Antonella era la cameriera del bar vicino casa. Bella, mora, con un bel culo alto e un sorriso sempre stampato in faccia. Ogni mattina ci portava la colazione a domicilio. Papà le dava sempre la mancia generosa, la chiamava per nome, la guardava con quel suo sguardo da uomo maturo. Lei faceva la gentile, la cortese, la “brava ragazza”.
Ma io avevo capito tutto.
Un giorno, mentre saliva le scale per portarci il vassoio, la sentii mormorare tra sé e sé, convinta che nessuno la sentisse:
«Chissà se il professor Massimo mi scopa nel bagno… quel cazzo da professore me lo farei volentieri.»
Da quel momento decisi che l’avrei punita.
Passarono i giorni. Lei continuava a venire, sempre sorridente, sempre falsa. Un mattino, mentre papà era in bagno, le sorrisi dolcemente e le dissi:
«Antonella, domani mattina papà non c’è. Puoi portare la colazione solo per me? Vorrei parlarti di una cosa.»
Lei accettò, con quel suo sorriso finto.
Il giorno dopo, alle 8:30 in punto, suonò il campanello. Aprii la porta con il mio vestitino corto, il sorriso da brava ragazza e gli occhi da troia professionale.
«Entra, Antonella.»
La feci accomodare in cucina. Appena posò il vassoio, chiusi la porta a chiave.
«Luigina… che fai?»
Non risposi. La presi per i capelli con decisione e la trascinai nel bagno grande.
«Ti ricordi cosa hai detto sulle scale quel giorno, troia?»
La spinsi contro il lavandino, le alzai la gonna corta da cameriera e le abbassai le mutandine bianche.
«Hai detto che mio padre ti avrebbe scopata nel bagno. Oggi invece ti scopo io.»
Presi dalla borsa il kit medico che avevo preparato: clistere grande, dilatatori anali di varie misure, guanti in lattice neri, lubrificante medico.
«Prima ti pulisco per bene, puttana.»
Le infilai il beccuccio del clistere nel culo senza preavviso e aprii il flusso. Antonella gemette forte mentre l’acqua calda le riempiva l’intestino.
**«Brucia… Luigina ti prego…»
«Zitta. Devi evacuare tutto.»
La tenni piegata sul lavandino per diversi minuti, massaggiandole la pancia gonfia mentre lei si lamentava e sudava. Quando non resistette più, la feci sedere sul water e la guardai mentre evacuava tutto, rossa in faccia per la vergogna.
«Brava. Adesso ti allargo.»
Misi i guanti in lattice neri, li feci schioccare apposta. Presi il dilatatore medio e glielo spinsi dentro lentamente ma senza pietà, girandolo mentre lei gemeva di dolore.
«Ahhh! Fa male!»
«Devi soffrire, troia. Questo è per aver desiderato mio padre.»
Lo tolsi e infilai quello più grosso, spingendo forte mentre lei si toccava la pancia gonfia e piangeva. Lo muovevo dentro e fuori, dilatandola senza pietà, godendomi ogni gemito, ogni lacrima, ogni contrazione del suo culo.
«Guardati nello specchio mentre ti allargo il culo, puttana.»
La feci guardare mentre le infilavo due dita accanto al dilatatore, allargandola ancora di più. Antonella tremava, sudava, si mordeva il labbro.
**«Ti prego Luigina… basta…»
«Basta quando dico io.»
La feci mettere a quattro zampe sul tappetino del bagno, il culo per aria, e continuai con il dilatatore più grande, spingendolo e ruotandolo mentre lei singhiozzava.
«Questo è per tutte le volte che hai fatto la gentile falsa con mio padre.»
Dopo quasi mezz’ora di dilatazione intensa, le diedi una pacca forte sul culo arrossato e dilatato.
«Da oggi, ogni volta che vieni a portarci la colazione, ti farò questo. E se provi a dirlo a qualcuno, racconterò a tutti che tipo di troia sei.»
La lasciai lì, sul pavimento del bagno, con il culo rosso e dilatato, le lacrime che le scendevano sul viso, mentre io uscivo con il mio sorriso da brava ragazza.
«Buona giornata, Antonella.»
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