi che a

volte affondava e dovevo saltellare per ritrovare l’appoggio.



Sotto era un lago: sentivo i suoi umori caldi e viscosi che le uscivano

dalla vagina e si mescolavano con l’acqua del mare. Con l’aiuto

dell’altra mano le spostai la stoffa del costume di lato e scivolai con le

dita tra le grandi labbra, che tenni scostate. L’altra mano aveva ora

libero accesso al suo sesso. La percorsi delicatamente dentro con un

polpastrello, separandole le piccole labbra, morbide e indifese, fino a

sfiorarle l’ammasso carnoso del clitoride. Poi tornai sotto, lentamente,

scivolando sugli umori caldi che ricoprivano la pelle delicata del suo

sesso e si disperdevano nell’acqua salata.



Vanessa era al culmine, la sentivo fremere, tremare, ansimare e

contorcersi, abbassava ventre quasi a cercare il contatto, la

penetrazione delle mie dita, forse anche del mio pene.



Fu presto accontentata: mentre con il polso la sorreggevo sotto la

natica destra, appoggiai le punte del dito medio e dell’anulare

all’ingresso della vagina, calda e scivolosa, intrisa di piacere. Spinsi la

mano un po’ più sotto e le dita entrarono. Le sentii avvolgere, quasi

risucchiare dalle pareti calde e gelatinose. Iniziai a muoverle dentro, in

senso circolare, poi dentro e fuori.



Vanessa aveva gli occhi strinti, si mordeva il labbro per non urlare,

tremava e non riusciva più a coordinarsi con i movimenti. Le appoggiai

il mento sul collo e iniziai a mordicchiarle l’orecchio.



Le sue mani si muovevano sui miei fianchi, sembrava cercassero prima

i miei glutei, poi il mio sesso, poi di nuovo i miei glutei… non sapeva

nemmeno lei cosa volesse toccare.



Le sentii l’interno della vagina contrarsi, una, due, tre volte contro le

mie dita, Vanessa ebbe qualche tremito, mi affondò le unghie sui

fianchi tanto da farmi male. Quando fu rilassata sfilai delicatamente le

dita dal suo sesso e tra le sue gambe si diffuse una sostanza calda e

viscida, incolore, che andò a mescolarsi con l’acqua del mare. Mi portai

le dita al naso sentii che profumavano di piacere femminile.



Vanessa abbassò la gamba, io la lasciai e fece uno sbarellone che

quasi cadde sott’acqua.



Si voltò guardandomi con la faccia stravoltissima e mi abbracciò, ma fu

un abbraccio freddo, sembrava che avesse più bisogno di essere

sorretta che abbracciata. Il cielo ormai tendeva al blu scuro e sulla

superficie dell’acqua, piatta come uno specchio, si riflettevano già le

luci del paese. Anche l’ultimo pescatore se ne era andato.



Vanessa si rimise a posto il costume, sia sopra che sotto e fece per

uscire dall’acqua.



Io la chiamai:



- “Vany!...”



-“Che c’è ancora, sarà tardissimo, abbiamo la pelle vizza… non credi

che sia ora di uscire?”



- “si, infatti… vorrei riavere il mio costume!”



Lei sgranò gli occhi come dire: “Cosa? Il tuo che?” poi scoppiò a ridere.



Per fortuna era tardi e la spiaggia era vuota. Dovetti uscire nudo,

eccitato e tornare a casa con l’asciugamano legato alla vita e niente

sotto. Eravamo pure in bicicletta!



Mentre pedalavo i testicoli gonfi mi facevano male.



Quella notte Vanessa ebbe molte cose da farsi perdonare…





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I vostri commenti su questo racconto
Autore: Ugo&be Invia un messaggio
Postato in data: 01/12/2005 10:15:45
Giudizio personale:
!!! complimenti davvero !!!, mi hai riportato indietro di 20 anni, nel ricordare un fatto analogo che mi è successo da ragazzo, molto simile a questo!!
Racconto veramente superlativo!

Autore: Night_angel Invia un messaggio
Postato in data: 26/11/2005 04:36:29
Giudizio personale:
Davvero molto sensuale. Mi è piaciuto ed entusiasmato. Complimenti.

Autore: Nicky1 Invia un messaggio
Postato in data: 15/11/2005 23:33:36
Giudizio personale:
Un bellissimo racconto coinvolgente ed eccitante ma mai volgare. Magari tutti scrivessere come te. Spero che ora tu sia insieme a lei sarebbe un peccato il contrario è troppo reale la storia per non essere vera. E oltre tutto l\'hai descritta nei minimi particolari. Complimenti


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